A metà del cammino

Posted in La fine on agosto 24, 2008 by coubert

Quando la luminosità si attenuò, Macchia impiegò qualche istante per riuscire a mettere a fuoco l’ambiente circostante.

Non si trovavano più a Caeryn, questo era ovvio.

Si trovavano infatti sulla sommità di una collina. Sotto di loro, la pianura si estendeva a perdita d’occhio, interrotta solo da una sottile filo argentato che la pareva attraversare trasversalmente. Un fiume, probabilmente.
L’atmosfera però era resa innaturale dalla completa assenza di qualsivoglia rumore. Mancavano i rumori tipici degli insetti, il fruscio prodotto dal vento tra gli steli d’erba, i suoni prodotti dagli animali in movimento.
Sembrava un luogo privo di vita, ed immobilizzato in un istante.

D’altronde, non si trovavano neppure più sul loro mondo.

Tale deduzione risultava abbastanza ovvia alzando lo sguardo al cielo, che appariva completamente bianco. Privo di sole o di nuvole, il cielo sopra di loro era un’unica, immensa distesa bianca. Un bianco talmente puro da risultare abbagliante.

“Dove ci troviamo?”

Macchia si voltò. Vicino a lui c’erano le altre persone spedite lì da Gryd’Tor, quasi tutte visibilmente spaesate.
A parlare era stato Zanna di Drago, il ragazzo che aveva assorbito col braccio l’incantesimo di Regis quando ancora si trovavano nel loro mondo. Quel ragazzo si guardava intorno spaventato, evidentemente il vecchio guardiano non gli aveva spiegato molto bene cosa gli sarebbe toccato fare, quando lo aveva reclutato in fretta e furia.
Il compagno del ragazzo socchiuse gli occhi concentrandosi per qualche istante. Quando li riaprì, il suo volto mostrava un’espressione accigliata, perplessa.

“Siamo le uniche creature viventi nei paraggi. Creature senzienti, animali, insetti… non avverto niente di tutto questo.”

Gli sguardi di tutti i presenti si fissarono sul suo, chi incredulo e chi incuriosito.

“Fadar avverte la presenza di creature viventi, tra le altre cose.”

Zanna di Drago aveva parlato velocemente, visibilmente innervosito da quella situazione e dagli sguardi di tutti rivolti verso di lui e verso Fadar.
Il nano e l’elfa si guardarono intorno preoccupati, mentre Davon fissava con manifesto interesse il paesaggio circostante.

“E’ incredibile, tutto questo…”

Il suo mormorio venne sovrastato dalla rabbia dell’orchessa, più nervosa di Zanna di Drago per quella situazione imprevista nella quale si era venuta a trovare suo malgrado.

“Dove siamo?”

Macchia si voltò nella sua direzione. Vicini a lei c’erano Regis, la regina e il cavaliere. Vicino a lui invece si trovavano Zanna di Drago e Fadar, il nano e l’elfa, Davon, Anymartis, Selija.
Si sorprese di trovare anche lei, mentre non lo aveva affatto stupito l’assenza dei soldati e degli orchi. Erano solo carne da macello, del resto, già nelle battaglie che erano abituati a combattere. Ora che la posta in gioco diventava il mondo, e che gli ordini di grandezza dei poteri in gioco erano incommensurabili, sarebbero stati solamente d’intralcio.

“Lo so io dove siamo…”

Anymartis stava stringendo a sè Selija, lo sguardo perso nel vuoto. La fanciulla stava singhiozzando, il volto nascosto dal corpo del giovane condottiero.

“Sono già stato qui, in passato.”

Per un breve istante rivisse quei momenti. Si rivide nella sua precedente vita, in groppa al suo pegaso, rivestito della scintillante armatura donatagli dai nani, armato delle armi incantate dagli elfi.
Si rivide attraversare quella pianura, volando contro il cielo mentre davanti a lui si apriva un varco a consentirgli il passaggio.

“E’ una specie di anticamera. Siamo a metà strada tra il nostro mondo e il mondo degli Dèi.”

Le sue parole, pronunciate con tono assente, furono accolte dal silenzio generale. Un conto era sentire Gryd’Tor sbraitare qualcosa riguardo al fatto che avrebbero dovuto uccidere un Dio.
Ma scoprire di essere realmente in viaggio verso quel Dio, beh, era tutta un’altra questione.

“Più precisamente, noi veniamo da laggiù…”

Anymartis indicò il suolo, per poi alzare il braccio puntando con l’indice verso il cielo.

“…e per trovare gli Dèi dovremo andare lassù. All’epoca ci arrivai volando su di un pegaso.”
“Ma noi non abbiamo pegasi, o aquile giganti, o una qualsiasi cavalcatura. Come dovremmo arrivare fin lassù?”

Alla domanda di Fadar il silenzio tornò nuovamente a regnare in quella landa.
La regina Gaerlen si voltò verso Regis con un’espressione interrogativa sul volto. Il necromante si accigliò, quindi scosse lentamente il capo.

“A questo posso provvedere io.”

Davon si stava passando distrattamente una mano sulla testa, mentre scrutava meditabondo la volta bianca sopra di loro.

“Ora comprendo perchè Gryd’Tor mi ha insegnato quell’incantesimo…”
“Gryd’Tor… da quanto stava progettando di mandarci qua?”

A quella domanda retorica di Anymartis nessuno seppe offrire risposta.

“Che aspetti allora, portaci di sopra. Visto che siamo costretti a fare questa follia, almeno sbrighiamoci.”

Regis parlò sprezzante, fissando con astio l’altro mago che si stava dimostrando sin troppo più potente di lui.

“Aspettate, prima sarà il caso di chiarire alcune cose.”

Macchia, per niente contento del compito che lo attendeva, attirò l’attenzione generale.

“Qui si parla di fronteggiare un Dio. Magari più di uno, se ha degli alleati. Gryd’Tor ha spedito qui le persone che a suo avviso possono riuscire nell’impresa… ma per farcela non possiamo agire in gruppetti separati, o rivaleggiare tra noi. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo diventare alleati, almeno per quest’unica volta.”

Attese qualche commento, ma nessuno parlò. Tutti lo fissavano. Non era abituato ad essere al centro dell’attenzione, aveva sempre evitato quelle situazioni. Maledisse mentalmente il vecchio per il ruolo che aveva deciso per lui.

“Io mi chiamo Macchia. Sono un ladro.”

Si guardò intorno, aspettando che qualcuno lo imitasse.
Nessuno.
Lo sapeva, glielo aveva detto. Non era portato per queste cose, non era la persona adatta. Non

“Io mi chiamo Davon. Ero un mago dell’Ordine prima di venire bandito. Inoltre…”

Con un pensiero, il mago dissipò l’illusione che circondava il proprio corpo, rivelando il suo aspetto demoniaco.

“Inoltre sono un Darkchild, e per colpa dell’Ordine ora sono costretto in questo corpo di demone.”

Si sforzò di sorridere a Macchia, prima di distogliere lo sguardo. Sorridere gli diventava sempre più difficile, in quel corpo alieno.

“Bah… Io sono Mokran, lo sterminatore di Gruebak.”

Il nano accarezzò la propria ascia, ripensando ai combattimenti che aveva affrontato una volta tornato a casa. A come aveva smascherato i traditori che avevano stretto alleanza con i demoni del sottosuolo. Un sorriso gli increspò le labbra.

“Uccido i demoni, ma non temere ragazzo… te sei un mio alleato, no?”

L’elfa parlò, e la sua voce era acuta e cristallina.

“Eleryan, Somma incantatice del popolo elfico.”
“Zanna di Drago. Sono un cacciatore, e finita questa storia la ucciderò con le mie mani.”

Lo sguardo del ragazzo era fisso sulla Regina, che si limitò a sorridere ironica.

“Mi chiamo Fadar, figlio dell’Imperatore. Sono in grado di parlare con ogni creatura vivente, come ha detto prima Zanna di Drago.”
“Io sono Anymartis, l’Assassino di Dèi. Sono pronto a uccidere di nuovo l’Oscuro, e questa volta vedrò di fare in modo che resti morto.”
“Io… io sono Selija.”

La ragazza, ancora aggrappata ad Anymartis, era visibilmente spaventata.

“Che ci fa lei qua?”
“Già, è uno scherzo o cosa?”

Selija indietreggiò, davanti ai commenti di Zanna di Drago e di Regis. La Regina la fissò intensamente.

“Lasciamola qui, è solo un peso.”
“No! Non lo permetterò!”

Anymartis portò la mano alla spada, imitato da Veryc.

“Basta! Gryd’Tor avrà avuto un motivo per mandarla con noi… andremo tutti.”
“Chi ti ha nominato nostro capo, Macchia?”

Il ragazzo alzò lo sguardo su Regis, chiaramente irritato.

“Non sono il capo di nessuno. Nè lo voglio essere. Ma non voglio morire solo per le tue idiozie, Regis. Al quale proposito… lui è Regis, un necromante.”

Regis fece per replicare, ma la Regina lo bloccò ponendogli una mano sulla spalla.

“Sia, andremo tutti allora. Almeno fino a quando non affronteremo l’Oscuro. Ma dopo…”
“…dopo non saremo più alleati.”

Zanna di Drago terminò la sua frase, e gli occhi della donna brillarono per il divertimento.

“Io sono Gaerlen, la regina dell’oscurità.”

Sorrise, mostrando due canini appuntiti e sporgenti.

“I miei fedeli servitori: il necromante Regis, il paladino rinnegato Veryc, la capoclan degli orchi Krenya.”
“Se avete finito con le presentazioni, io sarei pronto.”

Davon alzò le braccia al cielo, e recitando strane formule arcane in una lingua demoniaca li fece scomparire tutti.

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La fine del mondo

Posted in Un nuovo regno on agosto 23, 2008 by coubert

Macchia fissò quasi impassibile gli orchi avventarsi sui pochi soldati presenti nel palazzo. I soldati davanti a lui si chinarono lievemente sulle gambe, pronti ad assorbire l’impatto della carica avversaria. Al suo fianco, Anymartis impugnava saldamente la spada, pronto all’azione, mentre Davon scagliava lingue di fuoco contro gli aggressori. Fiamme che però si estinguevano contro altre fiamme, di colore viola, che partivano dalle braccia protese del necromante.

Il giovane ladro sorrise. Dentro di sè si chiedeva se sarebbe morto, o se la maledizione delle predizioni fattegli da Gryd’Tor lo avrebbe conservato in vita fino al momento della decisione, qualunque azione avesse intrapreso.
La cosa triste era che non sapeva quale alternativa avrebbe preferito, se morire subito o dover compiere quell’assurda scelta.

Non lo scoprì, visto che quando l’impatto tra i due schieramenti stava per avvenire, dal nulla sbucò un branco di grandi lupi che balzò addosso agli orchi, colti alla sprovvista.
La sopresa e la rabbia che si dipinse sul volto dei tre nemici rimasti indietro quasi lo fece ridere, ma il ritrovare lo stesso stupore sui volti dei suoi alleati, e in particolare di Davon, gli fece morire la risata in gola.

La stanza parve farsi più buia, e gli animali si ritirarono immediatamente nel punto più scuro, dove le ombre parevano addensarsi in maniera altamente innaturale.
Da quelle ombre fuoriuscirono due persone. Due cacciatori, a giudicare dagli abiti.
Uno era armato con due lame, che portava ancora a riposo nei rispettivi foderi, e scrutava dubbioso la scena. L’altro era giovane, armato solo di un coltello e di un arco che portava a tracolla. La sua espressione era rabbiosa, mentre si guardava intorno borbottando.

“Dov’è? Dov’è?”

Il suo sguardo si fissò poi sulla regina Gaerlen, carico d’odio.

“E’ lei, avverto la contaminazione dell’Oscuro aleggiarle tutt intorno.”

Estrasse il pugnale dal fodero, muovendo un passo verso di lei. Regis indicò nella sua direzione mormorando qualche parola, e un raggio rossastro scaturì dalla punta del suo indice diretto contro il ragazzo. Questo, incurante, si limitò a farsi scudo con il braccio sinistro che si illuminò a contatto con il raggio, assorbendolo.

Questo fatto parve spezzare l’incantesimo che aveva colto tutti i presenti. Il silenzio si infranse.
Soldati e orchi tornarono a gridare, Regis imprecò a gran voce prima di doversi nuovamente concentrare su Davon per evitare di venire sopraffatto dalle magie del giovane.
Molti occhi rimanevano fissati sui due nuovi venuti.

“Chi diavolo sareste voi?”

La regina li guardava incuriosita, palesemente interessata alla facilità con la quale il ragazzo aveva evitato l’attacco di Regis.

“Il mio nome è Zanna di Drago, regina Gaerlen. E’ da quando ho sconfitto Kahid nelle pianure che cerco l’origine del suo potere, e finalmente vi ho trovata.”
“Kahid?”

La donna assunse un’espressione pensierosa, mentre il cavaliere al suo fianco estraeva per metà la spada dal fodero. Una spada nera come l’oscurità dalla quale Zanna di Drago era uscito.

“Ah, si, quel Kahid. Era abbastanza inutile, tanto.”
“Per colpa vostra ha sterminato la mia gente!”
“E allora?”

L’uomo al fianco di Zanna di Drago gli posò una mano sulla spalla, come a calmarlo, ma il ragazzo si divincolò rabbiosamente e continuò ad avanzare. Il cavaliere estrasse la spada, l’orchessa roteò con una facilità spaventosa l’enorme spadone poggiandone la punta a terra.
I soldati scattarono verso gli orchi, entrando in collisione con questi ultimi e dando inizio alla battaglia.
Anymartis si lanciò verso i veri avversari, seguito da Macchia che aveva preso a ridere come un folle mentre faceva roteare nelle proprie mani i pugnali.

“Basta!”

La voce cavernosa rimbombò in tutta la stanza, potente, autoritaria.
Per un istante tutti si bloccarono, guardandosi intorno nervosi in cerca del proprietario di quella voce. Chi altri si stava intromettendo in quello scontro? La cosa stava diventando ridicola.

Dalle ombre uscirono altre due figure. Un nano armato di un’ascia lucente, ed un’elfa vestita con una lunga tunica celeste.
Il nano, nel vedere la battaglia in corso, sorrise di gioia e fece per lanciarsi nella mischia quando l’elfa lo fermò afferrandolo per l’armatura.
Il nano si voltò verso di lei, quindi con rassegnazione abbassò l’arma sbuffando.

“Il tempo dei giochi è finito.”

La voce continuava a parlare, pareva essere ovunque intorno a loro.
Il silenzio adesso era assoluto, solo Macchia continuava a ridere quasi istericamente. Aveva riconosciuto la voce, e sapeva cosa significava. Non era riuscito a morire, purtroppo, e ora doveva seguire il copione che gli era stato preparato… non aveva più altra scelta all’infuori di quella che presto avrebbe dovuto compiere, nel momento finale.

“Allora esci fuori, vecchio.”

Le parole di Macchia, pronunciate con tristezza, fecero sì che un turbinio di ombre si venisse a creare al centro della stanza. Quando le ombre si dissiparono, al loro posto era comparso Gryd’Tor.

“Gryd’Tor!”
“Tu!!”
“Non provare a fermarmi!”
“E te chi saresti?”

Il vecchio battè a terra pesantemente con un bastone, e il tuono che ne seguì fece cadere ogni protesta, ogni rumore.

“Si, sono io. Gryd’Tor, il guardiano delle ombre, chiamatemi come volete. Mi dispiace enormemente interrompere questo vostro raduno, ma gli eventi stanno precipitando ed è giunta l’ora di agire.
Immagino molti di voi si conosceranno già. Ma avrete tempo per conoscervi… molto tempo. Ora però”

Il cavaliere avanzò verso di lui, pronto a sguainare la spada.

“Veryc, se provi a sguainare la spada ti ci infilzo, su quella lama stregata.”

Il cavaliere rinnegato si voltò stupito verso la propria regina, come a chiederle cosa fare. Questa osservava impassibile Gryd’Tor, e con un impercettibile cenno del volto indicò al suo cavaliere di non muoversi.

“Bene. Allora, abbiamo poco tempo prima che le barriere comincino a cadere, quindi sarò per forza di cosa breve.
Regina Gaerlen, nel vostro folle progetto di riportare in vita l’Oscuro -che a suo tempo Anymartis aveva ucciso- avete dato il via ad eventi che non avreste potuto prevedere. Tralasciando infatti il fatto che l’Oscuro, appena tornato dall’esilio della morte, avrebbe nuovamente mosso guerra agli altri Dèi devastando il mondo, ci sarebbe un altro problema. Per risvegliarlo avete spedito vostri emissari in tutto il mondo alla ricerca di potenti artefatti, giusto? Anche in questa stessa città, avete mandato Regis affinchè recuperasse uno di questi artefatti.
Beh, uno dei vostri uomini è riuscito nell’impresa. L’artefatto custodito dagli elfi è stato rubato ed attivato.”

Un sorriso trionfale comparve sul volto della Regina, mentre Anymartis si lasciò sfuggire un gemito. L’Oscuro sarebbe tornato… il suo sacrificio era dunque stato vano?

“Sfortunatamente, l’attivazione di tale artefatto comporterà anche la distruzione completa del mondo.”

Il sorriso scomparve, sostituito da un’espressione incredula.

“No, non è possibile!”
“Povera sciocca. Avrai anche vissuto molti secoli, ti sarai beata di sentirti chiamare come la più malvagia delle creature esistenti… ma l’Oscuro è l’essenza stessa del male. Ti ha manipolata per tornare, e per potersi vendicare degli Dei che in passato lo combatterono. I primi effetti del suo ritorno cominciano già a palesarsi: maremoti, terremoti, pioggie di fuoco.
A tutto ciò aggiungiamo le fratture causate dall’artefatto. Al mondo restano poche ore di vita.”
“Cosa dobbiamo fare? Ci sarà un modo per evitare la fine!”

Anymartis avanzò, portandosi di fronte al vecchio mago che però scosse la testa.

“Nessuna salvezza. Non per questo mondo, ormai. Ma c’è un modo per salvare il prossimo mondo.”
“Che intendi dire?”
“L’Oscuro è potente. Vincerà. E se lui vincerà, quando questo mondo sarà morto non ne nascerà alcuno di nuovo. Sarà la fine della vita per sempre. La non esistenza.”
“Quindi…”
“Quindi dovrete fermarlo. Come avevi già fatto un tempo, ragazzo.”

Gryd’Tor si voltò verso gli altri presenti.

“Tutti voi dovrete farlo. Dovrete bandire nuovamente l’Oscuro nel reame della morte, affinchè possa nascere un nuovo mondo dalle ceneri di questo.”
“Pensi davvero che lotterò contro l’Oscuro per… per cosa? Per il bene di chi vivrà in futuro?”

La regina prese a ridere, imitata da Veryc. L’orchessa invece non pareva molto divertita, così come Regis e tutti gli altri.

“Qui ci sono radunati gli attuali campioni del mondo. O agirete tutti assieme, o non avrete speranze.”

Scomparve, per ricomparire alle spalle della regina. Chinatosi su di lei, le sussurrò qualcosa all’orecchio e scomparve nuovamente, riapparendo dove si era trovato fino a pochi istanti prima.
La regina sorrise.

“Ci sto. Noi tutti ci stiamo.”

La donna ignorò gli sguardi interrogativi di Veryc e di Regis, limitandosi a fissare con aria di sfida Anymartis.

“L’ho già fatto una volta… vorrà dire che ucciderò per due volte un Dio.”
“Sono con te, Anymartis.”

Davon sorrise al giovane re, poggiandogli una mano sulla spalla. Se proprio doveva morire, sarebbe morto cercando di fare qualcosa di buono.

“Come ti abbiamo già detto quando ci hai radunati in quella grotta in fretta e furia, noi siamo pronti.”

Il nano aveva parlato anche per gli altri tre sbucati dalle ombre, che infatti si limitarono ad annuire.

“Joni…”

Selija si era avvicinata al suo Joni, tremante. Il giovane re la fissò incapace di proferire parola, la morte nel cuore.

“Fai quello che devi fare, grazie a te ci sarà un futuro.”
“Selija…”

Ignorando i due giovani innamorati prossimi ad una definitiva separazione, Gryd’Tor si rivolse verso Macchia.

“Allora?”
“Ho forse scelta?”
“Non intendevo questo. Cosa farai in seguito?”
“Non ne ho idea.”

Gryd’Tor sospirò, quindi scrollò le spalle con indifferenza.

“Aspetterò la tua decisione. E ora, addio. Non ci vedremo mai più… andate a uccidere l’Oscuro, e guardate di comportarvi con saggezza o tra qualche millennio mi toccherà di mandare altri eroi lassù. Anymartis conosce già la strada, vi farà da guida.”

L’orchessa cominciò a gridare il suo disappunto, brandendo l’enorme spadone e correndo verso Gryd’Tor. Veryc estrasse Famelica, deciso a non lasciarsi coinvolgere da quel mago. Davon si domandò con una punta di rammarico a cosa fosse servito lottare perchè il demone non entrasse nel mondo, visto che il mondo stesso ormai era alla fine.

Regis fece per aprire la bocca, ma una luce talmente accecante da risultare bianca li avvolse tutti quanti. E il mondo attorno a loro scomparve.

La regina dell’oscurità

Posted in Un nuovo regno on agosto 22, 2008 by coubert

Regis fissava gli astanti tranquillo, apparentemente sicuro di sè malgrado il trovarsi circondato da numerosi avversari desiderosi di ucciderlo. Stringendola per le braccia, teneva stretta davanti a sè la principessa Selija, usandolo come scudo umano.

La ragazza, terrorizzata, si guardò intorno fino a quando i suoi occhi non incontrarono quelli di Anymartis, che la fissava impietrito con la spada in mano.

“Joni!”

Il grido della ragazza scosse il giovane re dal suo immobilismo, e Joni prese il sopravvento su Anymartis.
Il ragazzo avanzò di un paio di passi, la spada un poco più bassa rispetto a prima. Quasi non guardava Regis, intento come era a fissare solamente l’amata principessa.

“Selija… sono tornato, visto? Non temere, ti salverò.”

La risata sprezzante del necromante interruppe il discorso del ragazzo, che rabbiosamente sollevò lo sguardo sul volto dell’uomo.
La spada si tornò a sollevare, Anymartis aveva riacquistato il controllo del corpo.

“Non penserai di poter sopravvivere, vero?”
“Oh, in verità pensavo di sopravvivere. Anzi, di prosperare. E guardare tutti voi morire, ovviamente.”
“Folle!”

Avanzò di un passo, ma si immobilizzò quando l’uomo mormorò qualche parola e materializzò nella mano libera una lama rossastra, che puntò alla gola dell’ostaggio.

“Per ora direi che siamo in una situazione di stallo. E potrai avere tutta l’esperienza che vuoi, Assassino di Dèi… ma da questo stallo non sarai in grado di uscire se non quando lo deciderò io.”
“Sai chi sono?”
“Certo che lo so. E morirai per ciò che hai fatto in passato, non temere. Ma tutto a suo tempo.”

Anymartis si costrinse a rimanere calmo, conscio al momento di non poter fare niente senza che la vita di Selija terminasse.

Macchia fissava interessato la ragazza. Quindi era per lei che tutte quelle vite erano state spese, poco prima, nel parco. Era vagamente deluso, e si chiese se quell’unica vita valesse il prezzo di tutti i morti che era costata.
Certo, non che ormai tutto questo importasse ancora qualcosa, giunti a questo punto… abbassò lo sguardo al suolo, stringendo lo spadino così tanto da far sbiancare le nocche della dita.
Odiava sapere cosa sarebbe dovuto succedere, e odiava il vecchio per avergli gettato sulle spalle quel peso francamente insopportabile.

Davon invece studiava la situazione impassibile, cercando un modo per bloccare Regis e sottrargli la principessa.
Certo, avrebbe potuto erigere una barriera attorno a lei, o colpire il mago, o teletrasportare via uno dei due… avrebbe anche potuto sostituirsi a lei. Ma tutti questi incantesimi avrebbero richiesto di pronunciare delle litanie, di tracciare simboli. Tutte cose visibili ed udibili per Regis, che difficilmente avrebbe atteso mite di scoprire cosa stava cercando di fare.
Un suo tentativo di evocare un incantesimo, molto probabilmente avrebbe sancito la morte della ragazza.
Si voltò verso Anymartis, che scosse lentamente il capo.
Scrollando impercettibilmente le spalle, tornò a fissare Regis e Selija, attendendo uno sviluppo.

Lo sviluppo arrivò, totalmente imprevisto. Almeno, imprevisto per gli invasori.

Alcune figure comparvero dal nulla nella stanza. Una ventina di creature, che si disposero in semicerchio, le armi rivolte verso l’esterno.
Tutti si voltarono verso di loro, sorpresi da tale intromissione, per osservare i nuovi venuti.
Indossavano armature nere, con rostri sporgenti. Erano alti e grossi, massicci. La carnagione scura, i lineamenti grossolani.
C’erano pochi dubbi sulla loro natura.

“Orchi…”

A parlare era stato Davon, e a quelle parole i soldati umani presenti nella stanza gridarono, accingendosi a combattere.

“Aspettate.”

Il comando di Anymartis riportò una parvenza di calma tra le proprie fila, anche se i soldati continuavano compensibilmente a mantenersi all’erta, ed a scoccare occhiate preoccupate verso i nemici.

Ma Anymartis si curava poco di quelle creature. La sua attenzione era stata catturata dalle tre figure che stavano al centro del semicerchio orchesco.
Sulla sua destra si trovava un altro orco. Un’orchessa, anzi. Armata di uno spadone enorme, che teneva placidamente appoggiato sulla spalla sinistra.
Sulla sua sinistra invece vi era inuddbiamente un umano. Un cavaliere rivestito di una scintillante armatura nera. Costui fissava i presenti con uno sguardo carico di derisione.
La figura al centro, infine, era una donna. La sua carnagione era pallida, i capelli neri le scendevano lunghi sui fianchi. I suoi occhi erano rossi, e rideva apertamente dei suoi avversari.

“Saresti stato sconfitto da questo branco di mocciosi, Regis?”
“Mia regina…”

Il necromante spintonò via Selija, per potersi inginocchiare chinando lievemente il capo al cospetto della donna. La ragazza barcollò, ma prontamente Macchia le fu al fianco e la trascinò letteralmente al centro della stanza, dove i soldati umani si erano lentamente organizzati formando un cerchio al centro del quale stavano Davon, Anymartis e adesso anche Macchia e Selija.
La ragazza si abbandonò tra le braccia di Anymartis, fissandolo con occhi spaventati.
Il ragazzo tentò di sorriderle per rincuorarla, mentre Davon cominciava rapidamente a formulare un incantesimo.

“…ho preferito non rischiare niente, mia regina. Ho l’oggetto, ora potrete risvegliare il nostro signore.”
“Ben fatto Regis. Ragazzi, massacrate queste nullità.”

A quell’ordine, gli orchi scattarono contro i soldati gridando famelici, gli occhi iniettati di sangue.

Regis

Posted in Un nuovo regno on agosto 21, 2008 by coubert

Davon non cessò un solo istante i suoi tentativi di districare la complessa trama difensiva creata da Regis, ma i suoi sforzi non sortirono alcun effetto.

Dovettero avanzare senza ausili magici, lottando corpo a corpo con i soldati nemici per conquistare ogni centimetro di terreno. I corpi dei morti ormai ingombravano il campo di battaglia, che stava rapidamente diventando un luogo di massacro.
Dal palazzo continuavano a uscire senza sosta nuovi soldati, come se Regis avesse ospitato lì dentro tutte le proprie truppe in previsione di quell’attacco.
D’altro canto, dalla città arrivavano costanti rinforzi anche ad Anymartis, visto che il grosso dell’esercito stava ormai penetrando nella città occupata.

Ci vollero diverse ore perchè la strenua resistenza nemica venisse vinta, ed anche l’esercito di Anymartis pagò un elevatissimo prezzo per riuscire a superare i giardini del palazzo e fare irruzione nell’edificio.
Il re vi entrò affiancato come sempre da Macchia e da Davon.

“Anche qui dento ci sono gli incantesimi di protezione?”

si informò subito il re, rivolgendosi al mago.

“No, e quando siamo passati ho avvertito che anche gli incantesimi all’esterno venivano fatti cadere. Ormai non servivano più.”

Nessuno dei tre si voltò verso il giardino, verso i resti della carneficina che vi si era compiuta nelle ore precedenti.
I due ragazzi invece fissarono Anymartis.

“Conoscete il palazzo? Dove potrebbe nascondersi Regis?”

Il re scosse la testa.

“Non sono mai stato in questo palazzo, ero riuscito solo a penetrare nei giardini, tempo addietro. Dovremo cercarlo stanza per stanza. Se trovate qualcuno chiamate rinforzi, ma non uccidete nessuno. Regis e la principessa li voglio vivi, chiaro?”

Detto questo si incamminò alla testa di un manipolo di soldati, facendo segno agli altri soldati di dividersi in gruppi e di esplorare il palazzo. Macchia si voltò verso Davon, leggendo nel volto dell’amico la stessa preoccupazione inespressa che avvertiva lui stesso.
E cioè che ormai Regis, molto probabilmente, si trovava ben distante dalla città. L’averli rallentati così a lungo nel giardino doveva per forza servire a nasconderne la fuga attraverso qualche condotto segreto, o tramite un qualche incantesimo.
Le probabilità di trovare lì il loro avversario ormai erano esigue.

Macchia cominciò a correre verso i piani inferiori, da solo, mentre Davon si accodava ad alcuni soldati che si dirigevano verso i piani superiori.
Il giovane ladro preferiva operare in solitudine, come era abituato a fare in quei frangenti. In caso di scontro sarebbe stato svantaggiato, certo, ma potendo scegliere avrebbe evitato gli scontri.
Inoltre procedere con i soldati avrebbe significato annunciare la propria presenza ad ogni eventuale nemico, e a farlo nascondere. Da solo invece sarebbe stato silenzioso, invisibile. Avrebbe potuto osservare eventuali movimenti nemici, scoprire i loro nascondigli.
Se Regis e Selija si trovavano nei sotterranei, li avrebbe trovati.

Ai piani superiori, Davon osservò pensieroso il panorama offerto dal balcone della sala da pranzo.
In diversi punti della città stavano scoppiando piccoli focolai di incendi. Risultati di qualche scontro, probabilmente. O semplici atti vandalici dell’esercito occupante, chi poteva dirlo?
L’unica cosa certa era che lì non vi era traccia di Regis o della principessa che il re stava cercando.
Aveva trovato solamente un residuo di magia nei pressi del camino, analizzando il quale aveva capito che si era trattata di una magia per comunicare.
Quindi mentre cominciavano i combattimenti Regis aveva comunicato tramite la magia. Ma con chi?
Magari con gli alleati di cui aveva parlato Gryd’Tor?
Lentamente rientrò nel palazzo, accingendosi a scendere al piano inferiore.

Arrivò al pian terreno mentre macchia risaliva dai piani inferiori. I due si guardarono, scuotendo il capo.
Come temevano, non c’era più niente lì.
Raggiunsero Anymartis, che sedeva su una sedia rosso in viso.

“Li avete trovati?”
“No… devono essersene andati.”
“Dannazione!”

Il re picchiò un pugno sul tavolo, facendolo sobbalzare i piatti che vi erano posti sopra.

“Tutto questo dunque è stato per nulla? Non lo posso accettare!”

Davon stava per dirgli qualcosa, per tentare di placarlo, quando qualcosa attirò la sua attenzione. Un vaghissimo residuo di magia, talmente debole da risultare impercettibile ai sensi di un normale mago. Il suo corpo di demone però era differente, più affine alla magia.
Senza dire alcunchè, lentamente, si avvicinò ad una parete.

La tastò meticolosamente, scrutandola con attenzione. Quindi arretrò di qualche passo, sorridendo minaccioso. Alzò una mano per attirare l’attenzione dei presenti, ed indicò la parete.
Immediatamente tutti estrassero le armi, pronti a fronteggiare un eventuale pericolo.
Davon si riavvicinò alla parete, e senza preavviso la colpì con un pugno.
Sotto la potenza del colpo sferrato da quel corpo demoniaco, rinforzato con un rapido incantesimo pronunciato con un bisbiglio al momento dell’impatto, la parete cominciò a sgretolarsi. I soldati fissarono terrorizzati quello che ai loro occhi appariva come un normalissimo ragazzo, magrolino per di più, distruggere con un pugno una parete.

Dietro la parete, i presenti poterono intravedere una stanza nascosta.
E nella stanza due figure, quella di un uomo e quella di una ragazza, tenuta stretta davanti all’uomo, come a farle da scudo. Anymartis balzò in avanti, affiancando immediatamente Davon.

“Selija!!!”

Il palazzo

Posted in Un nuovo regno on agosto 20, 2008 by coubert

Le mura esterne del palazzo non avrebbero rappresentato un grosso ostacolo dinanzi alla massa di soldati che vi si stava dirigendo contro.
Se non fosse stato per l’enorme numero di soldati che erano stati posizionati nel giardino, a difesa del palazzo reale.

La battaglia tornò a infuriare selvaggia, con gli assalitori che non riuscivano ad avanzare e che ad ogni assalto venivano inesorabilmente respinti dai difensori.

Anymartis fissava impaziente il campo di battaglia, irritato per quell’inatteso rallentamento.
Joni, dentro di lui, osservava sconvolto i giardini devastati e deturpati. Piante sradicate, panche divelte, siepi abbattute. Quello che tempo prima gli era parso un luogo incantevole e bellissimo adesso era un terreno spoglio, irrigato dal sangue dei soldati caduti e cosparso di corpi ormai morti o quantomeno gravemente feriti.

Davon e Macchia lo raggiunsero posizionandosi al suo fianco, come sempre avevano fatto durante questa campagna. Sospettava fosse un ordine di Gryd’Tor, ma al momento la cosa non gli interessava. C’era la possibilità che intendessero tradirlo ed attaccarlo a tradimento, certo, ma non lo reputava un evento facilmente verificabile. Dopotutto, a quanto ne sapeva non avrebbero avuto alcun vantaggio dalla sua morte. Nè i suoi due alleati, nè tantomeno quel mago immortale che anzi aveva contribuito a farlo arrivare fino a lì.

“Davon, puoi togliere di mezzo quei soldati?”

Il mago studiò con attenzione il campo di battaglia, concentrato. Rimase silenzioso per qualche minuto, tanto che Anymartis e Macchia si voltarono verso di lui, incuriositi.
La sua espressione era a metà tra l’ammirato e lo stupito.

“Non penso di poter fare niente”

disse infine, scuotendo lentamente la testa.

“Su tutto il giardino è stata intessuta una rete fittissima di controincantesimi e misure protettive. I soldati non corrono alcun pericolo da essi, ma se solo provassi a utilizzare una magia nei pressi del giardino, probabilmente verrei annientato all’istante da un centinaio di incantesimi difensivi.”
“Esiste una difesa così potente?”

Anymartis non tentò di nascondere il proprio sbalordimento a quella notizia. Una difesa così assoluta annullava completamente i poteri magici dell’avversario, limitando lo scontro alla pura fisicità delle pedine, dei soldati.

“A quanto pare si. Anche se non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora…”

Sbuffando, Anymartis riportò la propria concentrazione sul campo di battaglia.
Regis aveva ottenuto solo una proroga, del tempo in più. L’esercito di cui si serviva era nettamente inferiore alle truppe portate da Anymartis, sia in quanto a numero che in quanto a preparazione. Era anzi stupito che quelle guardie e quei soldati stessero ancora reggendo… probabilmente erano sotto il dominio del necromante, che li avrebbe fatti combattere fino a quando fossero riusciti a muoversi.

Rimaneva però una domanda.
Se tutto questo era stato fatto per guadagnare tempo, che scopo stava inseguendo quell’uomo? Doveva sapere per forza pure lui che alla fine l’esercito di Anymartis sarebbe passato. Cosa contava di fare allora?
Le mappe che avevano studiato non riportavano vie di fuga dal palazzo, e delle perlustrazioni mistiche di Davon compiute in riva ad un lago incontrato lungo il cammino avevano confermato tali informazioni.

Adesso però gli sorgeva il dubbio che una via di fuga ci fosse, e che in questo momento Regis stesse scappando da sotto il suo naso.

-Portando con sè Selija!-

gli gridò nella mente Joni, prima che la sua personalità venisse bruscamente ricacciata nei recessi della sua mente.
Erano in guerra, non c’era tempo per distrazioni inutili come quei pensieri da bambino. Con Joni avrebbe fatto i conti in seguito, avrebbero dovuto trovare un modo per coesistere senza infastidirsi quando l’altro aveva il controllo del corpo.

Inoltre, Anymartis sapeva bene che l’unico motivo per il quale la principessa era viva era puramente d’interesse. Interesse che stava scemando rapidamente, visto che una volta che la città fosse stata invasa, un matrimonio con Selija non avrebbe portato più alcun beneficio alla causa dell’usurpatore.

“Se non ci sono altri modi per passare, allora così sia. Soldati! Spezziamo le difese di questi servi del necromante, mostriamogli cosa siamo in grado di fare!”

Con queste parole, dando per primo l’esempio, il giovane re si lanciò nella mischia trascinando con sè un gran numero di cavalieri, gli animi infiammati dalle parole del condottiero.
Davon e Macchia si guardarono, imprecando sommessamente contro l’avventatezza del ragazzo.

Gryd’Tor si era raccomandato affinchè vegliassero su di lui: era forte e carismatico, aveva grandi conoscienze belliche… ma era sempre stato impulsivo. Cosa che invece non si poteva dire del mago e del ladro, che così si erano trovati costretti a fare da guardie del corpo al re, rimanendo spesso al suo fianco per proteggerlo da eventuali attentati o da attacchi magici.

“Tenerlo in vita sarà dura…”

Borbottando qualcosa sulla stupidità di chi ha tanti soldi, Macchia partì al galoppo dietro ai cavalieri, estraendo il suo spadino e chiedendosi se sarebbe morto in quel campo, o se non gli sarebbe invece stato consentito di sfuggire così facilmente alla scelta che Gryd’Tor gli aveva prospettato.
Davon invece rimase dove si trovava, intento a studiare con attenzione le complesse trame degli incantesimi difensivi che gli impedivano di fornire il suo contributo alla battaglia.

In città

Posted in Un nuovo regno on agosto 19, 2008 by coubert

La battaglia infuriava nelle strade di Caeryn.

Dopo che Davon aveva aperto una breccia, distruggendo il portone orientale, la cavalleria che si era preventivamente portata in posizione aveva fatto irruzione, ed aveva mantenuto la posizione difendendosi dagli attacchi nemici fino all’arrivo del contingente di fanteria mandato dietro loro come supporto.

A quel punto i soldati a cavallo avevano cominciato ad allargarsi, mentre i fanti occupavano la zona per garantire un passaggio libero per il resto dell’esercito. Almeno, per la parte dell’esercito che sarebbe scemata di lì a poco nella città, mentre altri reparti avrebbero continuato a stazionare nella pianura, per prevenire fughe da parte dei soldati assediati.

Davon e Macchia si erano tenuti in disparte durante gli scontri tra i due eserciti, l’invaso e l’invasore.
Non erano soldati, ed avevano svolto egregiamente il loro compito. La guerra preferivano lasciarla ad altri, avevano da tempo deciso che non faceva per loro.
Però quando il corpo principale dell’esercito era entrato in città, si erano avvicinati alla mischia, per raggiungere Anymartis.

Si erano impadroniti di due cavalli sottraendoli ai legittimi proprietari, le cui proteste furono bloccate da uno sguardo impaziente del re, e quindi erano partiti assieme all’esercito.

Entrare in città era probabilmente la parte più semplice del piano, malgrado la difficoltà dell’aprire la breccia.
Il difficile cominciava ora che si stavano avvicinando al Palazzo del Re. La residenza di Regis.

“Riesco a percepire la malvagità che viene emanata da quel luogo… è una cosa incredibile.”

Il tono di voce utilizzato da Davon era sommesso, tuttavia Macchia ed Anymartis compresero fin troppo chiaramente le sue parole.

“Immagino sia per questo che Gryd’Tor vi ha fatti venire qui, no?”

Macchia strinse a pugno le mani, lanciando uno sguardo irato al re.

“Ancora con questa storia? Ma mi pare che quando ti ho detto che potevamo farti avere la città, non ti sei lamentato della nostra presenza. Se vuoi affrontare lo stregone da solo, possiamo anche andarcene.”

Il giovane re gli sorrise sprezzante, senza rispondergli, ed allungò il passo della sua cavalcatura portandosi in testa al gruppo, ignorando le lamentele delle sue guardie che invano cercavano di tenerlo al sicuro, protetto dalla massa dei suoi stessi soldati.

“Ci siamo…”

Joni, dentro la testa di Anymartis, gemette nell’avvistare il palazzo.
Le mura gli ricordavano quella sera, che appariva adesso così lontana nel tempo… era riuscito a sfuggire ai maghi, ma qualcosa lo aveva attirato fino a quelle mura. Qualcosa che si trovava nei giardini.
Selija, la principessa. La creatura che aveva visitato i suoi sogni durante gli ultimi tempi di prigionia. La ragione per la quale aveva stretto quel patto con Anymartis, la ragione per la quale adesso si trovava alla testa di un esercito invasore, in vista del palazzo reale.

“Selija…”

Delle grida si alzarono dai soldati che lo seguivano. Grida di stupore, di terrore.
Si voltò, e vide che stavano fissando inorriditi il cielo. Seguendo il loro sguardo, vide anche lui le creature che, partite dal palazzo, stavano volando verso di loro.

Avevano grandi ali simili a quelle dei pipistrelli, benchè di dimensioni ben maggiori. E malgrado la distanza potesse ingannare sulle loro effettive dimensioni, Anymartis stimò che dovessero avere delle dimensioni paragonabili a quelle di una creatura umana.

“Non fatevi spaventare!”

Per dare per primo il buon esempio estrasse la spada, e gridando la propria sfida contro quelle creature e contro Regis diede di speroni, accelerando il passo della propria cavalcatura.
Imprecando, gli altri soldati si videro costretti a seguirlo, gli occhi sempre puntati al cielo in attesa dell’attacco di quelle strane creature.

“Arcieri…. fuoco!”

Una decina di arcieri, che aveva seguito a cavallo il gruppo principale, scagliò le proprie freccie contro le creature volanti. Poche raggiunsero i bersagli, e quelle poche non parvero avere molti effetti.

“Aspettate… riprovate adesso.”

Davon si era avvicinato agli arcieri, e quando le loro freccie partirono indirizzò un incantesimo verso di loro, avvolgendole in una luce rossiccia.
Questa volta, le freccie che colpirono i bersagli causarono evidentemente dei danni, visto che le creature ferite cominciarono ad emettere roche grida di dolore ed a perdere quota.

“Attenti, arrivano.”

Scosse dall’attacco ricevuto, le creature si tuffarono in picchiata sugli uomini a cavallo. Questi si abbassarono sul corpo dei cavalli, cercando di scansare gli artigli protesi di quelle sottospecie di scimmie alate.
In diversi vennero sfregiati sulla schiena da quegli artigli acuminati, un soldato addirittura venne afferrato e sollevato in aria, prima di venire azzannato al collo dalla bestia.

“Dannazione… cosa sono questi affari?”

Molti erano riusciti a colpire le creature con le spade, mentre si trovavano vicine al suolo, ma le spade non avevano ottenuto alcun risultato contro di loro.
Lo sconforto cominciava a spargersi tra i soldati.

“Ci penso io, voi proteggete il re.”

Ancora una volta Davon si preparò, ed evocò un incantesimo potente, troppo potente per il suo vecchio sè stesso. Ancora una volta si sorprese della forza che gli conferiva il corpo del demone.
Raggi di fuoco partirono dalle sue dita protese, diretti verso le creature volanti. Le circondarono, gli si attorcigliarono addosso e quindi si strinsero, ustionandole e mutilandole fino a tagliarle a pezzi.

Macchia osservò il volto dell’amico.
Non era assolutamente provato per quello sfoggio di potere. Appariva assolutamente calmo ed impassibile, quasi indifferente dinanzi a quegli orrori volanti e a ciò che ne rimaneva, e che cadeva ora pesantemente a terra.
Si chiese cosa stesse diventando, e cosa sarebbe diventato lui stesso alla fine di tutta quella storia.

La breccia

Posted in Un nuovo regno on agosto 18, 2008 by coubert

Macchia si muoveva silenzioso, scivolando di ombra in ombra, evitando le isole di luce generate da finestre, fiaccole o lanterne.
La cosa non gli costava alcuno sforzo, del resto quel modo di muoversi lo aveva fatto suo anni addietro, quando aveva dovuto imparare a sopravvivere con i propri mezzi nella città o morire. Aveva scelto di vivere, ed era diventato quello che era ora, un ladro. Un’ombra nella notte.

Muovendosi in tale maniera, si portò nei pressi della porta che avevano preventivamente scelto per quell’azione. Ovviamente non si trattava della porta occidentale, quella più sorvegliata poichè rivolta verso l’esercito invasore. Si trattava invece della porta orientale, in direzione della quale alcuni contingenti di cavalleria e qualche centinaio di fanti avevano cominciato a muoversi subito dopo il tramonto, prendendo un cammino molto largo per ridurre al minimo il rischio di essere visti dalle guardie sugli spalti.

Macchia si appoggiò con la schiena contro il muro della casa che gli offriva riparo, e si dispose ad osservare le guardie che stazionavano davanti alla porta. Non provava alcun timore di venire scoperto: era ben distante, anche se privo di copertura, e si trovava in una zona priva di illuminazione. Avrebbe potuto ballare, e non sarebbe stato notato. Semplicemente, le guardie non avrebbero mai pensato che potesse esserci, lì, una spia nemica. E quindi non lo avrebbero visto. Un fatto di autoconvincimento, gli aveva spiegato il suo vecchio maestro quando gli aveva insegnato a sfuggire agli occhi delle ignare vittime.

Anche le guardie erano tranquille, illudendosi come facevano di essere al sicuro. Del resto, il nemico era dalla parte opposta della città. E da giorni non si muoveva. La notte era tranquilla.
Le luci nella piccola casermetta a ridosso delle mura erano ormai spente. I soldati sul camminatoio erano più distanziati che in precedenza. I soldati a terra, distratti dai loro discorsi.

Macchia calcolò che avrebbe potuto facilmente sistemare la maggior parte di loro, ma i restanti avrebbero dato l’allarme. Sarebbe stato un fallimento.
Tanto valeva, allora, dar subito loro quello che volevano.

L’esplosione lo colse quasi di sorpresa. Voltò istintivamente il capo nella direzione dello scoppio, e vide i residui di un’esplosione di luce permeare una zona.
Distolse lo sguardo.
Sapeva già dove stava accadendo tutto ciò… un tratto di mura vicino alla porta settentrionale.

Le altre esplosioni lo trovarono ormai preparato, e non sobbalzò nemmeno di un centimetro mentre l’aria si saturava dei rumori fragorosi che accompagnavano i lampi di luce gialla, bianca e rossa che illuminavano a giorno parte della città.
Più luce di quanta da troppo tempo nessuno avesse più visto, da quelle parti.

I soldati di guardia alla porta si guardarono intorno nervosi. Da settentrione, le grida dei cittadini e dei soldati attiravano completamente la loro attenzione.
Erano sotto attacco? Qualcuno aveva abbattuto con delle magie le mura?

I soldati a terra gridarono qualcosa ai compagni sulle mura, e quindi si allontanarono in direzione delle esplosioni. Qualche luce si accese all’interno della caserma.

“Troppo tardi, stupidi.”

Mormorò quelle parole a labbra strette, prima di avanzare estraendo da una fascia che gli attraversava il torace trasversalmente due pugnali da lancio. Li bilanciò nelle mani, prese la mira e li scagliò.
Due soldati caddero dalle mura verso l’esterno, mentre il loro compagno si guardava intorno troppo stupito per parlare.
Quando si ricordò di dover dare l’allarme, un pugnale volò anche verso di lui, abbattendolo all’istante.

Macchia cercò gli altri soldati con lo sguardo.
Attratti dallo spettacolo pirotecnico inscenato da Davon, non si erano accorti della fine dei loro compagni. Nè avevano sentito i rumori prodotti dalle loro morti, rumori sovrastati dai suoni delle esplosioni.

Un sorriso amaro gli increspò il volto, mentre con freddezza glaciale lanciava altri pugnali contro i soldati di guardia sulle mura. Un lancio, un corpo. La sua precisione era sempre stata sopraffina, ma nel poco tempo trascorso con il vecchio era migliorato incredibilmente.

“Chissà cosa diventerei, rimanendo con lui…”

Dei rumori lo richiamarono alla realtà, strappandolo alle fantasticherie cui si stava abbandonando.
Qualcuno lo aveva notato dalla casermetta, e soldati armati ne stavano uscendo adesso, diretti verso di lui.
Aveva finito i pugnali, gli rimaneva solo la sua solita spada corta.

“Sarà dura…”

Indietreggiò dinanzi alla corsa furiosa di sette soldati armati di spade lunghe. Schivò i loro primi fendenti, tentando disperatamente di trovare un modo per uscire da quella situazione.

“Serve una mano?”

Dietro i soldati si materializzò Davon, che con un pugno tramortì il soldato a lui più vicino distraendo con tale azione tutti gli altri attaccanti. Macchia ne approfittò immediatamente, dileguandosi con rapidità.

“Sono tutti tuoi Davon… vai pure con la seconda parte del piano.”

Il mago sorrise a quelle parole. Si concentrò su un difficile incantesimo, uno di quelli che un tempo non avrebbe mai potuto evocare. Uno degli incantesimi che invece la sua nuova forma gli consentiva agevolmente di padroneggiare.
Così facendo, l’illusione che lo circondava svanì, mostrando ai soldati non più il ragazzo vestito da mago che avevano visto fino ad allora, ma un demone dalla pelle rossa, alto e muscoloso.

Come fossero stati un sol uomo, i sei abbandonarono le spade e fuggirono gridando come ossessi. Ben distante, Macchia sorrise alla loro reazione e la bocca di Davon si piegò leggermente in segno di scherno.

Finalmente l’incantesimo era ultimato.

Davon si voltò verso la porta, ed allargò le braccia. Un flusso di fiamme rovente partì dal suo corpo andandosi a scontrare contro la pesante e robusta porta di legno e ferro.
Il legno era trattato appositamente perchè risultasse resistente al fuoco, ma il calore sprigionato da quelle fiamme arrivò a far fondere perfino il ferro che le rinforzava.
In meno di un minuto, la porta si stava carbonizzando.

Macchia, dalla sua posizione, si limitò a tenere d’occhio l’arrivo di eventuali nemici per proteggere l’operato di Davon. Sapeva bene che mentre compiva i suoi incantesimi, il mago era vulnerabile. Era il motivo per il quale prima si era occupato di eliminare la resistenza nei pressi della porta.
Aveva svolto bene il suo lavoro, nessuno si stava avvicinando a loro.

La porta cedette, e finalmente cadde carbonizzata.