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Spiegazioni

Posted in Zanna di Drago on maggio 1, 2008 by coubert

Il sole stava tramontando, tingendo di sfumature rossastre il cielo ormai scuro.
In quello che un tempo era stato un villaggio quasi indipendente, popolato da gente fiera ed orgogliosa della propria libertà, una persona se ne stava inginocchiata nel centro dello stesso, gli occhi chiusi ed assorti, le labbra che si muovevano impercettibilmente, come a comporre parole senza però che la voce gli uscisse dalla bocca.

L’ombra generata dalla figura inginocchiata si allungò sempre di più, fino a mescolarsi con le altre ombre, sotto il cielo ormai stellato. Alle sue spalle, qualcuno accese un fuoco, e la sua ombra tornò a distinguersi dal resto del terreno, ora illuminato dalle vivide fiamme scoppiettanti.

Un uomo sedeva vicino al fuoco, silenzioso, a gambe incrociate. Era piuttosto malconcio in volto, e vestiva come un cacciatore. Teneva gli occhi puntati sul ragazzo che da ore era rimasto in quella posizione, inginocchiato al centro del villaggio che lo aveva visto nascere e crescere.

Dopo un tempo che paarve interminabile, Arios si alzò da terra, passandosi una mano sul volto per togliere ogni traccia residua di lacrime dalla faccia, e raggiunse Fadar vicino al fuoco.
Il suo braccio sinistro, quello che nel cratere si era illuminato ed aveva sparato il raggio scarlatto che aveva sconfitto Kahid, era adesso avvolto in pesanti bendaggi che, fortunatamente, Fadar si era premurato di portarsi dietro, anche se certo non immaginava cosa sarebbe potuto accadere.

I due rimasero immobili a fissarsi attraverso le fiamme. Da quando avevano sconfitto Kahid non avevano parlato molto, si erano limitati a curarsi un poco le ferite più gravi, a controllare che i lupi avessero avuto la meglio sui sacerdoti, e quindi erano partiti verso il villaggio, come per un tacito accordo.

“Grazie.”

Arios fu il primo a interrompere il silenzio.

“Figurati… grazie a te, piuttosto. Se non fosse stato per te, Kahid sarebbe riuscito nel suo scopo.”

Un altro pesante silenzio scese tra i due.

“Senti, non avevo idea che ci fosse lui dietro a tutto questo. Altrimenti te lo avrei detto subito…”
“Lo so, tranquillo.”
“Sei un soldato ora?”

Fadar indicò con lo sguardo le vesti che il ragazzo aveva nuovamente indossato, liberatosi del travestimento da sacerdote.

“Lo ero. Una volta scoperto che c’erano i sacerdoti dietro ai mercenari, mi sono arruolato per poterli combattere. Solo che poi me ne sono venuto qua, contro il volere del comandante. Penso di essere accusato di tradimento, ora, e di essere ricercato.”
“Però, non male per uno che qualche mese fa non sapeva neanche come fosse fatto un villaggio.”
“Già…”

Arios pareva distante, pensieroso.

“Senti, Fadar. Come mai ti trovavi lì, te?”

Per un po’ l’uomo non rispose, continuando a fissare il fuoco come se vi stesse cercando qualcosa da dire.

“E’ lunga da spiegare…”
“Abbiamo molto tempo a disposizione, mi sembra.”

Sospirò, con un’espressione rassegnata.

“E sia. Ricordi quando ci incontrammo? Ti parlai degli animali, di come dobbiamo parlargli per farci capire da loro…”
“Si, ricordo.”
“Bene, diciamo che io posso farlo un po’ meglio delle altre persone. Fin da piccolo ho scoperto di avere la capacità di parlare con gli animali. Ecco come ho fatto a farti stare attaccato Ombra, come facevo a far fare ai cani o al cavallo tutto ciò che volevo…”
“E i lupi?”
“Si, anche i lupi. Ho convinto alcuni branchi a cooperare per scacciare i sacerdoti. Non mi ci è voluto molto per convincerli ad attaccare, la parte più dura è stata farli cooperare.”
“Incredibile…”

Per qualche istante Arios si zittì, contemplando la portata del potere dell’amico.

“Ma non hai risposto alla mia domanda.”
“Vedi, gli animali sono solitamente più puri degli umani. Non provano meschinità, e uccidono slo per vivere. Per certi versi, sono più vicini agli Dèi di quanto non lo siamo noi. E una qualche divinità li ha scelti come tramite per comunicarmi che dovevo assolutamente fermare Kahid, o l’Impero sarebbe scomparso.”
“Una divinità?”

Adesso Arios era combattuto tra lo scetticismo e lo stupore, ed entrambe le emozioni gli si riflettevano sul volto.

“So che può sembrare assurdo, ma è quello che è successo. Così mi stavo dirigendo al cratere, quando ti ho trovato. Avevo ancora parecchio tempo, così mi sono potuto fermare e ti ho portato nell’Impero.”
“Poi però ti ho costretto a fuggire… c’erano seguaci di Kahid?”
“No, e comunque non sapeva che lo stessi braccando.”
“Allora ti danno la caccia per il tuo potere?”
“Nemmeno.”
“Hai intenzione di dirmi perchè sei scompaarso?”
“Preferirei di no. Non capiresti, comunuqe…”

Arios scosse la testa.

“Come vuoi, ognuno ha diritto ai propri segreti. Ma hai idea di cosa possa essermi successo?”

Finalmente erano finiti a parlare dell’argomento che li aveva tenuti sulle spine fino ad allora.

“Non sono un mago nè un sacerdote. Come ho fatto a fare quella magia?”
“Non ne ho idea, davvero. E inoltre la zanna è scomparsa… per fortuna, aggiungerei.”
“Per fortuna?”
“Si. Sembra che Kahid avesse studiato molte vecchie carte, e avesse scoperto che in quel cratere era morto un tempo un drago leggendario. Un drago malvagio, che guidava contro le popolazioni più pacifiche eserciti di orchi e goblin, e comandava i demoni e i mostri più crudeli. Quella zanna dovrebbe essere il suo unico resto, e tramite quella aveva intenzione di riportarlo in vita, anche solo in spirito. Se necessario gli avrebbe offerto il proprio corpo, quel folle!”

Arios lo scoltò con interesse, prima di scoppiare a ridere.

“E ora? Che c’è da ridere?”
“C’è che non aveva capito nulla!”

Fadar lo fissò perplesso, tetmendo probabilmente per la sua sanità mentale dopo quanto aveva dovuto sopportare.

“Quando il villaggio è stato distrutto, io ero su quel monte per il rito di iniziazione. In una grotta. Sulle pareti della grotta era rappresentata la scena della morte del drago, e di notte ho avuto una visione. Ho visto il mio villaggio attaccato dai mercenari, ma prima ho visto tutta  la scena, come se la stessi vivendo.”
“Sicuro che fosse una visione?”
“Il villaggio è bruciato.”
“Dèi…”
“Già. E sai che ho visto? C’erano due… draghi che combattevano, uno bianco e uno nero. Erano enormi, terrificanti. Alla fine c’è stato un lampo accecante, e il drago nero era scomparso. Come Kahid. A terra, nel cratere, rimase il drago bianco, morto. Nei pressi c’era una tribù di uomini, miei antenati immagino. Uno di loro, uno sciamano, si avvicinò al drago morto e tornò dai suoi uomini con la zanna. Poi gli uomini fuggirono per l’avvicinarsi di altri draghi…”

Fadar lo fissò sbalrodito, a bocca aperta.

“Quindi…”
“Si, la zanna non era del suo drago malvagio, ma del suo nemico. Il drago bianco.”
“E te l’avevi in mano quando ti ha attaccato con la magia… la zanna deve averti protetto, e dato il potere di rispedirgli contro il suo stesso attacco.”
“Ma che fine avrà fatto la zanna? Perchè è scomparsa?”
“Potrebbe essersi dissolta, o…”

Fadar si interruppe, fissando attentamente Arios.

“O…?”
“No, niente, è una cosa impossibile…”
“Cosa?”
“Pensavo… ti brillava il braccio, no? E con quel braccio hai sconfitto Kahid. E allora… non è che potrebbe essersi fusa con il tuo braccio?”

Arios si tastò il braccio con la destra, immediatamente.

“Non mi sembra proprio…”
“E allora si sarà dissolta. Ma hai altri probelmi a cui pensare…”
“Che intendi?”
“La tua vita. Posso fare in modo che l’esercito non ti dia più la caccia, ma dubito ti riprenderanno con loro. E qui non puoi rimanere… devi decidere che fare della tua vita, Ara’nu.”
“Non ci avevo mai pensato, ho vissuto per la vendetta. E ora…”
“Che vuoi fare ora? Posso aiutarti, sistemarti da qualche parte…”
“Ci sarebbero i mercenari da uccidere, ma non so. Sento che la vendetta è compiuta, che gli spiriti della mia gente riposano in pace adesso.”
“E allora basta vendette. Non hai desideri tuoi?”
“Non so. Diventare un buon cacciatore, forse. O un esploratore…”

I suoi occhi trovarono quelli di Fadar, e i due cominciarono a ridere.

“Andiamo a dormire, ci penseranno i cani a far la guardia. Domattina partiremo all’alba.”

Scontro finale

Posted in Zanna di Drago on aprile 30, 2008 by coubert

Arios mugolò sommessamente, quando cominciò a recuperare i sensi. Si sforzò di sollevare le palpebre, mentre nelle orecchie gli ronzava il suono della voce di Kahid, che stava ancora parlando in una qualche lingua a lui sconosciuta.
Finalmente riuscì ad aprire gli occhi, e lo vide.

Il gran sacerdote era ancora fermo dove lo aveva visto prima di venire colpito. Reggeva con entrambe le mani la zanna, e mentre parlava sembrava quasi che le fiamme prodotte dal braciere si innalzassero sempre di più.

Digrignando i denti per il dolore, il ragazzo cercò di sollevarsi in ginocchio, ma era ancora troppo stordito per riuscirci e ricadde al suolo dopo essersi alzato da terra di pochi centimetri.

“Kahid!”

provò ad urlare, ma la voce gli uscì flebile dalla gola. Il colpo subito ad opera degli incantesimi del sacerdote lo aveva ridotto peggio di quanto non avesse pensato, e quando con lo sguardo colse la figura di Fadar ancora accovacciata a terra, capì che pure per l’amico il colpo ricevuto era stato violentissimo.

Le braccia non riuscivano a sollevarlo da terra, le gambe non rispondevano ai suoi comandi. Avrebbe voluto balzare addosso a Kahid, ma il corpo gli pareva solo di intralcio in questi momenti.
Nella mente passarono rapidissime immagini sbiadite. I volti degli abitanti del suo villaggio. I volti delle persone che per colpa di Kahid adesso erano morte.

“Dèi, aiutatemi…”

pregò silenziosamente, mentre sentiva la rabbia montargli nel corpo ed infiammargli le vene.
Tremando per lo sforzo insopportabile, puntellò le mani al suolo e fece pressione, riuscendo lentamente a sollevarsi da terra. Piegò una gamba, appoggiando il ginocchio destro a terra, quindi piegò pure l’altra gamba, toccando terra però con il piede questa volta.

Respirò profondamente, alimentando mentalmente il furore che gli stava rendendo possibili questi gesti altrimenti impensabili. Sentì un dolore profondo, mentre respirava. Qualche costola doveva essersi rotta nel colpo seguito all’attacco del sacerdote.
Ignorando il dolore, e usandolo anzi per fortificarsi, trascinò le mani verso le gambe, sempre tenendole a contatto con il terreno, e le fece risalire lungo gli arti inferiori, usandoli come appigli per raddrizzare il busto in una posizione quasi eretta.

Kahid gli dava le spalle, intento a celebrare il proprio rito.

Esitante, barcollante, Arios si alzò in piedi. Cercò con lo sguardo le proprie armi, ma le trovò distanti da lui, a terra. Recuperarle era impensabile.

Riportò lo sguardo sul suo nemico, e mosse un primo passo incerto. Il secondo passo fu più fermo, e dopo pochi passi si ritrovò a correre verso il gran sacerdote, che nell’udire i rumorosi passi della sua corsa si voltò quasi sorpreso.

“Ancora tu?”

Arios non rispose, e si lanciò letteralmente addosso all’uomo, cercando con le mani la zanna.

“Questa non è tua, assassino!”

Travolse l’uomo, che non si aspettava un gesto così avventato da chi, pochi minuti prima, si trovava disteso a terra privo di sensi, e i due ingaggiarono una breve colluttazione per il possesso della zanna. Kahid era più fresco, ma il suo fisico non era abituato a risse di quel tipo, benchè il suo avversario fosse ridotto malissimo.

Si divincolò dal suo aggressore, allontanandosi da lui e dalla zanna che restò nelle sue mani, come un trofeo, e si preparò a finirlo con un incantesimo.

“Vorrà dire che ti ucciderò, così la zanna passerà a me. Contento?”

Recitò qualche breve parola, prima di puntare un braccio nella sua direzione. Ci fu un lampo di luce rossastra, mentre Arios gridava e Kahid cominciava a ridere crudelmente.
Gridò anche Fadar, che si stava riprendendo ed aveva visto l’attacco del sacerdote al suo giovane protetto.
Lentamente la luce rossa scemò d’intensità e scomparve, e la risata morì nella gola del sacerdote. Arios era in piedi di fronte a lui, illeso. E la zanna era scomparsa.
Arios sollevò lentamente contro il sacerdote il braccio destro, che ora sembrava pulsare leggermente di una strana luce scarlatta.

Kahid gridò qualcosa di incomprensibile, un suono che giunse ovattato alle orecchie del ragazzo. Non sapeva neanche cosa stesse facendo, non sapeva cosa fosse quella strana sensazione al braccio. Sapeva solo che sentiva di doverlo fare, come se fosse guidato da qualcun altro in questa azione.

Il sacerdote mosse rapidamente le mani disegnando strani simboli in aria, mentre veniva circondato da una luminescenza simile a quella che circondava l’intero cratere. Dal braccio di Arios esplose un raggio di luce scarlatta, che indugiò per un attimo sullo scudo mistico di Kahid prima di travolgere l’uomo, che scomparve in quella luce abbagliante.

La luminescenza che circondava il braccio scomparve, e Arios cadde pesantemente al suolo, con il volto riverso sul terreno. Del sacerdote non vi era più alcuna traccia.

“Vi… vi ho vendicati…”

Pronunciate queste ultime parole, Arios perse nuovamente i sensi.

Un gradito ritorno

Posted in Zanna di Drago on aprile 29, 2008 by coubert

Arios si ritrovò a vagare senza meta tra le tende e i sacerdoti che si muovevano indaffaranti da una parte all’altra del campo. Non osava stare fermo in un punto, per non rischiare di essere raggiunto da qualcuno. Sperava, continuando a muoversi come se avesse un compito da eseguire, di poter rimanere solo.

La mente cercava ancora di ragionare su ciò che era successo. Kahid si era accampato con i suoi uomini proprio dove i due mostri della sua visione si erano scontrati. E per prendere la zanna di uno di loro aveva massacrato il suo villaggio, motivo per il quale lui adesso si trovava al campo, travestito da sacerdote.

Ci doveva essere una connessione, solo che faticava a trovarla.

In questo modo, continuando ad evitare ogni contatto con gli altri sacerdoti, arrivò alla sera.
Si aspettava un pasto comune, una cena… invece i sacerdoti cominciarono a radunarsi in due colonne, intonando strani canti.
Ovviamente fu costretto a incolonnarsi pure lui, sarebbe stato troppo strano vedere un unico sacerdote disertare quella sorta di rito.

Lentamente, le due colonne presero a muoversi in direzione del cratere, con Arios che tentava di imitare alla meglio i suoni, per lui privi di significato, che sentiva uscire dalle gole dei suoi vicini.
Marciarono cantando per parecchio tempo, finchè non furono sul bordo del cratere.

E allora lo vide.

Un unico sacerdote, con vesti nere bordate d’oro, si trovava sul fondo del cratere. Ai suoi piedi giaceva la zanna sottratta al villaggio. Al suo fianco, da un braciere si innalzavano nubi di fumo grigio, che salivano fino a perdersi nel cielo che si scuriva sempre di più.

“Compagni!”

Esordì il sacerdote.

“Finalmente il momento è giunto. Doegrain tornerà in vita, per guidarci nella sua magnificenza.”

Grida di giubilo accolsero quelle parole, mentre una strana eccitazione percorreva i corpi dei sacerdoti. Arios si guardava intorno nervoso, teso come una corda. Non gli piaceva per niente come si stavano mettendo le cose.

“E ora possiamo cominciare con il rito. Concentratevi e pregate l’Oscuro, affinchè ci conceda il potere di sottrarlo al giogo crudele della Morte.”

Tutti i sacerdoti chiusero gli occhi, cominciando a borbottare strane parole che Arios si sforzò di imitare, seppure a voce talmente bassa da renderle difficilmente udibili.
Anche Kahid chiuse gli occhi, sobbalzando ad un tratto, come se fosse stato schiaffeggiato.

“Sento una stonatura nella tessitura mistica. Tra di noi c’è un ospite inatteso…”

Tutti i sacerdoti si guardarono sospettosamentee intorno, e altrettanto fece Arios sentendò però il cuore battergli all’impazzata nella cassa toracica. Era stato scoperto… lentamente la sua mano si avvicinò all’impugnatura della lama che portava al fianco. Non sarebbe morto senza combattere, e avrebbe fatto pagare caro a quella gente il prezzo della propria vita.

“Esci allo scoperto, intruso.”

La testa gli fu attraversata dal pensiero che, se si fosse riuscito ad avvicinare abbastanza a Kahid, forse sarebbe riusucito ad ucciderlo, prima che i sacerdoti si potessero muovere.
Mosse lievemente il piede destro verso il cratere, ma si immobilizzò nel sentire una voce ben nota.

“Giacchè mi inviti con tanta gentilezza…”

Dal lato opposto del cratere, sbucando dietro a un masso, comparve Fadar. Arios lo fissò sbigottito, chiedendosi cosa ci facesse in quel posto sperduto.
Fadar indossava i suoi soliti abiti, e ai fianchi portava due spade ricurve. A parte quelle, era disarmato e solo. Neanche i cani, che pure solitamente lo seguuivano sempre, parevano essere nei paraggi.
Si avvicinò sorridendo con fare beffardo al bordo del cratere, prima di fermarsi.

“Ti cercavo da parecchio tempo, sai?”
“Purtroppo per te mi hai trovato.”

Fadar si limitò a sorridere nuovamente all’indirizzo del gran sacerdote, apparentemente incurante dei sacerdoti armati di spada che si stavano dirigendo verso di lui correndo.

“Sei finito, Kahid.”
“Dici? E quale esercito supporta la tua tesi?”
“Questo.”

Alle spalle di Fadar, che ora aveva sguainato le lame per attaccare i sacerdoti ormai giuntigli addosso, comparve un branco di grossi lupi che si avventarono sui sacerdoti e nel cratere. Ma mentre i sacerdoti lottavano e soccombevano, Kahid con un gesto della mano operò una magia che ucciso su lcolpo una decina di lupi. Fadar gridando gli si lanciò contro, ma anche lui venne sbalzato lontano dal cratere.

Kahid gettò un’occhiata indifferente al duro combattimento che impegnava i suoi sacerdoti, quindi raccolse la zanna.

“Adesso nessuno potrà più disturbarmi, siano essi lupi o intrusi inopportuni.”

Alzò le mani preparandosi ad operare un incantesimo, ma Fadar, ripresosi, scivolò nel cratere mentre lo scudo evocato dal sascerdote avvolgeva come una cupola il cratere.
Non visto, dalla parte opposta del cratere era sceso anche Arios,che aveva approfittato della confusione per abbandonare i sacerdoti ed avvicinarsi al suo vero obbiettivo.

Contava di avvicinarsi a lui di soppiatto, fintanto che Fadar lo teneva impegnato, ma il sacerdote parve accorgersi della sua presenza. La sua bocca formulò antiche e potenti parole, e i due intrusi caddero al suolo privi di conoscenza.
Si avvicinò ad Arios e, con un piede, gli tolse il cappuccio dal volto. Osservò un attimo i tatuaggi sul suo volto, quindi vi sputò sopra con disprezzo.

“Principiante…”

Senza più badare ai due che giacevano a terra, cominciò ad occuparsi del rito che lo attendeva.

Il campo

Posted in Zanna di Drago on aprile 28, 2008 by coubert

Travestito da sacerdote del Dio Nero, Arios si incamminò nella direzione dalla quale erano giunti i suoi nemici. Con suo grande sollievo, non vide cavalli. Voleva dire che il loro rifugio era tutto sommato vicino, raggiungibile a piedi. Doveva  però scegliere la direzione da seguire, ed in questo non aceca aiuti di sorta.
Non c’erano tracce che indicassero chiaramente la direzione da prendere, quindi puntò a ovest camminando con passo deciso, come sapesse dove stesse andando.

Era fortunato, infatti dopo quasi un’ora di cammino si sentì chiamare da una voce sconosciuta.

“Ehi, dammi una mano.”

Si voltò, e vide un sacerdote che trascinava un carretto a due ruote carico di legna. Senza indugiare, si portò al suo fianco afferrando uno dei due pali del mezzo, e cominciò a spingerlo pure lui.

“Grazie, cominciavo ad essere stanco.”

Arios non gli rispose, continuando nel frattempo a trainare il carro ed a pensare ai suoi tatuaggi in volto.
L’uomo però pareva abbastanza ciarliero, e continuò a cercare di fare conversazione.

“Che compito avevi, per esserti spinto fino a quaggiù invece di rimanertene tranquillo al campo?”

Anche questa volta, l’unica risposta di Arios fu il silenzio.

“Stasera finalmente è il gran giorno, eh? C’è voluto un po’ di tempo, ma adesso siamo arrivati al rito conclusivo. Dopo tutto questo tempo, il gran sacerdote Kahid riuscirà finalmente a riportare in vita Doegrain, e allora l’Impero la smetterà di darci la caccia come topi!”

Arios si voltò verso il suo interlocutore, un movimento involontario di fronte a tali informazioni appena ricevute. L’altro scambiò quel movimento dovuto alla curiosità come un assenso, e continuò nei suoi monologhi.

“Quando Doegrain sarà tra noi, comincerà una nuova era. Il suo potere, la sua forza, la sua sapienza… il mondo sarà ai nostri piedi, e il Dio Nero riacquisterà il ruolo che gli spetta di diritto, tornerà ad essere il primo tra i dodici Dèi.”

Arios rimaneva in silenzio a faticare, e alla fine il suo compagno di viaggio si stufò di parlare all’aria e cessò pure lui di parlare. Intanto però Arios rimuginava sulle sue parole.
Altro che litigi tra guarnigioni su chi doveva mandare qualche uomo nelle praterie. Qui la cosa sembrava seria, sarebbe stato bene che l’Impero avesse inviato al più presto l’esercito per debellare questa misteriosa minaccia rappresentata da Doegrain il prima possibile.

Passarono così altre due ore, al termine delle quali l’uomo esclamò sollevato:

“Finalmente, cominciavo a temere d’essermi perso!”

In lontananza, davanti a loro potevano scorgere delle vaghe sagome indistinte. Avvicinandosi le sagome divennero sempre più delineate, fino ad assumere l’aspetto di un campo ben organizzato. Decine e decine di grandi tende, alcuni padiglioni ben più grandi raggruppati verso il centro, un recinto per i cavalli, diverse sentinelle vestite di nero poste di guardia al campo.

Le sentinelle li salutarono con un cenno del braccio, cui Arios e il suo compagno risposero cortesemente prima di entrare nel campo. Arios rimase sorpreso nel constatare quanti sacerdoti girassero per il campo, ognuno apparentemente impegnato in qualche compito.

Per la prima volta, ebbe paura di aver commesso un grosso errore, ad essersi infiltrato lì dentro senza neanche sapere in cosa si stesse andando a cacciare.
Continuò a trascinare il carro, seguendo i movimenti del suo compagno, fino a quando non abbandonarono il mezzo davanti a un grande tendone dal quale uscirono altri sacerdoti, che alacremente trasportarono all’interno la legna.

Arios si allontanò da lì, prendendo a girovagare per il campo. Come avrebbe riconosciuto il gran sacerdote? Indossava forse abiti diversi da quelli degli altri sacerdoti? Aveva tatuaggi diversi? Portava una corona?
Non aveva mai visto un gran sacerdote, quindi si trovava in una brutta condizione.

La cosa peggiorò quando arrivò all’altra estremità del campo.
Da lì il suo sguardo poteva spaziare tutt’intorno. A nordest sorgeva una rigogliosa collina, mentre a ovest si vedeva un profondo avvallamento nel terreno. Una specie di enorme cratere, di terra riarsa. Non un solo ciuffo d’erba cresceva in quel cratere o sui suoi fianchi.

Il motivo che fece bloccare Arios, lasciandolo al tempo stesso stupito, emozionato e terrorizzato, era semplice: era già stato lì.
E ciò era avvenuto la sera del massacro del suo villaggio, quando nella grotta si era ritrovato a fare quello strano sogno.

Riconosceva in qualche modo il paesaggio, e la collina sulla quale si era ritrovato.
E quel cratere… senza dubbio era il luogo dove il drago era morto!

Mimetismo

Posted in Zanna di Drago on aprile 27, 2008 by coubert

“Dovremmo essere vicini, ormai…”

Arios tirò le briglie del cavallo, rallentandone l’andatura. A parte il fatto che non sapeva di preciso dove dirigersi, voleva tenere un passo pi misurato anche per evitare di fare troppo rumore.
Malgrado i suoi desideri, non era certo così sciocco da caricare a testa bassa, senza sapere quanti avversari lo attendessero nè quali fossero le loro forze. Inoltre, non doveva scordare che il suo vero obbiettivo era Khaid, il gran sacerdote.

Al suo fianco, Ombra procedeva sicuro seguendo senza problemi l’andatura della cavalcatura. Ogni tanto voltava il muso per scrutare il paesaggio circostante, annusando sospettoso gli odori portati dal vento, ma poi tornava a fissare la strada davanti a lui.

Ad un certo punto, però, il grosso cane si immobilizzò, tendendo le orecchie e fissando intensamente alla propria destra, scoprendo nel frattempo un poco i denti.

“Buono, buono… vediamo di non farci scoprire subito.”

Arios balzò a terra dal cavallo e passò distrattamente una mano sul capo del cane, cominciando a guardarsi intorno.
La zona non offriva grandi ripari, gli unici alberi si trovavano nella direzione dalla quale Ombra aveva percepito arrivare qualcuno. Per il piano che aveva pensato Arios, era essenziale non essere visto. Non subito, almeno.

“Nasconditi, Ombra.”

A quelle parole, il cane sfrecciò via scomparendo nell’erba alta. Arios lo seguì con lo sguardo finchè gli fu possibile, quindi si diresse in un’altra direzione, procedendo a piedi lungo la strada e quindi deviando verso gli alberi. Percorsa così una decina di metri, si buttò a terra, togliendosi le armi e deponendole davanti a sè. Strappò un po’ di erba dai dintorni, spargendosela sulla schiena e rimanendo in posizione prona, immobile, ad attendere.

Certo, gli abiti da soldato non erano gli ideali per un agguato in quel territorio, e se fosse stato ancora al villaggio avrebbe indossato ben altro, oltre a pitturarsi il corpo in maniera tale da mimetizzarsi meglio, ma al momento non poteva permettersi di fare troppo lo schizzinoso.

L’attesa non fu lunga, passò una decina di minuti prima che delle voci umane giungessero alle sue orecchie.

“Ehi, guardate, un cavallo.”
“Che ci fa quaggiù?”
“Mi sembra sellato… dove sarà il cavaliere?”

Le voci si avvicinavano, lentamente.

“Potrebbe essere una spia.”
“Chiunque sia, non può tornarsene via. E’ arrivato troppo vicino al cratere, deve essere ucciso.”

Alcuni suoni ormai ben noti al giovane. Quelle persone avevano snudato delle spade, e al contempo avevano cessato di parlare per non dare punti di riferimento al loro misterioso avversario.
Non male come idea, ma erano inesperti. I loro passi non erano silenziosi come avrebbero dovuto, e Arios percepiva chiaramente come adesso si fossero separati per coprire un territorio più grande e non rischiare di cadere tutti insieme in un’imboscata.

Si costrinse ad aspettare l’occasione propizia, non osando mostrarsi troppo presto. Potevano essere dei mercenari, potevano avere archi… non doveva essere precipitoso, o tutto sarebbe stato vano.
Finalmente sentì dei passi, non abbastanza furtivi, dirigersi verso di lui. Era abbastanza sicuro di non essere ancora stato notato, altrimenti immaginava sarebbe stato attaccato in forze.

Trattenne il respiro, mentre la mano lentamente si stringeva attorno all’elsa della spada. E rimase in attesa.
I passi si avvicinavano sempre di più, sempre di più. Tutto ora era nelle mani degli Dèi. Se il suo avversario lo avesse scorto, difficilmente Arios sarebbe sopravvissuto. Se invece avesse proseguito nel suo cammino, sarebbe perito lui.

I passi proseguirono.

Arios si alzò rapidamente in piedi, badando a non produrre il minimo rumore, e conficcò la spada nella schiena dell’uomo vestito con la tunica nera che gli porgeva le spalle. La spada penetrò nel cuore dell’uomo, sbucando dalla parte opposta della cassa toracica. Con un unico, rauco grido l’uomo si accasciò al suolo, ormai privo di vita, mentre Arios estraeva rapidamente l’arma dalla sua schiena.

C’erano altri tre sacerdoti, che immediatamente gli si lanciarono contro brandendo le spade. Non sembravano inesperti come i sacerdoti affrontati in città, così il ragazzo decise di non farsi circondare. Corse incontro al più vicino dei sacerdoti e, con un paio di rapidi affondi, lo uccise. In due però gli arrivarono addosso, e Arios potè solo indietreggiare, sotto la fitta pioggia dei colpi avversari.

“Ombra!”

chiamò il ragazzo, e dall’erba emerse la nera sagoma del cane, che si avventò sulle spalle prive di protezione di uno dei due uomini, che si trovò a rotolare sul terreno aggredito da quella che ai suoi occhi appariva senz altro come una creatura infernale. L’esito dello scontro era deciso prima ancora di cominciare.

Addosso ad Arios rimaneva solo un sacerdote, ma il ragazzo evitava di colpirlo malgrado le numerose aperture offerte dallo stile inesperto dell’uomo. Invece si impegnò a disarmarlo, riusucendovi solo dopo essere stato colpito di striscio un paio di volte.

A quel punto gettò a terra anche la sua spada, e ingaggiò una breve lotta con l’uomo. Arios, temprato da una vita dura come quella vissuta al villaggio -dura in relazione alla vita dei cittadini, lui non l’aveva certo mai considerata altro che una vita normale- era molto più forte del suo avversario, e in poco tempo riusucì ad avere la meglio su di lui, stringendo tra le mani il suo collo fino a quando non smise di dibattersi tra le sua mani.

Ombra, intanto, aveva finito il suo avversario e trotterellò al fianco di Arios, fissandolo con i suoi occhi inteelligenti.

“Ottimo lavoro, bello.”

lo gratificò il ragazzo, grattandolo dietro le orecchie.

“Ora però devo continuare da solo… aspettami qui, d’accordo?”

Si tolse i vestiti, ed indossò quelli dell’ultimo uomo ucciso, relativamente puliti. Si cinse al fianco la spada dell’uomo, ma sotto la veste mise il suo vecchio coltello, dal quale non aveva alcuna intenzione di separarsi.

Solo allora studiò con attenzione i tatuaggi sul volto dell’uomo. Erano complessi e neri, dalla borsa che aveva legata alla sella del cavallo estrasse dei vasetti comperati in una delle prime cittadine attraversate mentre se ne andava dalla sua guarnigione.
Colori per il corpo, gli avevano assicurato.

Rimpianse di non avere un compagno, magari Fadar, che gli potesse dipingere il volto, e si augurò di riuscire ad imitare decentemente quegli strani segni, dovendo lavorare sul suo stesso volto senza possibilità quindi di stabilire se il risultato finale fosse o meno accettabile.

Impieghò parecchio tempo per quest’opera, e una volta che ebbe terminato si rialzò e guardò il cane.

“Mi raccomando… ora non mi seguire.”

Quindi si incamminò verso gli alberi dai quali erano arrivati i sacerdoti.

La decisione

Posted in Zanna di Drago on aprile 26, 2008 by coubert

Arios galoppava da ore, senza essersi mai fermato. Non sapeva come il comandante avrebbe reagito alla sua fuga, e non voleva rischiare nel caso di un inseguimento.

Finalmente giunse in vista della prima guarnigione sul suo cammino, e rallentò l’andatura mentre si avvicinava alla porta. Il soldato di guardia lo fissò rimanendo in silenzio, chiaramente in attesa di spiegazioni da parte sua.

“Sono solo di passaggio. Porto un messaggio per le guarnigioni del nord…”
“Un altro? Un messaggiero è già passato ieri.”
“Lo so, ma il comandante ha pensato di mandarci in due, nel caso fosse successo qualcosa ad Hane. Il messaggiero partito per primo.”

Il soldato scosse la testa perplesso, poi si fece da parte per consentirgli il passo.

“Il comandante della guarnigione dovrebbe essere in caserma.”

Gli gridò alle spalle, mentre Arios entrava nella cittadina.
Era molto più piccola della città che aveva appena lasciata, e immaginava che l’uomo avrebbe risposto come il suo comandante, alla richiesta di inviare uomini al nord.

Ed infatti gli rispose nella stessa, identica maniera, quando lo trovò nella caserma. I toni erano più pacati di quelli del suo comandante, ma il senso del discorso rimaneva lo stesso.
Gli spiegò che la sua guarnigione era piccola, che aveva pochi uomini, e che se li avesse allontanati da lì quell’agglomerato di case sarebbe rimasto sguarnito e senza nessuno a garantire l’ordine.

Sospirando, Arios gli chiede la direzione in cui si era incamminato Hane e partì al suo seguito.

Prevedibilmente, in ogni cittadina dalla quale transitasse, riceveva le stesse risposte dai comandanti delle guarnigioni: che avevano pochi soldati, che non potevano allontanarsi.

“Ormai ho capito, dai soldati non mi posso aspettare alcun aiuto…”

Era a un paio di chilometri dall’ultimo villaggio prima delle praterie, il villaggio dove lo aveva condotto Fadar quando gli aveva salvato la vita.
Da allora era cambiato moltissimo, rispetto al ragazzino che era salito sul Monte Sacro. E non aveva più visto Fadar, da quando con il suo comportamento avventato lo aveva misteriosamente indotto a dileguarsi. Chissà perchè lo aveva fatto… ogni tanto ci aveva ripensato, ma non era mai riuscito a formulare ipotesi valide.

Forse era un bandito, ma non gli sembrava proprio.
Apparteneva a qualche strana setta, o gilda? Mah…

Ovviamente, dietro al suo cavallo correva Ombra. Non lo avrebbe potuto lasciare alla guarnigione nemmeno se avesse voluto, e di certo comunque non voleva separarsi dal cane di Fadar, l’unico amico che aveva avuto nei mesi passati da solo a vagare per l’Impero.

“Ombra… dovremo fare da soli. Torniamo nelle praterie, che ne dici?”

Dal cane, ovviamente, non giunse risposta. Arios interpretò il suo silenzio come un accorato assenso, e felice per aver finalmente detto ad alta voce l’intento che in realtà si era prefissato da quando aveva sentito la storia degli elfi, entrò nel villaggio.

“Arios!”

Si voltò sorpreso, appena varcata la soglia del villaggio, e si trovò di fronte Hane, che stava procedendo in senso opposto.

“Che ci fai qui?”
“Il comandante mi ha mandato per cercare di convincere le guarnigioni a fare qualcosa, temeva non avrebbero mosso un dito.”
“E ti ha mandato?”
“Beh, so essere insistente.”

Hane sorrise incerto, non credeva molto a quella storia ma non aveva certo voglia di litigare con quel ragazzino che era stato suo compagno d’armi per mesi.

“L’idea del comandante era giusta. Nessuna guarnigione intende mandare un solo uomo al nord, il pensiero comune è che finchè se ne stanno nelle praterie possono fare quel che vogliono, basta che non scendano nell’Impero.”
“Ma anche le praterie sono Impero!”
“Si, ma sono lontane dai cittadini, nessuno le controlla mai. A chi importa se ci stanno loro?”

C’era il mio villaggio!, avrebbe voluto gridare. Invece si limitò a sbuffare,

“Vedrò di cercare di convincerli…”
“Buona fortuna, te ne servirà. Ti aspetto, così torniamo insieme… la strada è lunga, e da soli ci si annoia.”
“No, non serve… il comandante avrà bisogno di te alla guarnigione, visto che si è privato di due uomini.”
“E di te no?”

Arios rimase in silenzio, fissando Hane negli occhi.

“Parti, torna alla guarnigione. Quando avrò finito qui, tornerò anche io.”
“Perchè?”

Quella semplice domanda sottintendeva molte, troppe cose. L’uomo aveva capito che Arios non era lì su mandato del comandante, aveva capito che non sarebbe tornato senza prima aver sistemato i sacerdoti.

“In realtà il mio nome è Ara’nu. Provengo da un villaggio delle praterie. Ero via dal villaggio, quando dei mercenari ingaggiati dai sacerdoti del Dio Nero hanno massacrato tutti gli abitanti del villaggio, e lo hanno raso al suolo. Non avrò pace fino a quando non li avrò vendicati.”

Hane rimase in silenzio a fissare il ragazzo, qunidi abbassò il capo.

“Buona fortuna, e vedi di non farti uccidere.”

Quindi, semplicemente, se ne andò.

Fuga

Posted in Zanna di Drago on aprile 25, 2008 by coubert

“…e gli elfi hanno detto che a nord ovest, nelle praterie, ci sono moltissime persone vestite di nero, con in volto tatuaggi simili a quelli dei Sacerdoti. Queste persone li hanno attaccati a vista, costringendoli ad abbandonare il sito, che affermano essere un potente luogo di magia.”

Arios fece per puntualizzare qualcosa, ma uno sguardo seccato del comandante lo fece desistere dal suo intento.

“Si, può anche andare…”

dovette ammettere, per non incorrere di nuovo nell’ira del comandante. Anche se il racconto gli sembrava troppo sommario e possibilista, sarebbe dovuto essere più enfatico, più convincente.

“Ottimo. Hane, prendi un cavallo e dirigiti alle postazioni settentrionali dando la notizia. Che se ne occupino loro, adesso.”

Arios dovette trattenersi dal fare qualcosa di avventato, mentre il soldato usciva dalla stanza per dirigersi alle scuderie. Evitò anche di guardare il comandante, affinchè non si accorgesse della rabbia che stava provando.

“Vuoi forse aggiungere qualcosa?”
“No, comandante.”
“Bene, allora torna pure ai tuoi compiti.”
Quando Arios uscì di pattuglia, ormai Hane se ne era già andato.
Mentre fisicamente Arios camminava lungo le strade con i compagni, mentalmente stava seguendo Hane lungo il tragitto che lo avrebbe condotto alle postazioni settentrionali. Il percorso che avrebbe dovuto fare lui.

E invece doveva restare lì, in città, a pattugliare il niente, per evitare che nemici immaginari attaccassero gente idiota di cui non gli importava niente.
Un’idea cominciò a farsi strada dentro di lui, e sebbene all’inizio la cercasse di scacciare, lentamente si trovò ad accettarla, ad accoglierla, ad alimentarla.

Tornato alla caserma, si diresse dalla guardia che sostava davanti alla porta.

“Il capitano è dentro?”
“Si, è alle scuderie a controllare i cavalli.”

Salutando la guardia con un cenno del capo, Arios se ne andò quindi alle scuderie, dove vide il capitano intento ad ispezionare lo stato dei cavalli. Gli stallieri, in fondo al locale, fissavano con astio malcelato quell’uomo che pretendeva di insegnare loro il mestiere che facevano da una vita.
Attese pazientemente che l’uomo terminasse la sua visita e facesse la solita ramanzina agli stallieri, a suo avviso frettolosi nello svolgere i loro compiti. Solo quando il suo superiore fu uscito dalla stalla, gli rivolse parola.

“Scusi, capitano.”
“Si? Che c’è?”
“Le volevo chiedere se potevo essere mandato di ronda anche questa sera.”
“Cosa? Ma non eri di ronda già oggi?”
“Si, ma tanto sono diverse notti che non riesco a dormire. Magari se sto attivo tutta la notte, domattina riuscirò finalmente a chiudere occhio.”

Il capitano parve rifletterci sopra un poco, prima di assentire vigorosamente.

“Non avrò certo fatica a trovare gente disposta a cederti il turno notturno. Però bada di non crollare mentre giri per strada!”
“Tranquillo, sarò più attivo che mai.”

Rientrò soddisfatto nella sua stanza, e alla spada che gli pendeva dal fianco sostituì il coltello che si era portato dal suo villaggio natale. Fissò incerto i vestiti di riserva, poi sospirando li lasciò al loro posto. Quindi uscì per ultimare i preparativi del piano che aveva appena ideato.
Arrivato finalmente il momento della ronda, uscì con gli altri uomini della pattuglia, dopo essersi subito i ringraziamenti vigorosi dell’uomo che quella notte avrebbe guadagnato molte ore di sonno.
Cominciarono a percorrere i loro soliti giri, ma dopo essersi allontanati di un chilometro abbondante dalla caserma Arios finse di essersi ricordato solo allora di una cosa importante.

“Dèi!”
“Che c’è, Arios?”
“Ho dimenticato la spada alla caserma!”
“Che idiota che sei…”

Fece vagare il suo volto tra quelli dei compagni, mostrandosi umiliato e perplesso.

“Torno indietro a prenderla, e vi raggiungo. Tanto il percorso è sempre lo stesso.”
“Ti accompagniamo.”
“No, non serve. Continuate pure, tanto in pochi minuti vi raggiungo di nuovo.”

Ridendo della sua dimenticanza, i soldati continuarono il loro cammino mentre lui tornava a corsa alla caserma, dove lo accolsero altre risate al suo racconto di come aveva dimenticato la spada in camera.

Rientrò nella sua stanza, si allacciò il fodero della spada alla cintura ed uscì sempre di corsa dalla caserma. Fortunatamente era riuscito ad evitare il comandante, era certo che lui non si sarebbe fatto ingannare così facilmente.
Direttosi alle scuderie, svegliò rudemente uno stalliere.

“Che c’è? Che vuoi?”

chiese questi, irritato per il brusco risveglio.

“Sellami un cavallo, rapido. Devo portare un messaggio a sud, ed è urgente.”

Sospirando e borbottato qualche imprecazione, l’uomo svolse il suo lavoro e si riaddormentò mentre Arios cavalcava via dalla caserma. Ora il tempo era tutto.

Arrivato alla porta meridionale, ripetè le stesse parole alle guardie. Se avesse preso la porta settentrionale, qualcuno si sarebbe potuto insospettire, visto che Hane era partito la mattina stessa. Così facendo, invece, la cosa sembrava plausibile.

Come era prevedibile, le guardie lo lasciarono passare senza indagare troppo, e una volta fuori dalla città Arios lanciò il cavallo al galoppo, diretto verso le praterie settentrionali.
Era entrato nell’esercito per sgominare i sacerdoti, e ora che gli scopi suoi e dell’esercito divergevano, lo abbandonava su due piedi, fuggendo di notte come un ladro.

Stranamente sentiva un groppo in gola al pensiero di venire accusato di tradimento e furto dai suoi vecchi compagni, e magari di dover venire in futuro arrestato da loro. Ma questo non era importante, ora l’unica cosa che contava era trovare quel luogo di raduno dei sacerdoti, e dare sfogo alla propria ira.