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Speciale 50° episodio: la leggenda di Anymartis

Posted in Racconti on maggio 11, 2008 by coubert

Salve a tutti.

Scusate se resto nell’ombra, ed evito di mostrarmi… ma per adesso è troppo presto, non è ancora giunto il mio momento. Mi limito ad osservare le pedine muoversi sulla scacchiera, e le guardo reagire alle mosse dell’avvesario che si sta muovendo dietro le quinte, ignare anche solo della sua esistenza.

Joni e la sua corsa contro il tempo per poter salvare la sua amata principessa… Davon e Macchia, impegnati a confrontarsi con Gyarix e l’Ordine… Ara’nu e Fadar, in viaggio per l’Impero… il principe Kharon, che vive una parodia di vita, tagliato fuori da quel mondo reale che preme sempre di più contro le sbarre della sua gabbia dorata… i regni del sud, in guerra con gli eserciti degli orchi… lo scisma che sta colpendo la popolazione elfica, per la prima volta dalla sua nascita… l’antico male che si sta risvegliando nelle profondità della terra, e che si sta muovendo contro le antiche roccaforti dei nani…

Di tutto questo sapete già qualcosa, moltre altre cose saranno più chiare col passare del tempo. Ma come ho detto, non è ancora il mio momento di prendere parte a questi eventi, quindi dovrò limitarmi a svolgere i miei compiti di Signore della Torre d’Ombra ed osservare.

Niente però mi vieta di intrattenervi con una storia. Una leggenda, forse… non ho mai conosciuto nessuno che fosse presente a questi avvenimenti, anche se presto anche questo potrebbe cambiare.
Come probabilmente sapete, ci sono dodici divinità. Certo, sembrano molte di più, ma questo perchè a seconda del popolo al quale si manifestano, assumono nomi ed aspetti differenti. E’ tutta una questtione di adattamento alle loro aspettative.

Non so bene come funzionino le cose per gli Dèi, anche se pare comprovato che essi traggano energia dalla fede riposta in loro. Comunque, io non sono nè un teologo nè tantomeno un sacerdote, quindi tutto questo mi ha sempre interessato solo fino ad un certo punto. Un tempo ero affascinato da un’antica leggenda, che diceva che per assurgere al rango di divinità bisognava aprire la porta dei cieli con le sette chiavi del mondo, entrare nelle pianure divine e superare le prove che sarebbero state poste sul proprio cammino, fino al raggiungimento di uno status divino. Un tempo ci credevo, e andai anche in cerca di quelle chiavi… inutilmente, mi pare scontato dirlo. Ormai non mi interessano più queste sciocchezze sul diventare un Dio.

Comunque, un tempo gli Dèi erano quattordici. Vivevano nel loro bel piano, in una dimensione contigua alla nostra, e lo avevano diviso in quattordici parti della stessa grandezza.
Ogni parte era un regno a sè stante, governato da una divinità, e assumeva l’aspetto che la divinità voleva. Perfino le popolazioni dei regni rispecchiavano le divinità.

Sul nostro mondo, ovviamente, si sapeva ben poco di tutto ciò. Si sapeva solo che c’erano gli Dèi, che erano dotati di una potenza talmente enorme da sembrare quasi onnipotenti, e si sapeva che spesso chi credeva totalmente in loro otteneva da essi alcuni favori.
Tutto ciò era quanto bastava alla gente per adorarli, e da questo rapporto simbiotico ci guadagnavano entrambi i gruppi.

I problemi cominciarono quando uno degli Dèi si insuperbì, e desiderò divenire il primo tra gli eguali. Era il più potente, quello dotato del maggior numero di seguaci, ed a suo avviso tale primato si doveva rispecchiare in un possedimento più vasto nella loro dimensione, nonchè in una maggiore influenza sul mondo.

Gli altri Dèi gli si opposero fermamente, malgrado uno di loro in realtà si fosse segretamente alleato con lui.
Insieme, i due mossero guerra agli altri dodici Dèi, che vennero colti alla sprovvista da tanta audacia, e lentamente persero terreno.

Questa lunga guerra tra gli Dèi si ripercosse violentemente anche sul nostro mondo, sotto forma di pioggie torrenziali che duravano mesi interi, terremoti, eruzioni vulcaniche, uragani, maremoti… alla fine tra le popolazioni emerse una figura carismatica, eroica e coraggiosa.

Anymartis si erse a paladino delle razze senzienti, riunì sotto la sua guida tutte le nazioni umane, ed annunciò che sarebbe salito in cielo per far smettere agli Dèi questa assurdità.
I nani gli fabbricarono un’armatura ed una spada quali mai si erano viste prime, nè mai furono viste in seguito. Gli elfi vi riversarono sopra tutta la loro magia, rendendolo invulnerabile a ogni attacco e letale contro ogni forma di vita a lui avversa.
Tale era la fiducia che ognuno riponeva in lui!

Cinquecento arcimaghi umani si sacrificarono, venendo bruciati dall’apertura del varco dimensionale che avrebbe portato l’eroe nella dimensione degli Dèi.

Anymartis partì, in groppa al suo cavallo alato.

Giunto nelle lande divine, le trovò in rovina. Il suolo era cosparso dei cadaveri di creature talmente assurde che mai mente umana li avrebbe potuti anche solo immaginare. Un oceano di cadaveri si stendeva davanti ai suoi occhi, mentre in lontananza si udivano ancora gli echi delle battaglie.
Gli stessi Dèi stavano combattendo tra loro, cercando di arginare la potenza incommensurabile del Dio ribelle e del suo seguace.

Ignorato da tutti, trattato alla stregua di un inutile moscerino, Anymartis raggiunse il seguace del Dio ribelle, e con un preciso colpo della spada lo decapitò di netto.
Il suo grido di morte attraversò i mondi, venendo chiaramente udito anche sulla terra, dove i suoi sacerdoti persero immediatamente conoscienza. La maggior parte di loro morì entro poche ore, a causa dello shock enorme subito.

Adesso gli Dèi fissavano stupiti quel misero mortale, che aveva osato addirittura uccidere uno di loro. Un ribelle, certo, ma pur sempre un Dio.
Non ebbero però il tempo di fare alcunchè al riguardo, poichè il Dio ribelle si scagliò con rinnovato vigore contro gli undici e contro Anymartis.

L’eroe sentiva le difese magiche intorno a sè venire distrutte, una dopo l’altra. Decise allora di sacrificare la propria vita affinchè nel mondo tornasse la pace, e abbandonando ogni velleità difensiva si lanciò contro il Dio ribelle, arrivando a ferirlo.

La potenza di questo Dio era incommensurabile, paragonata a quella del suo seguace, e da quella semplice ferita fuoriuscì tanta di quell’energia che l’eroe fu scaraventato a terra, quasi privo di sensi.
Gli altri dodici Dèi, però, approfittarono di quel suo indebolimento per bandirlo per sempre in una dimensione infernale, lontana ed irraggiungibile, e a protezione di questi mondi eressero una barriera di ombre, che avrebbe impedito il ritorno del tredicesimo Dio.

Infine si rivolsero ad Anymartis, che stava morendo sereno, conscio di aver svolto il suo compito. Ricompensarono il suo intervento ed il suo coraggio, resuscitandolo e rispendendolo nel mondo, dopo avergli fatto capire che se fosse tornato nel loro mondo lo avrebbero ucciso all’istante.

Anymartis regnò sui popoli umani per centoventi anni, prima di morire. Alla sua morte gli antichi dissaporti tornarono a farsi sentire, e nel giro di pochi anni il glorioso regno umano era scomparso, smembrato in tantissimi regnetti indipendenti ed in guerra costante tra di loro.
Gli oggetti magici di Anymartis scomparvero, forse rubati dai suoi eredi, forse prelevati dagli elfi o dai nani, forse addirittura presi dagli Dèi, timorosi del loro eccessivo potere.

E da allora niente è più cambiato. Almeno, fino a quando non ho avvertito l’improvvisa comparsa di sette artefatti dotati di un potere incalcolabile, apparsi all’improvviso in punti diversi del mondo…

Il principe Kharon

Posted in Racconti on aprile 22, 2008 by coubert

I servitori entrano timidamente nella grande camera, sfarzosamente arredata. Camminano sforzandosi di non fare troppo rumore, per non rischiare di svegliare di soprassalto il principe.
Il vecchio servitore si dirige dal lato opposto della stanza, discosta i pesanti tendaggi di velluto che coprono le grandi finestre della camera e consente alla luce del mattino di entrare prepotentemente all’interno.
Sua moglie, che un tempo era stata la balia del ragazzo, si avvicina all’enorme letto e si intrufola entro il sottilissimo velo trasparente che lo circonda, abbastanza robusto da tenere lontani gli insetti ma al contempo fine, per lasciar passare l’aria.

“Principe Karhon, è mattino.”

Si è sporta con il volto rugato dall’età, parlando con tono di voce sommesso nell’orecchio del ragazzo. Il principe sente le parole della vecchia nutrice, apre lentamente gli occhi e porta immediatamente una mano a coprirli, colpito dalla luminosità che permea la stanza.

Con un cenno del capo congeda i servitori, mentre si alza dal letto e si avvolge intorno al corpo nudo una delicata vestaglia di seta rossa. Si porta al lato opposto della stanza, dove lo attende uno specchio, una catino con dell’acqua riscaldata sul fuoco, un asciugamano dal colore bianco immacolato.

Si lava il volto, osservando poi allo specchio i suoi corti capelli biondi. Per i suoi gusti erano cressciuti fin troppo, avrebbe dovuto convocare il barbiere di corte, nei prossimi giorni.
Si sciacqua il corpo muscoloso, temprato da anni di addestramento con i migliori cavalieri del regno, e infine si veste con gli abiti regali che l’etichetta gli impone.

Odia quegli abiti, scomodi e sempre inadatti. Fanno troppo caldo d’estate, e d’inverno lasciano passare troppo freddo. Ma suo padre, il re, lo obbliga a indossarli. Quando sarà re lui, la prima cosa che farà sarà eliminare quegli abiti, e se il maestro di corte oserà opporsi lo manderà nelle segrete.

Uscito dalla camera, si dirige verso la sala dove lo attende un lunghissimo tavolo, perfettamente apparecchiato. Il re e la regina non ci sono: il re è già in piedi da molte ore, intento a pianificare con i suoi Lord le campagne militari; la regina è ancora a letto invece.
Diversi servitori si mettono in moto al suo arrivo, seguendo procedure ormai affinate.
Si siede mentre i piatti della colazione vengono depositati al centro del tavolo, dove secondo l’etichetta deve sedere. Termina il pasto in fretta, mangiando poco. Non ha molta foma, questa mattina.

Impassibili, i servitori portano via i ricchi avanzi della colazione, che finiranno nelle loro pancie appena giunti nei quartieri della servitù.
Karhon invece percorre altri corridoi, tenuti impeccabilmente lindi da stuoli di servitori, e si ferma davanti a una vecchia porta di legno. Bussa, attendendo l’invito ad entrare che puntualmente riceve.

Il maestro lo squadra con occhio severo, quindi lo fa accomodare ad una scrivania ingombra di fogli e libri.

“Oggi cominceremo con un po’ di scrittura, poi studierai alcuni libri di storia che trattano del Regno ai tempi del bisnonno del tuo trisavolo, re Meik II.”

Reprimendo dietro ad un’espressione impassibile uno sbadiglio, poichè non starebbe bene, il principe intinge la penna nel calamaio e comincia a scrivere sotto dettatura. E’ fortunato, è un brano che riguarda le battaglie combattute da uno dei suoi antenati prediletti, Argon il conquistatore.
E’ meno fortunato con i tomi di storia, passa il resto della mattinata con la testa tra le loro pagine, imbeccato puntualmente dal maestro ogni volta che la mente divaga.

Il pranzo, suntuoso ed in pompa magna, vede finalmente la famiglia reale riunita.
Il principe Kharon si inchina profondamente davanti a suo padre, il Re, e un po’ meno profondamente davanti a sua madre. Questi sono seduti alle due estremità della lunga tavola, coperta da una candida tovaglia bianca ricamata. Lui, invece, siede come sempre al centro della tavola.

Il pranzo è ricco, enormemente ricco.
I servitori, mentre con la solita professionalità servono le portate ai sovrani e al principe erediatario, pensano distrattamente alle condizioni in cui versano le campagne circostanti, a causa della guerra che imperversa da mesi con il regno vicino. I contadini si sono visti depredare il raccolto per sfamare l’esercito, il re e i nobili. In città la gente fa la fame, e di giorno in giorno le probabilità di una sommossa sono sempre più consistenti.
Loro che lavorano nel castello non si possono certo lamentare, vista la quantità di cibo che rimane ogni giorno nei piatti, ma si ripromettono di stare con le orecchie tese. In caso di sommossa, sarà opportuno non farsi trovare nel castello, nè in giro con gli abiti del personale del castello.

Il pranzo si svolge come sempre nel silenzio più assoluto.
Il re si alza per primo da tavola, deve andare ad interrogare alcuni esploratori nemici catturati alle porte della città.
La regina se ne va poco dopo, non si sente molto bene e desidera tornare a letto.

Il principe si alza per ultimo, e si dirige verso il cortile interno. Lo attendono ore di addestramento militare con il capo delle guardie reali.
Spada, arco, pugnale, mazzafrusto, giavellotto, lancia, lotta.
A piedi e a cavallo.

Finisce l’addestramento stremato, con i muscoli doloranti per i colpi subiti dal suo istruttore.
Non capisice il motivo di tanta severità nell’addestramento, ha solo dieci anni del resto. Ma si adegua come sempre alle decisioni degli altri.
Il comandante delle guardie, d’altro canto, comprende benissimo i motivi che spingono il re a volere che il figlio sia un ottimo guerriero. Le guerre con i regni vicini non finiscono mai, e il popolo è sempre più nervoso. Non crede davvero che accadrà qualcosa, ma è consigliabile che l’erede al trono sia in grado di difendersi, se mai un pazzo dovesse penetrare nel castello.
Un pazzo, o un sicario nemico.

Finalmente, dopo essersi rinfrescato, Kharon ha un poco di tempo per sè.
Si sdraia all’ombra di una grossa quercia, nel parco reale. Si gode il vento che passa tra le fronde, il rumore dell’acqua della fontana.
Accarezza distrattamente il grosso cane nero che gli fa da guardia del corpo e da confidente, quando esce nel parco.
Non capisce a che scopo gli impongano di portare il cane con sè, dopotutto il parco è presidiato da un distaccamento di guardie. Comunque non si lamenta, il cane gli fa compagnia.

Arriva l’ora di cena, secondo lo stesso rituale dei pasti precedenti.
Anche questa volta nessuno parla.
Il re pensa agli esploratori che non vogliono parlare, e che dovrà far torturare.
La regina pensa al mal di testa che la colpisce da qualche giorno, e a quanto sia aitante la nuova guardia che le ha assegnato il capo delle guardie.
Il principe vorrebbe parlare, ma l’etichetta glielo vieta, a meno che il re suo padre non lo interpelli.

Il re suo padre lascia la tavola senza degnarlo di uno sguardo. La madre lo segue a ruota.
Il principe Kharon nasconde il suo disappunto dietro la solita maschera impassibile e se ne va in camera.

Si toglie le vesti, controlla che non ci siano assassini e mostri sotto il letto.
Quindi si avvolge nelle soffici coperte e, chiusi gli occhi, si addormenta sognando di una famiglia che lo coccoli, lo abbracci e gli parli.

I Rosati

Posted in Racconti on aprile 20, 2008 by coubert

I cavalieri superarono il confine di notte, scivolando silenziosi come ombre sotto lo sguardo assonnato delle sentinelle. Fissarono per qualche istante quelle creature poste a guardia del confine, e provarono un violento impulso di attaccarle e ucciderle lì, seduta stante.
Sarebbe stata una magra consolazione, un ben misero palliativo in confronto alle centinaia di guerrieri uccisi da quelle strane creature, alle migliaia di loro simili sterminati. Ma avrebbero potuto attirare attenzione indesiderata, ed era ciò che dovevano assolutamente evitare se volevano riuscire nel loro compito.

Quei mostri erano riusciti in qualche modo ad intrufolarsi nelle loro terre, ad arrivare nel cuore del loro territorio. Ed avevano rapito la Principessa.
Era la figlia del grande Re, che unico nella storia era riuscito ad unificare tutti i popoli sotto la sua guida. Tribù, villaggi, cittadine. Tutti si erano sottomessi al Re, e chi aveva osato sfidarlo era morto in combattimento, tentando invano di sconfiggerlo in duello.

Le loro teste erano state esposte per una settimana, come monito a tutti coloro che avessero voluto mettere in dubbio la sua legittimità a governare. Nessuno aveva più avanzato pretese di alcun genere, se non il tentare di imparentarsi con il Re tramite la sua unica figliola, la Principessa.

La Principessa era una creatura incantevole, la più bella fanciulla che avesse mai abitato nelle terre dell’ovest. Tutti coloro che l’avevano veduta lo asserivano con convinzione, e la voce si era sparsa rapidamente in ogni angolo del Regno. E i pretendenti si erano decuplicati, ma la fama del Re per ora bastava a tenerli quieti.

Ora però che la Principessa era stata rapita, il Re era quasi impazzito dal dolore e dalla rabbia. Aveva promesso terre, guerrieri e la Principessa stessa a chi l’avesse riportata indietro. Quei quattro cavalieri avevano deciso di tentare l’impresa, pur essendo consci della difficoltà di tale azione.

I Rosati -così avevano deciso di chiamare quelle creature- erano creature dall’aspetto buffo e ridicolo, ma si erano anche dimostrati incredibilmente abili nella guerra. Abili e feroci.
Avevano una ferocia inimmaginabile, e loro lo avevano scoperto a proprie spese quando trovarono i primi villaggi carbonizzati, con l’intera popolazione trucidata. Donne, vecchi, bambini.

Si scoprì che una dozzina di Rosati erano penetrati oltre le loro linee ed avevano compiuto diverse scorrerie contro quella popolazione inerme.
Chi mai avrebbe potuto fare una cosa simile? Era crudele, inutile, innaturale.
Ciò nonostante i Rosati agivano così.
Sterminavano donne e bambini quando non riuscivano a sconfiggere i guerrieri.
Davano fuoco a foreste millenarie per stanare i loro nascondigli.
Usavano strane ed arcane magie, grazie ai loro sciamani, per tentare di sconfiggerli.

Ma malgrado tutto, loro resistevano. Resistevano e contrattaccavano, tenendo lontani quei mostri sanguinari dai loro villaggi, dalle loro famiglie.
Nessuno aveva ancora capaito cosa avesse spinto i Rosati a questa guerra che durava ormai da decenni. Fino ad allora c’erano state scorrerie e qualche attacco sporadico tra i due popoli, certo, ma roba da poco.
Qualche razzia in alcune fattorie, delle scorrerie in alcuni villaggi isolati. Attacchi a delle carovane.

Poi, da un giorno all’altro, si trovarono a dover fronteggiare masse di nemici.

I cavalieri seguirono le flebili traccie lasciate dalla Principessa lungo il tragitto, traccie che i Rosati non erano fortunatamente in grado di comprendere.
Le seguirono per una settimana, correndo tutta la notte e nascondendosi di giorno, per non essere visti.
Incapparono un paio di volte, di giorno, in qualche Rosato. Ovviamente dovettero ucciderlo, per evitare di venire smascherati, ma non lo fecero certo controvoglia.

Giunsero alla fine ad una costruzione di pietra, tipica dei Rosati. Delle guardie vigilavano all’ingresso, e fu con gioia che i cavalieri si lanciarono su di esse uccidendole prima ancora che queste potessero gridare.
Fecero irruzione nell’abitazione, e trovarono la Principessa.

Era legata ad un palo, piena di lividi e di tagli.
Intorno a lei, alcuni Rosati armati di piccoli coltelli o di strane ampolle piene di liquidi colorati.

I Rosati cominciarono a gridare in quel loro linguaggio stridulo ed acuto, incomprensibile.
Un paio di loro si lanciò contro i cavalieri brandendo i piccoli coltelli di cui erano armati. Le spade dei cavalieri staccarono di netto le loro teste dai loro esili corpi. Il collo minuscolo che teneva le due parti unite sembrava fatto apposta per essere reciso dagli spadoni.

I Rosati superstiti cominciarono ad agitare le braccia freneticamente, a quanto pare erano sciamani. I cavalieri saettarono in mezzo a loro, e a colpi di spadate troncarono ogni magia quelli stessero tentando di compiere.

Finalmente si rivolsero alla principessa, chinando lievemente il capo in segno di rispetto mentre recidevano con un rapido gesto del braccio le corde che la immobilizzavano.
La Principessa raccontò loro che quei mostri l’avevano torturata, tagliuzzandola o bruciandola con degli acidi. E poi avevano preso a parlare nella loro stessa lingua, sicuramente per mezzo di qualche magia.
Era una cosa assurda, sentire i suoni potenti e orgogliosi della loro lingua uscire da quelle minuscole gole di un rosa pallido.

Le avevano chiesto informazioni, parevano sapere che era la figlia del Re.
Volevano conoscere le loro abitudini, le loro usanze. Cosa poteva ucciderli.

Lei non gli aveva detto niente, si era limitata a deriderli per quelle due fragili gambe sulle quali si muovevano, per le braccia esili, i corpi fragili. Nei loro occhi aveva letto rabbia e disprezzo, ma era la stessa cosa che lei provava per i suoi carnefici.

Finalmente però era libera.
Si diresse verso un Rosato, avvolto in vesti nere bordate di giallo. Era il capo di coloro che l’avevano torturata. Esperimenti, li chiamavano loro.
Lo afferrò con le sue robuste braccia verdi, gli artigli che penetravano in profondità nelle spalle della creatura lasciando sgorgare caldo sangue rossastro.

Lo sollevò all’altezza del suo volto, e fissò con gli occhi gialli colmi di ironia quel patetico corpo privo di vita. Con un guizzo, avvicinò il volto al collo del suo carnefice e chiuse la bocca su di esso, dilaniandolo con le zanne e strappando e tirando, finchè la testa non rotolò al suolo.

Con la bocca ancora grondante di sangue per la vendetta appena ottenuta, la Principessa degli Orchi fece cenno ai Cavalieri di ripartire. Li attendeva un lungo viaggio per tornare da suo padre, e senza dubbio prima di giungere a destinazione i suoi salvatori si sarebbero affrontati per uccidersi a vicenda.
Solo uno di loro poteva ottenere la ricompensa, gli altri sarebbero morti.

Erano le leggi Orchesche stabilite da suo padre, che aveva forgiato le tribù in un grande regno.
Che aveva respinto gli attacchi di quelle creature che si facevano chiamare “Uomini”.
Suo padre, il Re.
L’orco che avrebbe ricacciato lontano quei mostri, e che avrebbe concesso loro la stessa pietà che loro avevano mostrato  quando avevano sterminato i loro villaggi.
L’orco che li avrebbe sterminati tutti, vendicando così i loro morti.

La Macchia

Posted in Racconti on aprile 1, 2008 by coubert

La taverna era affollata all’inverosimile, il fumo prodotto dai camini permeava l’ambiente mentre i garzoni erano costretti a spintonare i mercanti e i soldati per portare ai tavoli i vassoi carichi di cinghiale, coniglio, zuppa e birra. Il mercato di primavera era sempre un evento in grado di attirare gente da tutto il circondario.

Piccoli mercanti dei villaggi di frontiera, cacciatori che si spingevano fin sopra la catena montuosa degli Artigli, contadini dalle campagne limitrofe e grandi mercanti dalle città minori del regno… tutti accorrevano nella capitale per il grande mercato. Aegeryl la bella, era chiamata un tempo la città. Quando il regno era potente e ricco, prima che come gli altri regni del continente cadesse in declino, oscurato dalla potenza del nuovo Impero Orientale.

Ormai i potenti regni di un tempo avevano raggiunto una specie di accordo non scritto con l’Impero, accettando di rimanersene nel loro territorio senza mettere il becco nelle questioni del resto del mondo. In cambio non sarebbero stati distrutti, in memoria del loro passato splendore. Accordo che i vecchi regnanti erano stati ben felici di accettare. Ma la conseguenza di questo accordo, aveva fatto impoverire tutti quanti, chiusi come erano nei loro confini. Tutti tranne i maghi dell’Ordine, che si erano appropriati dell’Artiglio e vi avevano creato la loro nazione magica, vendendo i loro servigi quando a un regno e quando ad un altro, prosciugandoli delle ultime ricchezze rimaste loro.
E seguendo il declino del regno, anche Aegeryl era cambiata.
I palazzi di marmo bianco ormai erano coperti di uno spesso strato marrone di sporcizia, e nei luoghi in cui alcuni blocchi erano caduti, si notavano con facilità le toppe di pietre grigie, più economiche e facili da trovare rispetto al pregiato marmo.
I lussi erano scomparsi, e al loro posto era rimasto un vago benessere, che comunque era sempre più di quanto si potesse dire per i centri minori. Almeno, Aegeryl aveva il mercato primaverile, che oltre a garantire un enorme flusso economico con tutto il regno che lo attendeva per vendere i propri prodotti, attirava anche mercanti degli altri, e addirittura emissari delle Compagnie mercantili orientali.
Il ragazzo se ne stava in disparte, appoggiato con la schiena contro il muro. Ogni volta che la porta si apriva per l’arrivo di nuovi avventori, si voltava ad osservarli con occhio attento, ma poi la sua attenzione tornava a perdersi tra l’intera folla senza distinzione. O meglio, questo almeno all’apparenza.
Perchè il ragazzo era Macchia, uno dei più promettenti ragazzi di strada di Aegeryl. E quella sera era impegnato con il suo lavoro. Aveva adocchiato un gruppo di mercanti particolarmente ricchi, almeno a giudicare dallo sfarzo che ostentavano, e dai due giovani soldati che gli facevano da guardie del corpo, e che fissavano con aria di superiorità e disprezzo il resto degli avventori. Non aspettava altro che la loro partenza dalla taverna, per mettere in atto il suo piano ed impossessarsi delle loro ricchezze. Avrebbero imparato a loro spese che è meglio non farsi vedere troppo ricchi, se non si vuole attirare attenzione non desiderata.

Finalmente il gruppo si alzò dal tavolo per andarsene alla locanda dove alloggiavano i mercanti. Con finto disinteresse, Macchia li osservò uscire dalla porta. I tre mercanti e i due soldati non badarono minimamente a quel ragazzino cencioso che sembrava chiedere l’elemosina. Peggio per loro, pensò mentre dentro di sè sorrideva per l’ingenuità di quei ricconi. Solo degli stolti avrebbero cercato il pericolo in un uomo grande, grosso e dall’aspetto chiaramente rissaiolo, distogliendo invece l o sguardo da un ragazzino insignificante. Che li avrebbe alleggeriti dei loro averi mentre il complice li teneva impegnati.

O almeno, questo è quello che avrebbe fatto fino a un mese prima, quando la gilda dei mercanti aveva assoldato dei maghi per ripulire dai delinquenti le strade. In moltissimi erano morti, prima che i vari gruppi di ladri superstiti si riunissero e tirassero fuori abbastanza soldi da comprarsi il ritorno alla Fortezza del mago. Con quei maledetti maghi era sempre così, una pura questione di soldi. Potevano cambiare fazione in un secondo, se gli arrivava al naso l’odore dell’oro. Macchia li odiava.
Certo, anche lui apprezzava l’oro -e chi non lo apprezzava?- ma aveva dei principi. Non avrebbe mai tradito i suoi compagni, nè avrebbe rimangiato la propria parola. Era un ladro, certo, ma seguiva un suo codice d’onore. Codice che non era servito a molto, quando il mago aveva ucciso tutti i suoi compagni. La sua famiglia, coloro che avevano accolto tra loro il piccolo orfanello denutrito che aveva incautamente cercato di derubare uno di essi. Lo avevano curato, sfamato, e gli avevano insegnato il mestiere. Per poi perire sotto gli incantesimi di quel maledetto mago.

Da allora era rimasto solo, e aveva ovviamente dovuto cambiare le sue strategie. Un tempo cercava di non farsi vedere dalle sue vittime, o di minacciarle con la supremazia numerica dei suoi compagni. Adesso invece era dovuto ricorrere ad altri metodi, togliendo alcune voci dal suo personale codice d’onore. Avvicinandosi sempre di più alla linea che i suoi compagni gli avevano insegnato a temere, la linea oltre la quale i ladri diventavano assassini e banditi.

Per qualche tempo si limitò a seguire il gruppo a una certa distanza, camminando nelle ombre silenzioso come un gatto, fino a quando non decise che erano in un luogo abbastanza isolato.

-Gytherion, concedimi la tua benevolenza…-

pregò rivolgendosi al Dio protettore di tutti i ladri, più per abitudine che per un effettiva fede nei riguardi di quel Dio che aveva voltato loro le spalle nel momento del bisogno.

Quindi accelerò il passo, riducendo la distanza che lo separava dal gruppo continuando nel contempo a procedere nel massimo silenzio. Con un movimento fluido, fece comparire nelle mani due stiletti fino a un secondo prima perfettamente nascosti nelle maniche larghe delle camicia di tela sporca di fango che indossava. Sempre senza produrre alcun rumore, lanciò gli stiletti che si conficcarono nelle gambe dei due soldati, affondando fino all’elsa nella carne. I due giovani caddero a terra urlando dal dolore, mentre fiotti di sangue si spargevano al suolo.
Macchia sorrise impercettibilmente, aveva avuto ragione nel giudicare quei due soldati solamente due novellini senza alcuna esperienza. Se fossero stati dei veterani sarebbero rimasti in piedi per rispondere all’attacco, e a quel punto avrebbe dovuto abbandonare il suo piano e fuggire a mani vuote.

“Vi consiglio di non muovervi, o le ferite nelle vostre gambe si allargheranno e morirete. So di cosa parlo, sono stato addestrato dai sacerdoti della Luce prima di capire che la loro vita non faceva per me.”

Non era del tutto una bugia, uno dei suoi compagni era un ex sacerdote della luce e aveva insegnato a tutti loro dierse cose sulla medicina e sulle pratiche curative. Così Macchia sapeva dove colpire, e sapeva anche che non avrebbeero assolutamente rischiato di morire per la ferita, i soldati. Anche se, se si fossero mossi per attaccarlo, avrebbe dovuto cercare di ucciderli. Quindi anche in quello non aveva mentito del tutto.

I due soldati si immobilizzarono, ancora gemendo e tenendosi le gambe con le mani, bianchi come stracci in volto. Macchia tirò fuori un corto pugnale dall’ampia cintura di stoffa che cingeva i calzoni scuciti, e si portò davanti ai mercanti che lo fissavano tremando.

“Se provate a scappare vi uccido, prima che abbiate fatto dieci passi. Avete già visto come me la cavo con il lancio dei coltelli…” disse loro, indicando con il capo le loro guardie del corpo distese a terra.

“Ora, se gentilmente mi voleste consegnare i vostri borselli, sarete in grado di correre più velocemente a denunciare l’aggressione, non credete? E magari potreste chiamare un sacerdote che sistemi quei due poveracci. Ah, non mi dispiacerebbero neanche i vostri anelli…”

Un paio di ore dopo, Macchia stava contando la refurtiva guadagnata quella notte. C’era diverso oro, anche se gli anelli erano solo delle patacche. I mercanti volevano sembrare più ricchi di quanto in realtà non fossero… beh, se l’erano cercata.
Posò di fianco a sè il sacco contenente il bottino, e si sdraiò sul tetto sopra il quale stava seduto. Le mani dietro la nuca, rimase così per parecchi minuti, immobile ad osservare con sguardo rapito la luna.

“Anche stasera sono riuscito a non uccidere nessuno, ragazzi…” mormorò agli spiriti dei suoi compagni, sperando che in qualunque luogo si trovassero potessero sentirlo.