Archive for the One night in the city Category

One night in the city – 5

Posted in One night in the city on marzo 27, 2008 by coubert

Do you watch, do you see, do you know the people in me
I’m the bite, I’m the bark, I’m the scream
Are you poor, are you sure, are you holy, are you pure
I can tell you tales you just might not believe

One night in the city, one night looking pretty
One night in the city, one night looking pretty


I due ragazzi rimasero a lungo abbracciati, mentre sulla panchina di pietra si raccontavano le loro vite. Selija pianse quando seppe come il ragazzo aveva vissuto fino ad allora; Joni invece fu pervaso dall’ira quando gli venne detto dei piani dell’usurpatore per la ragazza.

 

“Non accadrà mai, non lo permetterò!”

Selija fissò dolcemente quel ragazzo più piccolo di lei, al quale si sentiva così profondamente legata.

 

“E cosa pensi di fare? I ribelli volevano fare di te un’arma contro il tiranno, ma hanno fallito in tutto quello che hanno fatto. Sei Joni, non Anymartis. E sei solo un ragazzo, da solo.”

“Farò tutto il necessario affinché tu sia al sicuro, te lo giuro. Magari adesso non potrò ucciderlo, ma diventerò potente e lo sconfiggerò, anche se ciò dovesse significare morire per far rivivere Anymartis.”

Gli occhi della principessa si inumidirono al sentire quelle parole, ed ella chinò il capo sulla spalla del ragazzo.

 

“Ti prego, non parlare più di morire. Non devi farlo mai più!”

“Allora scappiamo! Andiamocene da questa città, da questo regno. Andiamocene e troviamo qualcuno che possa separarmi da Anymartis, e poi vivremo insieme per tutta la vita.”

Selija singhiozzò mentre ricominciava a piangere, l’esile corpo scosso dai singulti.

 

“Non capisci, non potrei mai andarmene. Sono l’unica speranza di questa gente. Gli abitanti della città, del regno… tutti i miei sudditi hanno riposto le loro vite nelle mani di mio padre, e ora la loro responsabilità è mia. E’ mio il dovere di tenerli al sicuro, e di allontanare da loro il pericolo. Devo restare qui, e cercare di aiutarli.”

“Ma come? Come pensi di aiutarli?? Potremo ritornare nel regno, se vuoi. Sento di avere una qualche forza dentro di me, magari sarà per via del fatto di avere in me l’anima di Anymartis. Magari parte del suo potere sta passando in me. Col tempo diventerò potente, lo so. Lo giuro.”

Selija si alzò in piedi, gli occhi puntati a terra, scuotendo tristemente il capo.

 

“Ti prego, non chiedermelo più. Non posso abbandonare il mio popolo, e non lo farò. Non tradirò la memoria di mio padre. Io devo restare, e fare tutto ciò che sarà in mio potere per salvarli. Se davvero in te c’è il potere di Anymartis… allora và, non farti prendere dalle guardie. Scappa, e diventa abbastanza forte da tornare qui e liberarci tutti.”

“Ma se resti…”

Il silenzio cadde tra di loro, pesante come un macigno. Entrambi erano ben consci di ciò che aspettava Selija se fosse rimasta a palazzo. La ragazza si sforzò di mostrare un accenno di sorriso.

 

“Non temere, non mi accadrà nulla. Perché sono sicura che tornerai in tempo a salvarmi.”

“E se..”

-Non la convincerai mai, fidati. Ho conosciuto molte principesse, e questa è una vera principessa. Morirebbe per difendere la gente che si è affidata a lei. E noi non siamo pronti a combattere contro nessuno, ora come ora. Non ci sono alternative, dobbiamo andarcene.-

Joni si portò le mani alla testa, colpendosi le tempie con i pugni.

 

“No, non l’abbandonerò tra le mani di quel maledetto!”

-Torneremo.-

“E se fosse tardi?”

-Senti, ti giuro che la salveremo. Farò quanto in mio potere per salvarla, d’accordo? Ora però dobbiamo scappare, prima che ci trovino.-

“…e sia.”

Si alzò in piedi lentamente, una strana luce negli occhi. Un bagliore inquietante che sembrava covare in profondità, nelle sue pupille.

 

“Se insisti nel non voler partire, andrò da solo. Ma tornerò prima del tuo matrimonio, te lo giuro, e ti libererò.”

“Ti aspetterò, Joni. E ti sognerò ogni notte, come ho fatto fino ad oggi, finché non tornerai.”

Si abbracciarono sotto la luce pallida della luna, lottando per reprimere le lacrime.

Quindi, senza aggiungere altro, Joni corse via, in direzione del muro. Sarebbe fuggito, avrebbe trovato qualcuno in grado di aiutare lui e Anymartis, e poi sarebbe diventato forte. Così sarebbe tornato e avrebbe salvato Selija. Ora aveva un nuovo obbiettivo da raggiungere, e ce l’avrebbe fatta.

Rimasta sola nel parco, Selija aspettò di veder scomparire il principe dei suoi sogni oltre il muro che separava il parco dalla città. Quindi si accasciò al suolo e pianse disperata, certa che non lo avrebbe più rivisto. La sua unica consolazione era che almeno era riuscita a mandarlo via, facendolo così rimanere in vita.

 

Mancava un anno al suo matrimonio con l’usurpatore.

 

 

 

The children shared the wonder
Of the leather and the lace
But one child went away, and one child stayed to play


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One night in the city – 4

Posted in One night in the city on marzo 26, 2008 by coubert

The princess saw the dark child
And the dark child said her name

Come steal away, we’ll play the game


-Non sei solo, ragazzo-


Joni sentì una voce rimbombargli tutto intorno, e allarmato si alzò di scatto in piedi, guardandosi intorno nella vana speranza di scorgere il suo interlocutore. Adesso si rammaricava di essersi addentrato dentro a un vicolo completamente immerso nell’oscurità.

-Tranquillizzati, non intendo farti alcun male. Né, immagino, potrei fartene anche se volessi. Ed è inutile che cerchi di vedermi, non sono nel vicolo. Sono dentro di te.-

A queste parole Joni si lasciò cadere nuovamente a terra, incredulo.

“Chi sei? Lasciami in pace!”

-Zitto, o attirerai le guardie. Ed è l’ultima cosa che vuoi, no? Non sono un mago, credimi. E non è un trucco. Sono Anymartis, o almeno lo ero un tempo.-

Anymartis.
L’eroe leggendario.
L’assassino di divinità.
Colui che avrebbe occupato il suo corpo.
Joni sentì lo sconforto impadronirsi di lui, mentre una risata involontaria gli sgorgava dal petto. Era fuggito ai maghi, era fuggito alle guardie, aveva assaporato la possibilità di vivere libero… e ora tutto era destinato a sparire, perché l’ultimo incantesimo dei maledetti maghi aveva avuto successo. Erano riusciti a richiamare Anymartis, che fossero dannati in eterno!

“E ora che succederà?”

Strano, si era immaginato mille e mille volte questo momento. Aveva pensato a una transizione dolorosissima, a uno scontro di anime, a grida e pianti… invece stava tranquillamente conversando con chi lo avrebbe ucciso. Probabilmente era per via del fatto che era preparato a questa fine da una decina di anni, o forse per il fatto che tutti gli avvenimenti della giornata lo avevano sconvolto più profondamente di quanto avesse pensato.

-Tranquillo, per ora non prenderò possesso del tuo corpo. Non vorrei mai tornare uccidendo una ragazzino per occuparne il corpo, che razza di eroe sarei?, e a dirla tutta preferirei un corpo più adulto, sai. Ripercorrere tutta la fase dell’adolescenza è un’esperienza che se possibile gradirei evitare. Inoltre, anche fossi così pazzo da volerlo, non potrei. I tuoi maghi evidentemente non conoscevano gli incantesimi di reincarnazione così bene come credevano, o forse è il tuo essere un Dark Child che ha compromesso la buona riuscita dei loro sforzi. Fatto sta che sono tornato, si, ma posso fare ben poco ora come ora. Ti posso parlare, come sto facendo. Probabilmente col tempo potrei insegnarti qualche trucchetto che ho imparato quando ero in vita…-

“Allora non morirò?”

-Non per mano mia, almeno. La tua situazione non è molto rosea, mio giovane amico. E visto che pare che le nostre esistenze siano legate, direi che potremmo collaborare per tenerti in vita, che ne dici? Ho un po’ di esperienza in queste cose.-

Diverso tempo dopo, Joni stava correndo a rotta di collo lungo le strade buie della città. Aveva raggiunto un accordo con l’anima di Anymartis, e per ora avrebbero collaborato per uscire da quella situazione. Poi avrebbero cercato aiuto per risolvere il problema di condividere lo stesso corpo, anche se Anymartis era presente solo a livello mentale.

Per un po’ non avevano trovato guardie sul loro cammino, ma poi avevano quasi sbattuto contro un drappello di ronda. Immediatamente era partito l’inseguimento, e Joni aveva scoperto che con le giuste motivazioni poteva correre molto più veloce di quanto non avrebbe mai supposto. La voce di Anymartis poi lo aiutava molto, valutando i percorsi da prendere e le strategie da adottare. In questo modo era quasi riuscito a seminare i suoi inseguitori quando…

-Che c’è? Perché ti sei fermato, ora? Non li abbiamo ancora seminati, e qui siamo praticamente allo scoperto!-

“E’ che… questa voce… la conosco, io.”

 

Si trovava accanto a un alto muro, abbastanza discosto dal resto delle case. Un muro che si estendeva per una notevole lunghezza in entrambe le direzioni, a destra e a sinistra.

-Ti starai sbagliando. Non c’è tempo da perdere, devi andartene di qui.-

“No, non posso. Non so perché, ma io devo… devo…”

 

Le parole gli morirono in bocca. Come spiegare a una voce nella propria testa, che si era appena sentita la voce della ragazza che da tempo infestava i propri sogni? Senza aggiungere altro, e rimanendo sordo alle proteste dell’eroe, cominciò ad arrampicarsi sul muro, lentamente ed a fatica.

-Folle! Ci prenderanno! Morirai! Come minimo, dietro a questo muro ci sarà il palazzo del re… ti stai gettando tra le braccia del nemico! … posa la mano su quella sporgenza a destra, ecco, così. E ora fai forza sul piede sinistro, così.. issati…-

 

Alla fine Anymartis abbandonò i tentativi di far desistere il ragazzo dal suo proposito, e passò ad assecondarlo per consentirgli di passare il muro. Meglio quello dell’alternativa di beccarsi una spada nella schiena mentre si tentava invano di scalare quel ridicolo muro.
E seguendo i suoi consigli, Joni riuscì a superare la barriera che lo divideva dai giardini reali.
Si guardò intorno, cercando di udire di nuovo la voce che, canticchiando una melodia malinconica, lo aveva attirato fino a lì. E dopo pochi istanti la sentì di nuovo, vicina a lui.

Col cuore che gli martellava nel petto, esitante, prese ad avanzare con lentezza esasperante verso la fonte del suono. E sbucò da dietro un gruppo di alberi, trovandosi faccia a faccia con lei, la ragazza che tante volte aveva visto in sogno.

Indossava un lungo abito turchese, e sedeva su una panchina di pietra. I lunghi capelli dorati erano raccolti in una lunga treccia che le ricadeva sulla schiena, e nell’udire l’arrivo del ragazzo portò su di lui lo sguardo, che fino a pochi attimi prima era rivolto verso il cielo oscurato.

 

Selija vide davanti a sé un ragazzo insanguinato, sudato, con le vesti lacere e i capelli arruffati. Udì le grida delle guardie, oltre le mura che proteggevano il palazzo, e capì che cercavano lui. Era sporco, malconcio, ricercato. E Selija seppe di conoscerlo da sempre.

“Selija…”

Joni mormorò il nome che la ragazza gli aveva sussurrato nei suoi sogni, e la principessa sorrise dimentica di ogni timore.

Si alzò dalla fredda panchina di pietra, e tremando raggiunse il ragazzo. Quindi i due si abbracciarono, godendo della reciproca vicinanza, del tepore dei rispettivi corpi, del senso di completezza che li avvolgeva in quegli istanti.

One night in the city – 3

Posted in One night in the city on marzo 25, 2008 by coubert

The someone opened doorways
And Johnny slipped away
Running for the bright, where dark is always light
But there’s no day

 

Quando cominciò l’assalto, Joni si trovava al primo piano della casa, intento ad eseguire diversi esercizi ginnici sotto la sorveglianza attenta e severa di due maghi. Nessuno si aspettava neanche lontanamente un attacco contro la casa, pensavano di essere al sicuro.

Invece alla fine erano stati notati, oppure qualcuno aveva tradito la causa, o più probabilmente l’usurpatore aveva avvertito la magia con la quale periodicamente cercavano di attirare l’anima di Anymartis dentro il suo corpo. Ma il come fosse stata rivelata la presenza dei maghi aveva ben poca importanza, dopo tutto. L’importante era che l’usurpatore aveva inviato quasi tutte le guardie cittadine a sedare la rivolta, coadiuvate da alcuni maghi che erano rimasti al suo fianco durante il colpo di stato.

All’inizio, Joni sentì solo delle grida provenire dall’esterno della casa, dove di solito un paio di maghi montavano la guardia. Non poteva saperlo, ma erano le grida dei due maghi che venivano colti di sorpresa dalle magie dei loro avversari. Nessuna magia troppo potente, per evitare di esaurire i poteri prima della fine della missione. Il minimo necessario per distrarli abbastanza da permettere alle guardie di raggiungerli e finirli impietosamente.
Con loro fuori gioco, le guardie cominciarono a sciamare nella casa. I maghi si riversarono nei corridoi, tentando di capire cosa stesse succedendo o di ricacciare indietro gli invasori. Ma erano pochi, mentre le guardie erano molte e avevano i maghi dell’usurpatore a proteggerli dalle magie dei ribelli. E così i carnefici di Joni cominciarono a soccombere uno dopo l’altro. Anche i due che lo sorvegliavano uscirono dalla stanza per vedere cosa stesse succedendo, intimando a Joni di non muoversi di lì per nessuna ragione. Visto però che tardavano a tornare, e che le urla e le grida si facevano sempre più forti, il ragazzo decise di provare a uscire dalla stanza, sporgendo nel corridoio la testa. Non osava sperare che qualcuno stesse attaccando i maghi, una tale fortuna andava oltre ogni sua più ardita fantasia.

Il cuore gli sobbalzò nel petto, nel vedere i maghi accasciati al suolo e immersi nel proprio sangue, che sgorgava da molteplici ferite riportate su tutto il corpo. Non fece in tempo ad esultare, però, che una figura massiccia gli si parò davanti. Era una delle guardie cittadine, con la spada ancora grondante sangue, inebriata dal massacro. Istintivamente, Joni si ritrasse nella stanza seguito dall’uomo, che lo fissava minaccioso.

 

“Non sono uno di loro! Ero loro prigioniero!”

Le sue speranze di essere stato salvato svanirono rapidamente, nel poco tempo impiegato dal suo presunto salvatore a sollevare la spada sopra la propria testa per poi farla ricadere pesantemente verso la testa del ragazzo, di taglio, con l’evidente intento di aprirla in due. Incredulo e spaventato, Joni in qualche modo riuscì a schivare l’attacco gettandosi di lato, per poi fissare con orrore da terra il suo avversario che nuovamente avanzava verso di lui.

 

“Ti prego, non uccidermi! Non sono un mago!”

Ma il grido disperato del ragazzo cadde nel vuoto, mentre la guardia preparava il colpo di grazia contro l’imberbe ragazzo ai suoi piedi. La spada calò verso il corpo indifeso, e Joni vide tutta la scena come al rallentatore: la spada avanzava lentamente ma inesorabilmente, e lui non poteva fare niente per fermarla.

Ormai era morto, lo sapeva. E trovava una certa ironia nel morire per mano degli assassini dei maghi, coloro che avrebbero potuto essere i suoi salvatori.
La spada era ormai a pochi centimetri dal suo corpo.
Pensava all’anima dell’eroe che avrebbe dovuto usare il suo corpo. Lo avrebbe trovato di suo gradimento anche tagliato a fettine?
La lama sfiorò la pelle esposta del suo petto, incidendola lievemente.
L’ultimo pensiero di Joni corse alla ragazza dei suoi sogni, che non avrebbe mai trovato.
Un sottile rivolo di sangue prese a sgorgare dall’incisione sul suo petto.

Si aspettava di sentire dolore, invece si sentì bene come non si era mai sentito prima in vita sua. Non voleva morire, e avrebbe fatto di tutto per restare vivo! Rotolò lontano dall’arma, balzando rapidamente in piedi. La guardia terminò di calare la spada colpendo solamente il pavimento, e fissò sbigottita quella che riteneva essere una facile preda e che invece era riuscita a salvarsi di nuovo. Senza dare al suo assalitore il tempo di reagire, Joni corse verso la finestra e si buttò attraverso la medesima, frantumando il vetro e cadendo all’esterno della casa.

Non urlò quando i vetri gli si conficcarono nelle carni, non fece in tempo a prenderne coscienza. Urlò invece quando impattò con il suolo, che si trovava a più di quattro metri di distanza dalla finestra dalla quale era saltato. Sanguinante e dolorante, in qualche modo riuscì comunque a rimettersi in piedi e ad allontanarsi dalla casa, spinto anche dalle grida della guardia che aveva cercato di ucciderlo e che ora tentava di richiamare l’attenzione dei compagni su di lui.

Non era mai stato in giro per la città, che alla tremula luce dei lampioni ad olio per lui assumeva contorni minacciosi e misteriosi. Preferiva però quegli ipotetici pericoli rispetto all’uomo armato di spada che aveva cercato di tagliarlo a metà, quindi entrò senza troppi indugi in un vicolo buio, addentrandosi fino a quando non si sentì abbastanza sicuro di non essere scorto dalla strada. Adesso calde lacrime cominciarono a rigargli il volto, mentre tremando si sforzava di estrarre dalla propria pelle alcuni frammenti di vetro che vi erano rimasti conficcati. Era terrorizzato, solo in una città a lui sconosciuta, ricercato dalle guardie.

 

-Non sei solo, ragazzo-

One night in the city – 2

Posted in One night in the city on marzo 24, 2008 by coubert
Sally was a princess
She was chosen for the crown
But chains can’t stop the sound
Of one night in the city
One night looking pretty

 

La camera era enorme, con le pareti tinte con colori chiari, in tonalità pastello.

Il cuore della grande stanza era ovviamente l’immenso letto a baldacchino che partendo da un muro arrivava quasi fino al centro della camera. La seta che ricopriva il letto era rosa così come le coperte che, sul letto, avvolgevano un’esile figura, che giaceva immobile sul materasso.

Il resto della stanza era occupato da guardaroba, bauli, morbidi cuscini e pupazzi. Un’infinità di pupazzi.

Del resto, la principessa Selija era l’unica figlia del vecchio re, che l’amava immensamente. Sarebbe diventata la futura regina, e avrebbe avuto sulle sue spalle il peso delle vite d tutti i suoi cittadini. Ma il re avrebbe voluto tenere lontane queste responsabilità il più a lungo possibile dalla sua piccolina.

Purtroppo il fato aveva deciso altrimenti, nella persona dell’usurpatore. Che prima aveva servito per un anno il re e il regno, mostrando la propria arguzia e la propria potenza. Poi, una volta ottenuto abbastanza prestigio, aveva semplicemente rivolto le sue qualità contro la famiglia reale.

Spesso, di notte, Selija riviveva ancora quelle scene. Le guardie uccise dalle guardie corrotte dal mago, i suoi genitori scagliati contro i muri con la magia, fino a quando non si erano più potuti muovere. E in tutto questo, lei era rimasta immobile, tenuta stretta tra le braccia della sua balia che non riusciva a non smettere di piangere. Aveva solo quattro anni.

Poi l’usurpatore si era avvicinato a loro due, e le aveva squadrate con attenzione.

 

“Puoi vivere” aveva detto alla balia. “Ti prenderai cura della principessa e la educherai, finché non raggiungerà l’età del matrimonio. Quindi diventerà la mia regina.”

 

Era furbo, dopotutto, l’usurpatore. Per legittimare il proprio regno, necessitava di un collegamento con la precedente dinastia. E la bambina, erede del trono, era la scelta ideale. Avrebbe aspettato che compisse i quindici anni, e quindi l’avrebbe sposata.

Una volta svolta la sua funzione, avrebbe potuto anche rinchiuderla in una torre per tirarla fuori quando le sarebbe servita. O l’avrebbe potuta uccidere, come meglio avrebbe creduto.

A tutto questo pensava Selija, sdraiata sul suo grande letto, nella sua grande camera, nel cuore dei suoi appartamenti. Stanze enormi, ricchissime, bellissime.

 

“Una gabbia. Un’enorme gabbia, abbellita… ma pur sempre una gabbia.”

 

Selija si spostò, portandosi in posizione supina e fissando con sguardo perso nel vuoto il soffitto finemente decorato con scene che probabilmente avevano allietato la sua prima infanzia. Prima che il mondo diventasse dolore e sofferenza.

Ormai aveva quattordici anni, e il giorno in cui avrebbe dovuto sposare l’assassino dei suoi genitori si avvicinava rapidamente. Aveva notato che ultimamente la guardava in maniera diversa, sorridendo in maniera cattiva e passandosi la lingua sulle labbra. La faceva tremare di paura, quando faceva così.

Sarebbe scappata volentieri, ma non era affatto facile fuggire da quella trappola che era diventata il palazzo reale. C’erano le magie dell’usurpatore, e c’erano le guardie. Poi c’era l’alto muro di cinta del palazzo, e poi tutto il villaggio da attraversare, sperando di non trovare guardie di ronda, e oltre il villaggio? Non sapeva dove andare, né cosa fare. No, non sarebbe mai riuscita a fuggire.

 

Lentamente, si alzò dal letto. Era alta per la sua età, magra, ma già si intuiva la donna che sarebbe diventata. I lunghi capelli biondi ricadevano in maniera disordinata sulla sottile camicia da notte bianca che avvolgeva il suo corpo.
Si portò ad una grande porta di vetro che dava sull’esterno, e la aprì. Rabbrividì quando la fredda aria dell’esterno entrò di prepotenza nella camera, ma ignorò le proteste del proprio corpo e uscì sul piccolo balcone che si trovava oltre la porta.

Come sempre, era notte. Ormai non c’era altro, da dieci anni.

Le torce e i lampioni ad olio nelle strade erano l’illuminazione che l’usurpatore concedeva ai suoi sudditi perché potessero svolgere i loro compiti. Dal balcone poteva vedere anche le squadre di guardie che pattugliavano le strade, pronte ad arrestare ogni persona sospetta di essere un ribelle.

Ribelli. La sua balia gli aveva confidato che c’erano degli individui, in città e nel resto del regno, che si ribellavano al nuovo regime. Gente che lottava in nome suo, nella speranza di averla come regina. La cosa triste in tutto ciò era che presto avrebbero visto realizzati i loro desideri, anche se in un modo perverso rispetto a ciò che si aspettavano.

Sospirò, abbassando lo sguardo fino ad incontrare le mura del palazzo, e i grandi giardini reali. Un tempo, quando i suoi genitori erano vivi, i giardini erano rigogliosi e colorati. Adesso, dopo dieci anni di notte, erano diventati una sinistra parodia di ciò che un tempo erano stati. Poveri giardini, avevano seguito il declino di ogni altra cosa nel regno.

 

Di scatto, Selija si voltò e rientrò nella stanza, chiudendosi alle spalle la porta. Non aveva senso continuare a guardare fuori. Le catene che la legavano all’usurpatore non erano molto lunghe, e non poteva arrivare più lontano dei giardini reali. Lo sapeva bene, e starsene a sognare osservando il mondo esterno dal balcone non l’avrebbe certo aiutata.

Ma cosa l’avrebbe aiutata, allora?

Si accasciò a terra, su di un cuscino, e portandosi le mani al volto cominciò a piangere.

One night in the city – 1

Posted in One night in the city on marzo 23, 2008 by coubert
Johnny was a dark child
He was promised to us all
But rides in the night, can lift you out of sight
When they call

 

 

Joni cominciava a stufarsi.

Era disteso sul pavimento di fredda pietra da ormai due ore, e il contatto del suolo con la nuda pelle gli stava cominciando a togliere sensibilità. L’acre odore dell’incenso gli aveva ormai riempito le narici, e il fumo gli era penetrato negli occhi, facendolo lacrimare. Lo stomaco brontolava vistosamente per la fame e in più avvertiva un forte prurito sul petto, laddove i maghi avevano inciso con un coltello i loro soliti simboli mistici, facendo sgorgare del sangue che avevano raccolto in un piccolo contenitore.
Poi si erano quasi del tutto disinteressati di lui, riunendosi in circolo a qualche passo di distanza e cominciando a salmodiare le loro insensate litanie. Odiava quelle loro formule, monotone e crudeli. Odiava i loro riti malvagi. Odiava tutti loro, e prima o poi li avrebbe visti tutti morti. Possibilmente per mano sua, era la sua unica ragione di vita ormai. Li fissava con odio, costringendosi a tenere gli occhi aperti nonostante il fumo e le lacrime.

Strinse un poco a pugno la mano sinistra, come cercando una conferma del fatto che la mano fosse ancora lì, attaccata al braccio. L’attesa della fine del rito stava diventando intollerabile, non era mai durato così tanto. Per costringere la mente a non pensare alla sua condizione attuale, Joni focalizzò i propri pensieri al futuro.

Cosa avrebbe fatto quando fosse riuscito a fuggire di lì? Non si chiedeva mai se fosse riuscito mai a scappare, quello lo dava per scontato. Doveva darlo per scontato, altrimenti niente avrebbe avuto più senso. Ormai era prigioniero dei maghi da dieci anni, e negli ultimi due anni non aveva fatto altro che pianificare fughe che poi però non era mai riuscito ad attuare. La sorveglianza era troppo serrata, sia dentro la casa che all’esterno.
Forse i suoi carcerieri non si aspettavano che il bambino che avevano sottratto alla sua famiglia all’età di tre anni stesse progettando di fuggire, ma di sicuro temevano che l’usurpatore venisse a sapere della loro piccola ribellione e mandasse l’esercito a massacrarli.

L’usurpatore… il motivo per cui era stato preso e praticamente torturato per dieci anni dai maghi era proprio l’usurpatore. Qualche mese prima che il suo incubo avesse inizio, l’usurpatore –che allora era semplicemente un mago straniero al soldo del re- aveva ucciso il re, la regina e tutti i nobili a loro fedeli. Aveva preso possesso dell’esercito, e tramite esso aveva conquistato il regno. Il suo avvento al potere era stato accompagnato da una notte quasi perpetua sull’intero regno. Di giorno il cielo era blu scuro, il sole appariva pallido e remoto, incapace di riscaldare il suolo o gli abitanti che lo fissavano speranzosi da terra. Di notte, invece, l’oscurità diventava più opprimente, malgrado la luce lunare, che risultava ben più potente di quella emanata dal pallido sole che tentava di splendere sopra le loro teste.
L’usurpatore –Joni lo chiamava solo così, in quanto i maghi non gli davano molte spiegazioni, e non li aveva ma sentiti chiamare il loro avversario con un altro nome- era anche un mago molto potente, ben più di quei maghi che abitavano con lui e lo sorvegliavano. Così questi avevano deciso di ricorrere alla loro arma più potente: risvegliare il più potente eroe dell’antichità, e usarlo per distruggere l’usurpatore.

Quello che Joni non poteva perdonare loro, era che per far tornare Anymartis, noto anche come l’Uccisore di Dèi, i maghi necessitassero del suo corpo. Corpo, non anima. Lui avrebbe perso la vita nel momento in cui Anymartis fosse entrato nel suo corpo… in pratica, doveva solo tenere in buone condizioni il corpo finché non fossero riusciti a chiamare l’eroe. Cominciava a pensare che non ci sarebbero mai riusciti, visto che da due anni –quando avevano deciso che il corpo era abbastanza grande per ospitare l’anima del leggendario eroe- tentavano tutti i mesi, invano. All’inizio aveva sperato che, visto l’insuccesso, lo avrebbero liberato. Invece no, avevano deciso di perseverare. Si ritenevano fortunati ad averlo trovato, perché i Dark Child erano molto rari, e non intendevano certo lasciarsi sfuggire l’occasione.

Già, i Dark Child. I maghi avevano prescelto Joni per il rito, perché era nato di notte, con la luna nera, mentre un temporale infuriava e una scossa di terremoto faceva tremare l’intera regione. Tutti eventi che, assieme ad altri di cui non sapeva molto, avevano contribuito a convincere i maghi che lui era un Dark Child, un consacrato alla Dea Rubija, e quindi l’unica persona in grado di ospitare nel proprio corpo uno spirito così elevato e potente come quello di Anymartis.
Ma questo non importava, perché Joni sapeva che sarebbe riuscito a scappare. Sarebbe scappato, e per un po’ si sarebbe limitato a nascondersi dai maghi. Non poteva tornare a casa, non ricordava molto di quei primi anni di vita e di certo non dove abitassero i suoi genitori. Senza contare che non era mai uscito dalla casa dei maghi, quindi non aveva neanche idea di come fosse la città, di quanto avesse viaggiato per arrivare lì, di come fosse fatto il mondo esterno.

Comunque avrebbe atteso che le acque si fossero calmate, poi avrebbe aspettato che maghi fossero da soli e li avrebbe uccisi tutti, uno dopo l’altro, per ripagarli di dieci anni di torture. A quel punto sarebbe potuto tranquillamente andarsene, dell’usurpatore non gli interessava più di tanto. Sconfiggerlo avrebbe significato darla vinta ai maghi, quindi per quel che lo riguardava poteva regnare in eterno.

Una volta fuori dalla città, aveva una sola cosa ancora da fare. Trovare la ragazza che gli infestava i sogni da un anno.

Non lo aveva detto, ovviamente, ai maghi. Ma da un anno i suoi sogni, solitamente disperati e oscuri, erano stati rischiarati dalla figura di una ragazza esile, vestita di bianco. La sua persona risplendeva, e la luce che emanava dissipava le tenebre intorno a lei. I suoi capelli erano oro puro, gli occhi azzurri erano pozzi senza fondo nei quali si sentiva precipitare quando, nel sogno, li fissava. Nel suo sogno, nessuno dei due parlava. Ma si guardavano, e in quegli sguardi si scambiavano emozioni, sentimenti. Sapeva, percepiva che anche lei aveva alle spalle una storia simile alla sua, di torture e sofferenza. La conosceva, anche senza sapere chi fosse. La conosceva bene quasi quanto se stesso, dopo un anno di incontri nei suoi sogni.
Sapeva che esisteva, che era reale, e che si trovava da qualche parte là fuori, dove soffriva anche lei per un destino crudele che aveva infierito ferocemente su di loro.

Lei era là fuori, e lui l’avrebbe trovata.