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Il fuoco alchemico

Posted in Davon on maggio 3, 2008 by coubert

“Sarebbe stato meglio aspettare Gyarix nella foresta. Almeno mi sarei potuto muovere liberamente…”

Davon si stava lamentando così da diverso tempo, seduto sul letto e privo di alcuna occupazione.
Quella mattina il mercante gli aveva detto di restarsene chiuso nella sua stanza, per evitare di ficcarsi nei guai mentre lui andava ad occuparsi dei suoi contatti e di ciò che poteva loro servire nel viaggio che si accingevano a compiere.

Così si era ritrovato prigioniero in quella piccola stanza. Senza libri da leggere, senza niente da fare. Non osava nemmeno esercitarsi con gli incantesimi, dopo ciò che era successo durante la fuga dalla Fortezza. Di notte riviveva ancora i momenti in cui perdeva il controllo sull’incantesimo, e di volta in volta era spettatore attonito, artefice del cambiamento, vittima di una volontà più forte della sua che lo costringeva a modificare l’incantesimo.

Non avendo niente di meglio da fare, sollevò la manica sinistra della tunica fino all’altezza della spalla, ed osservò con preoccupazione lo stato del braccio.
Ormai la pelle dell’intero braccio aveva assunto una colorazione rossastra, ed una consistenza ben più spessa e coriacea della pelle che ricopriva il resto del suo corpo.

“Che diavolo mi starà succedendo?”

Le sue elucubrazioni mentali vennero interrotte dal rumore del vetro che si infrangeva. Portò lo sguardo sulla finestra rotta, quindi lo abbassò sul pavimento. Vicino al suo letto, si trovava ora una pietra abbastanza grande.
Chi poteva averla tirata, e per quale motivo?

Stava per alzarsi, intenzionato a portarsi alla finestra per cercare di individuare in strada il colpevole di tale atto, quando qualcos altro cadde nella stanza attraversando il buco nella finestra precedentemente aperto dalla pietra.
Si trattava questa volta di un’ampolla, che cadendo a terra si infranse liberando un liquido scuro e denso. Il liquido, al contatto con l’aria, si incendiò istantaneamente, attaccando con violenza il legno del pavimento ed espandendosi ad ogni istante.

“Fuoco alchemico!”

Istintivamente, Davon balzò in piedi indietreggiando contro la parete. Il fuoco alchemico era una sostanza pericolosissima, creata dai maestri alchimisti dietro grandi pagamenti. Finchè trovava combustibile continuava a bruciare, si attaccava a ogni materiale organico, e un povo riusciva a bruciare anche su materiali inorganici come la pietra.
Era una cosa letale e distruttiva, difficilmente la locanda avrebbe resistito a questo attacco.

“Fortuna che la locanda era sicura, Gyarix…”

Riscossosi un poco dalla sorpresa di vedere del fuoco alchemico, cominciò a cercare un modo per uscire vivo dalla stanza. Il fuoco divampava tra lui e la porta, quindi sarebbe necessariamente dovuto passare dalla finestra, per abbandonare quell’inferno.

Mosse un piede in direzione della finestra, ma poi si bloccò, tornando a fissare con lo sguardo le vivide fiamme che, voraci, divampavano sul pavimento, insidiando ora anche il letto e la porta.
Inspiegabilmente, sentiva crescere in sè una strana attrazione per quelle fiamme. Avrebbe quasi voluto toccarle, far parte di quel grande fuoco.

Si riscosse, stupendosi di trovarsi con il braccio sinistro teso verso le fiamme. Lo riportò di scatto vicino al corpo, e si portò di fronte alla finestra.
La finestra dava sulla strada, e in diversi si erano radunati lì fuori per godersi l’incendio, e magari per veder morire qualcuno.

La sua bocca si deformò in una sorta di ghigno venuto male. Non sarebbe certo morto quel mattino, in maniera così assurda!

Spalancò la finestra, e saalì sul davanzale accucciandovisi sopra. La stanza si trovava a diversi metri da terra. Poteva buttarsi, certo, ma avrebbe rischiato di potersi fare seriamente del male. E questo avrebbe rallentato non poco il suo viaggio.

Sospirando, decise di provare un semplicissimo incantesimo di levitazione, per atterrare dolcemente al suolo. Prese a recitare le formule, mentre le braccia tracciavano i simboli mistici nell’aria ormai satura di fumo.
Il braccio fortunatamente non gli diede problemi, così potè buttarsi dalla finestra, atterrando lievemente a terra.

Una volta sceso, si voltò per osservare lo stato della locanda, che era sicuro stesse bruciando completamente.
Invece sembrava che l’unico attacco fosse avvenuto alla sua finestra, il resto della struttura pareva perfettamente integro.

“La mia locanda!”

Il locandiere lo aveva individuato tra la folla, e a grandi falcate gli si avvicinò con aria minacciosa.

“Che avete fatto?”
“Niente, hanno lanciato del fuoco alchemico nella stanza. Io non ho fatto niente.”
“Fuoco Alchemico? Per la mia locanda?”

Lo guardò trattenendo a stento una risata nervosa.

“Sapete quanto costa il fuoco alchemico, per caso? Nessuno lo sprecherebbe per me. Volevano voi.. e quindi mi dovrete pagare voi stesso i danni al locale.”
“Cosa? Ma scherziamo? Pagheranno i responsabili.”
“Ma non sappiamo chi possa essere stato!”
“Lo troverò.”

Il tono usato da Davon era più sicuro di quanto in realtà il ragazzo non si sentisse. Per sua fortuna, una voce emerse dalla folla per dargli aiuto.

“Vi aiuterò io, li ho visti allontanarsi.”

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Aegeryl la bella

Posted in Davon on maggio 2, 2008 by coubert

I due viandanti entrarono in città senza particolari problemi, superando le guardie intente ad oziare. Ormai da molto tempo la decadenza della città aveva raggiunto livelli tali che anche il controllo delle porte cittadine era divenuto superfluo ed inutile.
A che scopo controllare chi entrava, quando dentro le mura la legge era debolissima, e la delinquenza governava realmente su quasi tutti gli aspetti della vita di ogni giorno?

Il cibo veniva comprato al mercato nero, i ragazzi venivano addestrati come ladri a spese dei mercanti che capitavano in città per stringere affari con i nobili asserragliati nei loro palazzi, o con i signori del crimine. La popolazione lavorava i campi fuori dalle mura per rifornire di materie prime il ventre senza fondo della città, materie che finivano direttamente in mano alle bande criminali.

Davon, superate le mura, si guardò intorno perplesso.

“Questa sarebbe Aegeryl la bella?”

Gyarix, il suo compagno di viaggio, scosse lentamente la testa.

“Questa era un tempo Aegeryl la bella. Temo che i testi sui quali studiate alla Fortezza siano quantomeno antiquati… ormai la città è ridotta a un covo di malviventi e mendicanti.”
“E cosa siamo venuti a fare qui, allora?”
“Abbiamo bisogno di riposare, innanzi tutto. E poi ci servono cibo, vesti, informazioni. Qui ho qualche contatto, in pochi giorni dovremmo essere in grado di togliere il disturbo.”
“Vediamo di fare in fretta. Non mi piace questo posto.”
“A nessuno piace. Ma evita di dirlo in giro, o di accennare alla bellezza della città. Gli abitanti sono stranamente suscettibili su questo argomento, e ti potresti ritrovare un coltello tra le scapole prima ancora di finire la frase.”

Davon assentì col capo, cessando di parlare e pensando solo a seguire Gyarix, che pareva conoscere bene la città. Infatti gli fece attraversare con sicurezza mezza città, svoltando in vicoli sudici ogni volta che in lontananza scorgeva gruppi abbastanza numerosi di persone.

“Meglio non andare a cercarsi guai…”

Alla fine arrivarono ad una costruzione in pietra, annerita e priva di insegna. Ormai era sera.
Dall’interno si scorgeva provenire della luce, e dei rumori di risate sguaiate. Davon si voltò verso Gyarix, che rispose alla sua muta domanda.

“E’ una buona locanda, ci sono venuto diverse volte. E’ un po’ annerita per qualche incendio, causato probabilmente da degli ubriachi… ma non temere, dall’ultima volta il proprietario dovrebbe aver cominciato a pagare la protezione della banda locale, e quindi non dovrebbero verificarsi incidenti di sorta.”
“Ah…”

Gyarix spalancò la porta facendo il suo ingresso nella sala comune, seguito dal riluttante Davon.
La stanza era sporca, ed al suo interno vi erano diversi individui dall’aspetto crudele e pericoloso, intenti a bere dei grossi boccali di birra. Smisero di parlare quando videro i due fare il loro ingresso, e li seguirono con lo sguardo mentre si portavano al bancone.
Davon cercò di imitare la noncuranza di Gyarix, ma si sentiva enormemente a disagio sotto quegli sguardi che sembravano voler soppesare il valore delle sue vesti e la possibile ricchezza trasportata.

“Due boccali di birra e due camere.”

ordinò Gyarix in tono perentorio, sempre senza degnare della minima attenzione gli avventori del locale.

“Due camere? Costeranno parecchio…”

Il locandiere li scrutò attentamente con il suo volto da rapace, mentre gli porgeva i boccali ripieni di birra. La sua intenzione di capire quanti soldi avessero era così chiara che perfino Davon la percepì, pur con tutta la sua inesperienza della vita nel mondo reale.

“Ti pare che dei Maghi dell’Ordine abbiano problemi di soldi?”

La risposta di Gyarix, data con un tono di voce tranquillissimo e pacato, ebbe degli effetti incredibili sull’atmosfera della sala.
Gli avventori, che pochi istanti prima parevano pronti a balzare loro alla gola, tornarono alle loro occupazioni, bevendo birra o parlando tra di loro. Il locandiere invece fece un passo indietro, cercando qualcosa da sotto il bancone.
Ne tirò fuori due chiavi che cominciavano ad essere attaccate dalla ruggine.

“Queste sono le chiavi delle camere, si trovano al piano di sopra.”
“Bene.”

Gyarix finì in due sorsate la birra, mentre Davon non toccò la sua, impressionato dalla sporcizia del boccale.

“Non hai sete? Meglio…”

Dicendo così, afferrò il secondo boccale e si scolò pure quello, prima di avviarsi verso le scale trascinandosi dietro il ragazzo.

“Perchè gli hai detto dell’Ordine? Così ci troveranno!”

Gyarix si guardò intorno, erano da soli nel corridoio di legno del primo piano. Afferrò Davon per le spalle e lo sbattè leggermente contro il muro, fissandolo negli occhi.

“Ascoltami bene, non aprire bocca con nessuno al riguardo. Capito? Non dire a nessuno che sei un mago dell’Ordine, non dire perchè siamo qui, non dire cosa è successo alla Fortezza. Non dire niente di niente. Finchè ci pensano maghi dell’Ordine, magari qui per affari, nessuno si avvicinerà a noi con intenzioni minimamente ostili. Siete temuti, e molto. Se invece tu andassi in giro a raccontare di noi, o ad ostentare il tuo rango… beh, potrebbero pensare che li stai sfidando, o ad una finzione. E allora comincerebbero dei seri guai…”

Davon deglutì, annuendo col capo.

“Si, si… non dirò niente.”
“Bene. Ora andiamo a dormire. Chiuditi in camera, per precauzione, e se conosci qualche incantesimo di protezione usalo. Non si sa mai…”

Detto questo lasciò le spalle del ragazzo e si diresse verso le porte delle camere, provando la chiave in ogni serratura finchè non trovò la propria. Si voltò, per vedere Davon che entrava nella propria stanza chiudendosi la porta alle spalle.
Attese di sentire il rumore della chiave, quindi entrò nella sua camera.

Erano stanze semplici, molto semplici. Un letto, uno sgabello, una piccola cassapanca. Dal lato opposto della stanza c’era una finestra, che dava su di un vicolo.

Sorridendo, chiuse alle sue spalle la porta e si diresse verso la finestra.

In cui si scende dall’Artiglio

Posted in Davon on aprile 6, 2008 by coubert

“Basta, fermiamoci. Non ce la faccio più!”

Davon si bloccò nel pronunciare queste parole, ansimando rumorosamente e passandosi il braccio sulla fronte per togliere con il tessuto della tunica un po’ di sudore dal volto. Davanti a lui, Gyarix invece era ancora fresco, non mostrava alcun segno di stanchezza.

“Ma non vi fanno fare esercizio fisico, alla Fortezza? Abbiamo corso per poche ore, e sei già ridotto in questo stato?”

Scosse la testa perplesso, quindi cominciò a guardarsi intorno alla ricerca di un luogo dove fermarsi a riposare.
Dopo l’incidente con i centauri erano corsi via attraversando il valico, e riuscendo fortunosamente a non incappare in altri centauri addetti alla sorveglianza dei confini della vallata della Fortezza.
Giunti sul confine, Gyarix aveva dovuto impegnarsi a fondo per riuscire a superare le difese mistiche della vallata senza attivare allarmi, e senza avere una grande padronanza delle arti magiche. Davon probabilmente ci avrebbe impiegato solamente qualche decina di secondi, ma sembrava ancora sconvolto dall’esito del suo ultimo incantesimo e non ne aveva voluto sapere assolutamente, di operare altri incantesimi.

Comunque fosse, malgrado tutto erano riusciti a superare anche le difese magiche che intalciavano il passaggio dai valichi, dopodichè avevano continuato la loro corsa giù per la montagna, seguendo per comodità il sentiero utilizzato dai maghi dell’Ordine, e visibile solamente operando qualche incantesimo. Incantesimo che, anche in questo caso, aveva dovuto operare Gyarix per il netto rifiuto in tale senso di Davon.

“Vieni, arriviamo dietro quegli alberi e potremo riposare un poco.”

Senza nemmeno attendere una risposta da parte del ragazzo, il mercante si incamminò a passo spedito verso un piccolo gruppo di alberi, dietro i quali vi era una depressione naturale nel terreno. Si accucciò nella depressione, appoggiandosi con la schiena contro la terra, imitato dopo poco da Davon.

“Senti, mettiamo in chiaro le cose ragazzo. Siamo senza cibo, acqua e soldi. Dobbiamo arrivare in un qualche luogo dove qualcuno ci possa aiutare, o non resisteremo abbastanza per poter essere catturati dai tuoi vecchi amici. Per fortuna, un poco più a valle circolano diversi branchi di lupi, tenuti lì dai maghi perchè facciano da ulteriore guardia contro eventuali intrusi. Sono pericolosi, certo, ma dovremmo riuscire a sistemarli procurandoci così della carne. Nelle vicinanze poi dovrebbe esserci un torrente, quindi anche il problema dell’acqua è sistemato. Rimane un solo problema…”

Fece una pausa, fissando negli occhi Davon.

“…te. Per sistemare i lupi ho bisogno del tuo aiuto, e non intendo certo che dovresti attaccarli con quel tagliacarte. Mi serve la tua magia, che è ben più potente dei miei due o tre trucchetti. Senza la tua magia, siamo morti.”

Davon non gli rispose, limitandosi a cingere le gambe con le braccia e ad appoggiare la testa sulle ginocchia, lo sguardo perso nel vuoto. Gyarix continuò ad osservarlo, senza però aggiungere una sola sillaba. Dopo un po’ Davon sollevò il capo dalle ginocchia, e lo voltò verso il suo compagno.

“Non volevo uccidere quei bambini..”
“Cuccioli.”
“Non mi importa come si chiamano! Bambini, cuccioli… fatto sta che erano piccoli, non erano pericolosi, non ci avrebbero fatto nulla. Volevo solo bloccarli, ma poi il braccio mi ha fatto male, e ho sbagliato l’incantesimo, e…”

Come si fosse perso nei propri pensieri, Davon si zittì tornando a fissare il vuoto. Gyarix invece, incuriosito, lo incalzò.

“…e?”
“Non so, era come se qualcosa dentro di me mi incitasse ad affumicarli tutti, a distruggere. Qualcosa in me bramava il loro sangue, voleva le loro vite, le loro anime.”

Si morse le labbra, fissando il proprio sguardo sugli occhi del suo salvatore.

“Ho paura di ciò che sento dentro di me, delle sensazioni che provo. Ho paura di essere un mostro.”
“Senti, non sarò un filosofo o un grande pensatore, ma una cosa la so. Non sei un mostro, sei solo Davon. Davon. Cosa questo significhi spetta a te scoprirlo. Magari Davon è un pazzo sanguinario, o magari è un ragazzo pacifico che ha un problema al braccio… solo te puoi sapere cosa davvero provi. Ma sappi questo, tutti proviamo dei sentimenti negativi. In ogni persona è racchiuso del male, così come del bene.”

Sospirò, evidentemente non avvezzo a discorsi del genere.

“In una situazione critica, chiunque potrebbe trovarsi a desiderare di distruggere l’avversario, anche se solo inconsciamente. Anche se poi mai farebbe una cosa del genere, anche se mai lo ammetterebbe neanche con se stesso. Io stesso avevo provato il desiderio di uccidere il centauro, invece che bloccarlo. Ma poi ho deciso di non farlo. Come te, che avevi scelto di fermare i centauri, solo che il tuo braccio ha deciso altrimenti.”
“Si, ma è stato davvero il mio braccio? O c’entro anche io? Di chi è la colpa?”
“Non te lo so dire. Ma cercheremo di scoprirlo, te lo prometto.”

I due rimasero in silenzio per qualche minuto, riposandosi e perdendosi nei propri pensieri. Alla fine Davon prese la parola.

“Grazie”
“Ringraziami se riusciamo a uscirne vivi… a proposito, come va il tuo braccio? Ti ha più dato noie?”
“No…”

Sollevandosi la manica sinistra della tunica, Davon fece per osservare lo stato del braccio e involontariamente trasalì. Adesso una vasta porzione del braccio, tra gomito e polso, era completamente rossa e dura al tatto, come fosse un callo. Gyarix, notando la reazione del ragazzo, si sporse per osservare la situazione.

“Gyarix… che mi sta succedendo?”

La voce di Davon tremolava leggermente per il panico, e gli occhi colmi di preoccupazione guardarono imploranti il mercante che pareva una risposta per tutto.

“Non lo so… che io sia dannato se lo so… ma scopriremo di cosa si tratta. Ho sentito parlare di un tizio, un eremita, che pare in grado di curare ogni problema che una persona possa avere. Magari lui ti potrà aiutare… ma prima dovremo uscire di qua, trovare aiuto, soldi, cibo… allora, posso contare su di te?”

Davon sospirò, prima di rispondere.

“Non ti garantisco nulla. Se il braccio mi darà problemi mi dovrò fermare, o correrò il rischio di ucciderci tutti e due. Ma ci proverò.”
“Non chiedo di meglio.”

In cui si cerca di uscire dalla vallata della Fortezza

Posted in Davon on aprile 5, 2008 by coubert

Davon e Gyarix sbucarono da un boschetto di querce incamminandosi in un’ampia radura. Diverse abitazioni di paglia, molto larghe e ad un solo piano, sorgevano nella piana che si apriva davanti ai due fuggitivi.
Alcuni abitanti del villaggio giravano tra le case, principalmente donne intente a portare parte del raccolto dai campi ai magazzini o bambini che galoppavano da un lato all’altro del gruppo di abitazioni, addentrandosi di tanto in tanto nei campi o tra gli alberi.

Era la prima volta che Davon vedeva delle centaure, o dei cuccioli di centauro. Fino ad allora aveva sempre visto degli esemplari maschili ed adulti, cacciatori o esploratori, che controllavano i passi per arrivare all’Artiglio e rifornivano di cacciagione la Fortezza.

Avanzarono di qualche metro in direzione del villaggio, passaggio obbligatorio per arrivare al valico più vicino, e i movimenti nel villaggio cessarono improvvisamente, gli occhi di tutti puntati su di loro.
Davon evocò mentalmente il proprio Qwerth, che comparve appeso al suo collo. Così dimostrava inequivocabilmente di essere un mago dell’Ordine, e sperò che questo bastasse ad evitare domande a cui probabilmente non avrebbe saputo rispondere.

Le centaure dovevano essere abituate a veder passare dei maghi, infatti nel vedere il simbolo magico dell’Ordine si disinteressarono a loro e tornarono ai loro compiti. I bambini, invece, li osservarono con occhi traboccanti curiosità, seguendoli a distanza. Ogni tanto Davon si voltava, al che i piccoli fuggivano via al galoppo per poi rigirarsi e riprendere il loro maldestro pedinamento dopo essersi allontanati di qualche centinaio di metri.

“Speriamo che si annoino e tornino a giocare tra di loro…”
“Possono crearci dei problemi, Davon?”
“Non penso, è solo che mi dà fastidio essere seguito.”
“Abituatici. Nel caso in cui te lo fossi dimenticato, siamo dei fuggitivi. Per un bel po’ ci cercheranno ovunque, non temere.”

Sospirando, Davon si sforzò di non voltarsi più e di limitarsi a proseguire nel suo cammino, sperando di non incappare in nessun mago di ritorno dal mondo esterno. Quello sarebbe potuto essere un vero problema.
Per sua fortuna, non trovò alcun mago sulla sua strada, e il villaggio cominciò a rimpiccolirsi alle sue spalle mentre si avvicinavano ai pendii dell’Artiglio. La strada era in ottime condizioni, di terra battuta. Evidentemente i maghi si premuravano di tenerla così per consentire ai centauri di sorvegliare agevolmente i passi senza rischiare ogni volta di spezzarsi qualche osso cadendo.

“Chi va là?”

La domanda fece bloccare i due, mentre un centauro adulto si avvicinava loro sbucando da dietro un gruppetto di alberi. Vestiva con la spessa camicia marrone dei cacciatori, e sulla schiena portava una faretra di lunghe freccie. Una corta spada gli pendeva dalfianco sinistro, mentre nella mano mancina stringeva un lungo arco di legno scuro.

“Mi sembra evidente. Sono un mago dell’Ordine.”
“Questo lo vedo. Chi è l’altro?”

Gyarix era sprovvisto, ovviamente, di Qwerth, e fissava Davon perplesso.

“E’ con me, non ti basta? E comunque è un servitore, e oggi ha il permesso straordinario di scendere sull’altro versante dell’Artiglio.”

Disse quelle parole mettendoci dentro tutta la superbia di cui era capace. Solitamente, era così che i maghi trattavano i centauri: con superbia e superiorità, degnandoli solo di un minimo di attenzione. E ogni tanto effettivamentet dei servitori ricevevano il permesso di scendere la montagna.

“Bene, andate pure allora. E scusatemi, mago, ma è il nostro compito questo.”
“Certo, certo…”

Trattenendosi dal sospirare platealmente per il sollievo, i due cominciarono a inerpicarsi lungo la dorsale quando il centauro li richiamò.

“Ehi, aspettate un attimo. Io vi ho già visto, mago… alla prova, qualche giorno fa.”

Davon e Gyarix si immobilizzarono all’istante. La mano destra del mercante corse all’impugnatura del pugnale, mentre i capi dei due ruotavano lentamente in direzione del centauro.

“…e ricordo bene che ti avevano messo tra la servitù. Noi centauri abbiamo una memoria eccezionale, non lo sapevi? E’ per questo che tutti i cacciatori e gli esploratori devono assistere alle prove, per poter riconoscere subito un servo. Lui non l’ho mai visto prima, ma te… stai scappando, per caso?”

Il centauro adesso sorrideva sarcasticamente, e procedeva a passo in loro direzione. L’arco continuava a riposare nella mano sinistra, ma la mano destra era spostata leggermente verso il fianco con la spada.

“Bambini, tornate al villaggio. E cercate qualche cacciatore, ditegli di venire qui che abbiamo un fuggitivo.”

Riluttanti e imbronciati, i cuccioli si voltarono per andare a dare l’allarme. Se lo avessero fatto, se i centauri avessero richiamato l’attenzione dei maghi con i corni, per Davon e Gyarix sarebbe stata la fine. I maghi sarebbero giunti in un batter d’occhio e li avrebbero imprigionati a vita. Se li avessero lasciati vivere, ovvio.

“Davon, se danno l’allarme…”
“Lo so, lo so. Li bloccherò.”

Si voltò improvvisamente, cominciando a gesticolare con le mani e a mormorare le parole dell’incantesimo.

“Correte, stupidi!”

Gridando, il centauro portò la destra alla faretra e, rapidissimo, incoccò una freccia. Tendere la corda, mirare e rilasciare fu azione di un secondo. La freccia viaggiava dritta contro la testa di Davon, ma una sottile barriera la respinse a pochi centimetri dal suo corpo.

“Vai avanti, ragazzo. Ci penso io a tenerti in vita.”

Il mercante era al suo fianco, con le mani tese verso di lui. Un altro dei suoi incantesimi, evidentemente, ma Davon neanche lo sentiva, assorbito com era nell’evocare il complesso incantesimo che aveva in mente. Un incantesimo che avrebbe creato una barriera oltre la quale i centauri non sarebbero potuti andare.

E una nuova fitta gli colpì il braccio. Dolorosa, molto più delle fitte avute in passato.

L’incantesimo partì, e un grido di terrore partì all’unisono dalle bocche di Davon e del centauro adulto. Inermi assistettero alla sfera di fuoco che, partita dalle mani di Davon, si abbattè sui bambini in fuga.

Dopo l’impatto rimasero solo dei corpi bruciacchiati riversi al terreno, e qualche gemito sommesso.

“Che ho fatto.. che ho fatto!!”
“Non è colpa tua, ti hanno costretto a tentare un incantesimo.”
“Li ho uccisi… io…”
“TU, MALEDETTO ASSASSINO!! LA PAGHERAI!!”

Il centauro adulto, sconvolto per la strage dei bambini, stava galoppando verso di lui brandendo la spada, il volto sfigurato dal dolore e dall’ira.

“Non abbiamo tempo da perdere, l’esplosione attirerà attenzioni indesiderate… dobbiamo muoverci.”

Scuotendo il capo, Gyarix mormorò qualcosa compiendo rapidi gesti con le mani. Il centauro stramazzò al suolo, immobilizzato. Solo gli occhi parevano ancora dotati di vita, e seguivano i due ardenti di furore.

“Che.. che gli hai fatto?”
“L’ho solo immobilizzato. Tra molte ore riprenderà a muoversi, quindi vediamo di sfruttare questo vantaggio.”
“Ma io ho… ho…”
“Andiamo, forza.”

Gyarix si incamminò a passo veloce su per la salita, ma la voce di Davon gli giunse dal basso.

“Hanno ragione, sono pericoloso. Devo restare qua dentro.”
“Ma sei impazzito? Ti vogliono uccidere, Davon! Invece te vivrai, toveremo il modo di sistemarti il braccio e non avrai più problemi.”
“E se non ci fossero cure?”

Sbuffanfo, Gyarx ridiscese il pendio portandosi davanti a Davon. Afferratolo per le spalle, gli dette  un paio di scossoni, come a cercare di farlo riprendere dallo shock.

“Se non ci fossero cure, imparerai a evocare gli incantesimi solo con la mente e la voce. E’ difficile e serve un potere immenso, ma in passato alcuni maghi ci riuscivano. Magari potresti riuscirci anche te.”
“Cosa? Davvero è possibile non”
“Ora basta, parleremo dopo. Bisogna andarcene subito, o moriremo.”

Senza più voltarsi indietro, il mercante cominciò a correre su per la montagna. Davon lo fissò indeciso finchè quasi non scomparve, al che cominciò a corrergli dietro, cercando di non pensare alle calde lacrime che gli rigavano il volto.

In cui si fugge

Posted in Davon on aprile 4, 2008 by coubert

Davon seguì in silenzio Gyarix lungo un intricato dedalo di corridoi, stupendosi di quanto il mercante sembrasse conoscere bene la strada. Ad un angolo, notando la sua espressione, questi gli spiegò che era stato in quel sotterraneo per molto tempo, ed era stato spostato frequentemente di cella. In questo modo aveva potuto farsi un’idea piuttosto precisa della planimetria del luogo. Davon si limitò ad annuire, riprendendo a seguire il suo salvatore.

Gli sembrava ancora tutto così irreale, così assurdo. Stava fuggendo dalla fortezza, armato di un coltello, assieme a un mercante stregone. E intendevano utilizzare un passaggio segreto del quale chissà come l’uomo era venuto a conoscenza. Più ci pensava, più il tutto gli sembrava un incubo, ma dentro di sè la consapevolezza della realtà di quella situazione lo spingeva a proseguire.

“Ecco, ci siamo.”

Davon si avvicinò al compagno, che si era fermato davanti a una parete. Non capiva come potesse essere quello il punto, oltretutto il corridoio continuava e lui avrebbe pensato piuttosto di trovare un passaggio segreto in un vicolo cieco, non certo lì…

“Sei sicuro? Non vedo niente.”
“Certo, è un passaggio fatto dai maghi. Pensi sia come cercare una parete di cartongesso? Beh, sei te qui il mago. Prova a vedere se ho capito bene le informazioni che ho carpito all’Ordine, ci sarà pure un modo per sapere se c’è il passaggio, e per aprirlo… no?”

-Ecco perchè mi voleva con se. Perchè da solo non sarebbe mai riuscito a uscire di qui…-

Sospirando, Davon si avvicinò ulteriormente alla parete premurandosi di non toccarla, e socchiudendo gli occhi cominciò a mormorare alcune parole con un tono di voce talmente basso da rendere impossibile a Gyarix il distinguerle.
Dopo pochi istanti, aprì gli occhi e sorrise voltandosi verso l’uomo.

“Si, il passaggio c’è. Ma se fossi in te non cercherei di trovarlo a mano, c’è una trappola di fuoco per prevenire queste cose. Dobbiamo farlo aprire con la magia…”

Silenziosamente, dentro di sè, aggiunse un ringraziamento particolare: le formule per individuare la magia, e quelle per aprire i passaggi, erano incantesimi leggeri, che non necessitavano di strani movimenti delle braccia e delle dita. Quindi non correva il rischio di sbagliarli a causa del suo braccio. Riprese così a mormorare le sue strane litanie, finchè una luminescenza non ricoprì una sezione del muro delle dimensioni di una porta.

“Vieni, andiamo. Ho aperto un passaggio, ma si chiuderà subito.”

disse Davon a Gyarix afferrandolo per un braccio e trascinandolo rapidamente oltre il varco, che si richiuse subito alle loro spalle. Si trovavano ora in uno stretto e buio corridoio. Umido, molto umido. Gyarix parlò in una lingua sconosciuta, e dei globi luminosi presero a volteggiare sopra i due fuggitivi.

“Ti avevo detto che sapevo fare qualche piccola magia, insegnatami dagli stregoni orientali. I globi di luce sono una di queste magie di poco conto.”

Grazie alla luce fornita dalle sfere fluttuanti, i due poterono così osservare il tunnel nel quale erano capitati. Appariva scavato nella terra, che li circondava su ogni lato. La terra era scura e umida, e l’aria era incredibilmente pesante.

“Mi manca l’aria, qua sotto. Vediamo di uscirne il prima possibile.”

Senza perdere ulteriore tempo nell’osservare la galleria, Gyarix cominciò a percorrerla a passo spedito, evidentemente desideroso di uscirne il prima possibile. Poichè i globi luminosi lo seguivano, Davon si ritrovò costretto a corrergli dietro per evitare di perdere il contatto con lui e rimanere così al buio. L’incantesimo di luce che consoceva richiedeva alcuni semplici movimenti delle dita, e quindi se possibile preferiva non utilizzarlo.

Finalmente arrivarono al termine della galleria, e Davon dovette ripetere la procedura seguita all’ingresso per far sì che si creasse un varco verso l’uscita. Ad attenderli al di fuori di quel buio cunicolo trovarono un’esplosione di luce che li accecò per qualche istante. Davon si riprese per primo, era rinchiuso solo da un paio di giorni dopotutto. Gyarix invece sembrava più provato per l’improvvisa esposizione al sole, chissà da quanto tempo era rinchiuso in quei sotterranei.

Davon si guardò intorno un po’ spaesato, dopotutto non era uscito molto spesso dalla Fortezza. Il suo sguardo vagò nel circondario, alla ricerca di punti di riferimento utili a capire dove si trovassero. Prima vide la Fortezza, qualche chilometro alle sue spalle.
Poi vide in lontananza, davanti a loro, le sagome di alcune abitazioni di paglia.

“Cavolo…”
” Che succede? Sai dove siamo?”
“Si. Siamo a due passi dal villaggio dei centauri…”

In cui si presenta Gyarix.

Posted in Davon on aprile 3, 2008 by coubert

Alla vista dell’uomo armato di coltello, Davon si lasciò sfuggire un grido ed involontariamente indietreggiò, pur rendendosi conto che essendo lui rinchiuso in una stanzina di pietra nei sotterranei della Fortezza, non aveva finestre dalle quali scappare. Era in trappola con l’assassino del servitore, che doveva essere entrato di soppiatto quando il servitore, entrato nella stanza, aveva tolto le difese magiche dalla stanza.
L’assassino ignorò completamente Davon. Si chinò invece sopra il cadavere e, afferrato un lembo della sua veste, cominciò a pulirvi sopra il coltello sporco del suo sangue.

“E’ terribile ripulire un pugnale quando il sangue si secca, ti porta via un mare di tempo. Se ne hai la possibilità, cerca sempre di ripulirlo il prima possibile, ragazzo.”

Parlava senza alzare gli occhi dal proprio pugnale, ma le sue parole erano indubbiamente rivolte a Davon, che lo fissava ancora terrorizzato. Non aveva mai visto la morte così da vicino, e anche durante la prova aveva deciso di non uccidere il suo nemico. Ora, invece, lì davanti a lui giaceva un corpo privo di vita. E una pozza di sangue che si allargava sempre più. Finalmente ritrovò l’uso della parola.

“Che hai fatto? Sei pazzo!”
“Sai, non era questa la reazione che mi aspettavo di trovare, dopo averti salvato la vita.”

L’uomo aveva parlato sempre prestando tutta la sua attenzione all’azione della pulizia della lama, ma il tono della sua voce era quasi ironico. Davon non riusciva a capire se stava realmente sorridendo, o se l’impressione che aveva era dovuta solamente a uno strano gioco di ombre disegnato sul suo volto dalla luce tremolante della candela.

“Mi avresti salvato la vita?”
“Sei un mago, anche se giovane. Pensavo che per diventare un mago dovessi possedere certi requisiti. Come ad esempio il riuscire a osservare la scena, e vedere che il nostro defunto amico tiene in mano un coltello. E magari riuscire ad intuire che, siccome io l’ho colto alle spalle, il coltello non era certo destinato a me.”

Gli occhi di Davon scesero sul coltello che aveva visto in mano al cadavere, e le parole dell’uomo acquisirono all’improvviso un senso minaccioso e spaventoso.

“Ma perchè mi avrebbe dovuto uccidere?”
“E chi lo sa.”

Adesso l’uomo si era alzato, riponendo il coltello in un fodero di pelle appeso alla cintura. Scrollò con noncuranza le spalle, in aggiunta alla risposta verbale appena data al giovane mago.

“Era un servitore della Fortezza, e ti portava un messaggio del Consiglio. Lo avevi mai visto prima? Aveva motivo per avercela con te?”
“No, non l’avevo mai visto prima…”
“E allora è stato incaricato di ucciderti. E dato che riceve ordini solo dai maghi, mi sembra chiaro che aveva ricevuto l’incarico dal Consiglio. Un messaggio molto chiaro, non c’è che dire.”
“No!”

Senza volerlo, Davon aveva gridato, sbalordito dall’audacia dell’affermazione dello sconosciuto.

“Perchè mai il Consiglio avrebbe dovuto uccidermi? Non agiscono certo così!”
“Ah no? Hai mai visto maghi potenti monchi, o con problemi alle dita? E non dirmi che non ci sono, perchè anche i maghi sono esseri umani, e si ammalano. Per non parlare degli incidenti in combattimento, dei danni alla mobilità del corpo avvengono di continuo. Chissà perchè, però, non si vedono mai in giro…”
“Diventano servitori…”

provò a dire Davon, senza molta convinzione. In realtà non aveva mai pensato a quella stranezza. Tutti i maghi che aveva sempre visto, sia giovani che vecchi, erano sempre apparsi in perfette condizioni fisiche, e lui aveva pensato si curassero magicamente. Ma in effetti, quando lui aveva avuto dei problemi, avevano detto di non poter fare niente per aiutarlo. Loro si, e lui no?

“Non ci credi neanche te. I maghi menomati sono un problema, per l’Ordine. E te lo sei di più, perchè sei giovane e molto potente. Probabilmente pensavano di ucciderti con la prova, ma sei sopravvissuto. E gli hai fatto paura, perchè anche senza avere il pieno controllo dela magia sei stato giudicato abbastanza potente da essere un mago. Temono ciò che potresti diventare.”
“Mi temono? Ma perchè? Non avevo intenzione di fare niente di male… sono sempre stato qui, ho sempre studiato…”
“Invidia, gelosia, paura di venire superati in potere se tu acquistassi il controllo del tuo braccio.”

Davon tacque, e si lasciò semplicemente cadere a sedere sul letto. Lui, così potente da far paura agli Anziani? Non lo riteneva possibile, ma certo la prova e il coltello in mano al servitore erano circostanze quantomeno dubbie. Ma del resto…

“Scusa, ma te chi saresti?”

domanda finalmente allo sconosciuto che si era autoproclamato suo salvatore, e che ora lo fissava con sguardo ironico tenendo le braccia incrociate davanti al petto.

“Io? Mi chiamo Gyarix, ed ero un umile mercante che nei suoi viaggi aveva appreso qualche piccolo incantesimo dagli stregoni dell’est. Purtroppo non sapevo che anche fare piccoli incantesimi per spaventare i briganti fosse considerato fuorilegge, così sono finito qui nelle segrete della vostra bella Fortezza. Per mia fortuna, hai attirato tutta l’attenzione su di te e così sono riuscito a uscire dalla cella. Stavo per andarmene, quando ho visto cosa stava per accadere e ho pensato di aiutarti. Del resto era merito tuo se stavo scappando..”

Davon rimase in silenzio, incapace di proferire parola. Non sapeva che pensare. Era sempre vissuto lì, aveva sempre creduto che l’Ordine fosse giusto, o che perlomeno lo fosse il Consiglio. Aveva sempre visto gli Anziani come benevoli ed inflessibili saggi detentori delle verità assolute e di poteri inimmaginabili. E ora questo… questo mercante veniva a dirgli che loro avevano paura di lui, e avevano cercato per ben due volte di ucciderlo. Era talmente inconcepibile da poter essere reale, pensò con un brivido.

“Beh, senti, tra poco verranno a vedere se il lavoro è stato compiuto. E non vorrei essere ancora nei paraggi per spiegargli come mai ero in libertà, o perchè ho colpito il loro sicario. Io me ne vado, in questo periodo di prigionia sono venuto a conoscienza di un passaggio che dalle segrete arriva nella valle. Se vuoi venire via con me, a me potrebbe far comodo un po’ di aiuto magico per uscire dalle montagne… altrimenti mi arrangerò da solo, mentre te scoprirai a tue spese quanto fossero illusore le tue speranze sul Consiglio.”
Rimase in attesa per qualche secondo, aspettando un gesto o un cenno da parte di Davon. Quindi fece per muoversi verso la porta, ma la voce del ragazzo lo bloccò.

“Un aiuto per uscire da qui? Beh, non è che conosca molto la zona qua intorno, ma dovrei riuscire a portarci fuori dall’Artiglio. Aspetta che prendo le mie cose.”

Alzatosi stancamente dal letto, infilò le vesti e i libri in un sacco che aveva sotto il letto. Il sacco nel quale aveva portato quella stessa roba nella stanza, due giorni prima. Uscito dalla stanza, si guardò nervosamente intorno. Era un fuggitivo adesso, sarebbe stato braccato dai maghi dell’Ordine. Poteva ancora rientrare in cella, e spiegare tutto agli Anziani. Ma gli avrebbero creduto? Una voce dentro la sua coscienza, nel profondo del suo essere, rise crudelmente a quella sua flebile speranza.

“Tieni, ti potrebbe tornare utile”

Gyarix lo oltrepassò lungo il corridoio, mettendogli in mano il coltello del sicario. Inghiottendo rumorosamente della saliva, Davon fissò affascinato per qualche lunghissimo istante il coltello. Quindi seguì il mercante.

In cui Davon si trova in una brutta situazione

Posted in Davon on aprile 2, 2008 by coubert

Davon camminava avanti e indietro per la piccola stanza illuminata solo dalla luce di una candela posta sul piccolo tavolino addossato alla parete di pietra. Erano passati ormai due giorni da quando aveva superato la prova che i maghi gli avevano imposto.

Aveva rischiato di morire, ma era sopravvissuto ed era riuscito a sconfiggere il suo avversario. Si era guadagnato il titolo di mago dell’Ordine, e aveva ricevuto il Qwerth, il ciondolo magico che provava questo fatto. Ora era un mago dell’Ordine a tutti gli effetti. Ma gli anziani avevano deciso che non sapeva controllare i propri poteri, a causa di un problema al braccio che aveva da qualche tempo e che loro non erano stati in grado di curare. Così, appena era emerso vincitore dallo scontro con il Guardiano, lo avevano prelevato dall’arena senza troppi complimenti e lo avevano condotto nei sotterranei della Fortezza, alloggiandolo in una stanza là sotto.

Alloggiandolo… di fatto era prigioniero, malgrado tutti i discorsi cerimoniosi e ampollosi degli Anziani. Era rinchiuso in quella stanzetta sottoterra, mangiava e beveva quando i servitori dell’Ordine gli portavano cibo e acqua. La porta era aperta, certo, ma poteva perfettamente percepire gli incantesimi di contenimento che circondavano la stanza. Era imprigionato, in attesa che il Consiglio decidesse del suo futuro. Probabilmente avrebbe vissuto da servitore nella Fortezza, esultando come un idiota le rare occasioni in cui gli avessero permesso di uscire nella vallata. Avrebbe visto Layrtes diventare un membro dell’Ordine, e avrebbe servito il cibo ai novizi mentre Seinard veniva ammesso trai maghi per poter avere accesso alle ricchezze della nobile casata da cui proveniva.

Sentiva di non meritare quel trattamento, quella fine. Non aveva fatto niente di male, si era sempre impegnato e aveva anche superato la prova… il braccio sarebbe guarito, perchè non volevano concedergli un minimo di fiducia?
Questi suoi pensieri lo portarono ad osservare il braccio lasciato scoperto dalla manica della tunica, arrotolata sopra il gomito.  Durante la prova aveva sentito un po’ di fastidio provenire dal braccio, ma non ci aveva fatto caso. Nelle quaranta ore successive però aveva avuto tutto il tempo di controllare il suo stato, ed era rimasto costernato dallo scoprire che buona parte del medesimo era arrossata, e leggermente indurita al tatto. Ormai aveva avuto abbastanza tempo per accettarlo, se non per abituarcisi, e aveva preferito non farne parola con gli Anziani. Era già in una brutta situazione, parlare di questo suo peggioramento avrebbe potuto firmare la sua condanna a vita.

Aveva provato a dormire, ma il suo sonno era stato agitato, frammentato. Ricordava di essersi svegliato a più riprese, madido di sudore, con una risata cavernosa che gli riecheggiava nella mente. E fiamme, ricordava di aver sempre sognato fiamme. Enormi, accecanti, che sprigionavano un calore inumano. Alla fine aveva ammesso a malincuore di essere troppo nervoso per dormire, e aveva cominciato a vagare per la stanza come un’anima in pena.

Quando la porta di legno si aprì lentamente quasi sobbalzò, e si allontanò un poco dalla stessa per cercare di vedere chi stesse per entrare. Molto probabilmente, pensava, sarebbe stato un inviato del Consiglio che gli avrebbe riferito la decisione degli Anziani. Rimase quindi immobile in fondo alla stanza, tentando di darsi un contegno e di non apparire terrorizzato alla prospettiva di passare lì il resto dei suoi giorni.
Nella stanza entrò un uomo robusto, vestito come un servitore della Fortezza. La bocca era completamente nascosta dai folti baffi e dalla barba rigogliosa che scendeva lunga giù dal mento.
L’uomo fissò in silenzo Davon per qualche secondo, ricambiato dalle occhiate scrutatrici del ragazzo. Finalmente avanzò verso di lui, fermandosi vicino al letto.
“Il Consiglio ti ha convocato. E visto che al termine del colloquio non tornerai in questa stanza, puoi prendere i tuoi effetti personali.”

Senza parlare, Davon si avvicinò all’uomo dandogli poi le spalle nel chinarsi di fianco al letto per raggruppare le sue cose. Un paio di tuniche e qualche libro. Non era certo un ragazzo ricco, e tutto ciò che aveva era legato alla Fortezza.
Si rizzò di scatto quando sentì un rumore sordo alle sue spalle, e si voltò fulmineamente.

L’uomo giaceva riverso al suolo, in una pozza di sangue che sgorgava copioso da una ferita sulla sua schiena. Tra le mani stringeva un coltello. Gli occhi dell’uomo, sbarrati, fissavano Davon come a chiedergli cosa fosse successo, o a dargli la colpa.
“Sei stato fortunato, ragazzo. Se non fossi passato da queste parti, adesso ci saresti te sdraiato per terra con un coltello nella schiena.”
All’udire quella voce Davon alzò la testa, e vide da dietro la porta sbucare un uomo sulla cinquantina, magro, con il volto affilato e capelli castani tagliati corti, tenuti arruffati come se avesse appena corso controvento.
Vestiva con una tunica marrone, al collo portava il Qwerth. E nella mano destra stringeva un lungo coltello macchiato di sangue.