La terra dell’Oscuro

Selija era in piedi, immobile, lo sguardo fisso verso la loro destinazione.
Il suo sguardo era assente, le pupille sbarrate.

“Selija…”

Anymartis le si avvicinò, percependo chiaramente l’aura che la ragazza emanava. Le cinse le spalle con un braccio, traendola vicina a sè.

“Selija, ci hai salvati. Ora è finito, tranquilla…”

Lentamente, l’aura si affievolì mentre la ragazza riprendeva a respirare con regolarità, cominciando a guardare intorno a sè come per capire dove si trovasse.
Incrociò lo sguardo preoccupato di Anymartis, e gli sorrise.

“Che è successo?”
“Non ricordi niente?”

La ragazza si corrucciò, nel tentativo di ricordare. Cosa era successo? Aveva sentito gridare, e poi… e poi si era ritrovata davanti ai suoi familiari massacrati da Regis. E aveva rivissuto più volte quella scena.
Ma ormai erano passati anni da quel terribile giorno, col tempo lo aveva accettato ed era andata avanti. Per il bene del mondo intero, addirittura, adesso era vicina al responsabile della rovina della sua famiglia. Collaborando con lui.
Se poteva sopportare la sua vicinanza, poteva sopportare ogni altra cosa.
Una calma sovrannaturale a quel punto era scesa su di lei, e la ragazza vi si era sentita perdere. Si era sentita un tutt uno con il cosmo, con il mondo, con quello strano piano abitato dagli Dèi.
Fino a quando Anymartis non la aveva richiamata indietro.

“Ricordo che c’era tanta pace e calma.”

Anymartis le carezzò il volto per tranquillizzarla.

“La tua pace ci ha aiutato a respingere l’attacco mentale di qualche divinità desiderosa che il nostro cammino si interrompa qua. Ma non gli daremo questa soddisfazione… non gliela darò mai vinta.”

Si voltò verso i compagni di viaggio, e nei loro volti provati dalla sofferenza appena vissuta lesse la stessa determinazione e lo stesso desiderio di vendetta che sapeva albergare nel proprio cuore.

“Bene, allora andiamo.”

Ripreso il cammino, guardandosi intorno timorosi per prevenire nuovi attacchi, magari fisici. Ma non accadde niente, e riuscirono ad arrivare alla terra dell’Oscuro.
Come gli era stato detto, la riconobbero all’istante.

Il cielo era nero come se fosse notte fonda, una notte priva di stelle e di luna.
Il terreno sotto i loro piedi si era fatto fangoso, intorno a loro potevano intravedere le sagome scheletriche di alberi anneriti.

“Mi piace come è arredato questo posto.”

La voce di Gaerlen fu seguita dalla sua risata, una risata cristallina e divertita. Un netto contrasto con il suo aspetto, che si faceva sempre più inumano e spaventoso ora che gli sforzi e la sofferenza le avevano fatto abbandonare l’apparenza di normalità che manteneva sul proprio aspetto, facendole mostrare chiaramente la propria natura di vampira.

“Quanta malvagità…”

Regis fissò interessato il circondario, assaporando l’aura di malvagità che permeava ogni cosa.
Un’aura talmente intensa e cupa da mettergli paura.

“Tutto questo… è terribile. Come ha potuto violentare in questa maniera la natura?”

Eleryan rabbrividì leggermente, davanti a quello spettacolo così terrificante per lei che era sempre vissuta in completa sintonia con le foreste.

“Anche io avrei preferito della sana roccia, ma non mi sembra il caso di fare tutti questi piagnistei. Piuttosto, se siamo nella terra dell’Oscuro, non è che magari ci manderà contro qualche migliaio di creature? Cioè, io lo farei…”

Le parole di Mokran furono interrotte dall’avvertimento che Fadar lanciò, accompagnato da qualche colorita imprecazione.

“Gli alberi… hanno preso vita. Sono i guardiani di questo posto, e sono migliaia… contento, nano?”
“Alberi? Vorrà dire che faremo legna.”
“Forse ti è sfuggito il fatto che non riusciamo a vederli, anche se io posso percepirli?”
“Kryout!”

L’ascia rilasciò la sua solita esplosione di luce, ma questa volta la luce parve venire attutita dall’oscurità. L’effetto complessivo del rilascio del potere illuminante dell’ascia fu di produrre un diffuso, lieve bagliore che parve aleggiare attorno al gruppo, come sospeso in aria in mezzo a tentacli di viscosa oscurità.

“Però, è la prima volta che fa così… di solito è un botto e via…”

Mokran stesso pareva sorpreso. Ma grazie a quella sua trovata, adesso tutti potevano vedere gli enormi e scheletrici alberi neri dirigersi verso di loro, protendendo minacciosi rami secchi ed acuminati come artigli.

“Morire contro un albero? Non se ne parla…”

Gridando, Krenya si lanciò contro gli alberi, mulinando la gigantesca spadona che si portava dietro. La semplice onda d’urto prodotta dalla lama fece arretrare gli arbusti stregati, e quando l’arma incontrò la corteccia tagliò in due l’albero, che cadde fragorosamente al suolo.

“Ma che…”

Incredulo, Anymartis tentò di imitare l’orchessa. Con suo sommo stupore, la sua spada produsse risultati non dissimili da quelli ottenuti da Krenya.
In un batter d’occhio, in sei stavano aprendo una strada tra gli alberi a colpi di spade o ascie.
Dietro di loro venivano Davon e Regis, che ogni tanto spedivano qualche sfera di fuoco contro degli alberi un po’ troppo intraprendenti, o li polverizzavano spedendogli contro qualche raggio violaceo.
Quindi arrivavano Eleryan e Selija, che fissavano inorridite quello spettacolo.
Macchia si affrettò a raggiungere il gruppo di testa, sguainando la spada. Ma non prima di essersi scambiato uno sguardo d’intesa con Gaerlen, quando questa aveva mormorato

“Certo che stiamo diventando sempre più potenti quassù, vero Macchia?”

La sua occhiata era stata abbastanza eloquente da farla ridacchiare, ma almeno la donna aveva smesso di provocarlo. Per il momento, almeno.

Ben presto il fastidio rappresentato dagli alberi scomparve, e si aprì un vastissimo, sconfinato terreno aperto e privo di qualsivoglia interruzione. Non alberi, nè sassi, nè steli d’erba. Solo terreno annerito, in ogni direzione i dodici volgessero lo sguardo.
E in mezzo a questo terreno, una costruzione enorme, maestosa.

Una statua.

“Eccola, l’abbiamo trovata!”

Rinvigoriti da quella vista, si addentrarono nella pianura per raggiungere il monumento e distruggerlo.
La pianura però si trasformò rapidamente in una palude, mentre tutto intorno a loro piccole creature grigiastre spuntavano dalla melma, protendendo i loro arti cadaverici verso di loro.

“Sono non morti! Non fatevi toccare, o vi sottrarranno energia vitale!”
“Energia vitale, eh?”

Veryc sorrise, mentre brandendo Famelica falciava ogni creatura osasse avvicinarglisi. Regis, finalmente alle prese con qualcosa a lui familiare, cominciò a mandare contro le creature incantesimi sempre più occulti e spaventosi, disintegrandoli a centinaia.

Finalmente, dopo una decina di minuti, anche quell’intralcio venne meno, e i dodici riuscirono ad avvicinarsi alla statua.

Vista da vicino, era ancora più imponente di quanto avessero pensato. Era alta centinaia di metri, larga decine e decine.
Costruita in pietra nera, circondata da una tale aura di potere che non riuscirono a trovare il coraggio di avvicinarvisi abbastanza da entrarci in contatto.

Dopo qualche minuto, fu Mokran a parlare.

“…ed ora?”

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3 Risposte to “La terra dell’Oscuro”

  1. Nonostante la tragicità del momento, devo ammettere che sul finale non ho potuto fare a meno di ridere! 😀

    Voglio vedere proprio come se la caveranno!

  2. Anche se è un orchessa a brandirla, uno spadone è e rimane uno spadone, cioè maschile come genere… 😉

    Diventeranno i dodici nuovi dei! 😛

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