Salvatrice

“Sentite qualcosa?”

A quella domanda, Fadar si immobilizzò. Quella voce, quella voce l’avrebbe riconosciuta ovunque.
Si voltò di scatto, ritrovandosi in una città. La capitale dell’Impero.
Non fece domande, non si chiese cosa stesse accadendo.
Sapeva solo di dover trovare i suoi cani prima che i soldati li raggiungessero.

Aveva commesso un’imprudenza. Non era stato attento, e a corte si erano accorti tutti del suo potere.
Parlare con gli animali? Condividere con loro le emozioni, i pensieri… non era certo una cosa degna del figlio dell’Imperatore. Chi mai avrebbe accettato un futuro Imperatore così animalesco?

Suo padre aveva deciso per lui, stabilendo che senza animali nei dintorni sarebbe tornato normale.
La notte del sangue.
Ogni animale in città ucciso dai soldati, giusto dei topi e degli uccelli si erano salvati.
Aveva solo quindici anni, e per un mese non aveva più parlato, stravolto dal dolore provato nel vivere la morte innumerevoli volte, in innumerevoli corpi.

Corse con tutte le proprie forze. Doveva trovarli, doveva salvare almeno loro… doveva…
Ora come allora, non fece in tempo. La loro morte lo colse come una pugnalata nello stomaco, facendolo cadere a terra mentre calde lacrime rigavano il suo volto.

“Sei proprio un animale. Mi fai schifo, la tua nascita è stata un errore.”

Suo padre. L’Imperatore.
Una parte della sua mente gli gridò che non aveva mai pronunciato tali parole, ma Fadar non l’ascoltò. E rimase immobile a terra, ad osservare suo padre diventare sempre più grande mentre lui si rimpiccioliva. Osservò il padre alzare una lunga spada finemente lavorata, la spada che gli aveva dato tante vittorie in battaglia. Quando la spada calò su di lui, gridò per il terrore.

“Chi sta gridando?”

Eleryan stava camminando in mezzo agli alberi della foresta sotto la protezione degli elfi, beandosi della pace e della tranquillità di quel luogo.
Le grida di terrore, così estranee a quel contesto, la attirarono sempre più nel cuore della foresta.
Mentre avanzava, il verde cedeva il passo al colore nero, la luce scompariva.
Fino a quando non si trovò in una radura, costretta a fissare i resti carbonizzati di cinque elfi. E in mezzo a quegli orridi resti, volteggiava lo scettro del re. L’artefatto che era stato trafugato dalle stanze reali, e che aveva ucciso quelle creature…

Mentre lo fissava, dallo scettro partirono dei raggi bianchi, diretti tutt’intorno.
Come colpivano un albero o un cespuglio, questo avvizziva e scompariva, lasciando solo qualche granello di cenere al suo posto.
La foresta sacra degli elfi, il cuore del mondo. Distrutto per la cupidigia di chi aveva attivato il potere dell’artefatto.
Con la foresta, gli elfi lanciavano il proprio grido di morte e di dolore.
Eleryan si accasciò al suolo, con le energie che la abbandonavano mentre la foresta scompariva dall’esistenza, annientata dalla luce bianca.

“Questa luce bianca… è insopportabile.”

Veryc avanzava in mezzo al nulla, circondato su ogni lato da quella monotona luminosità bianca. Sapeva che esisteva un soulo solo per il fatto di star camminando su qualcosa, per il resto non era in grado di dire se ci fosse un soffitto, una parete, un ostacolo di qualsiasi natura.
Perfino un nemico sarebbe stato ben accetto, avrebbe spezzato la monotonia di quel luogo.

“Cavaliere Veryc.”

Intorno a lui comparvero centinaia di cavalieri. Li conosceva tutti, chi di nome e chi solo di vista. Con molti di loro aveva vissuto molte avventure, aveva condiviso squallide stanze in locande sperdute, aveva combattuto fianco a fianco.
Diversi di loro li aveva pure uccisi.

“Per i vostri innumerevoli crimini, siete stato condannato.”

Scoprì di avere la braccia legate da pesanti catene che lo immobilizzavano, e che con il loro peso lo trascinavano lentamente a terra.
Davanti a lui, il Giudice dell’Ordine lo fissava severo, privo di ogni traccia di compassione.

“Avete ucciso i vostri confratelli. Avete rinnegato il giuramento e gli Dèi, avete abbandonato la luce per servire l’oscurità. Avete accettato di servire una vampira, portandole come nutrimento innocenti ragazzini. Avete sterminato famiglie, ucciso infanti, stuprato ragazzine inermi….”
“Diamoci un taglio. So cosa ho fatto.”

La voce di Veryc, malgrado tutto, riuscì ad essere ancora sprezzante. Non rinnegava nulla, non abiurava alcuna sua scelta. Aveva scelto di vivere per Dama Gaerlen, tutto il resto veniva di conseguenza.

“La pena per i tuoi reati, è l’uccisione.”

Veryc sorrise. Era ovvio, non si aspettava altro. Conosceva benissimo il Codice, dopotutto era stato un cavaliere anche lui.

“La pena sarà comminata da Famelica.”

A quelle parole Veryc sgranò gli occhi. La sua spada magica fluttuava davanti ai suoi occhi, circondata da un alone di oscurità che lo fece gemere. Percepiva la sua fame, e sapeva che solo la sua stessa esistenza l’avrebbe saziata. Sarebbe finito a far compagnia alle anime delle persone che aveva ucciso negli anni con quella stessa lama. Avrebbe vissuto in eterno al suo interno, non avrebbe mai trovato la pace della morte.

“No… no… NO!!!!!!”

“E’ inutile che adesso implori pietà, cagna. Chi vuoi che ti salvi? La tua famiglia? Guardala, quel che rimane è sparpagliato sul pavimento. Se riesci a vederlo, in mezzo a tutto quel sangue…”

Gaerlen sta gridando e piangendo senza ritegno. Sa che non dovrebbe fare così, sa che a sedici anni dovrebbe essere più adulta di così. E magari dovrebbe affrontare a testa alta la morte, così come avevano fatto i suoi familiari. E le guardie del castello. E probabilmente i servitori.
Purtroppo sapere una cosa non implica il riuscire a metterla in atto.

Ha paura di morire. Ha paura di ciò che verrà prima.

La lussuria negli occhi dei vampiri che hanno sterminato tutti coloro che le stavano intorno le fa capire chiaramente che la morte sarà solo l’ultima cosa che le accadrà. Che arriverà a desiderare la morte.

Il vampiro pare leggerle in volto questi pensieri, e sghignazza.

“No, non ti farò morire. Giocheremo con te, ti useremo per il nostro piacere, ti porteremo sull’orlo della morte… ma non morirai. Ti renderemo come noi, così sarai la nostra schiava in eterno. Che ne dici, ti piace l’idea? Così farai anche da esempio agli altri signorotti, che non pensino di poter uccidere impunemente un vampiro!”

La ragazza tremò a quelle parole, ma si fece forza e cercò di controllarsi. Fissò in volto i suoi aggressori, gli occhi rossi di pianto.

“Vi ucciderò.”

Risate.

“Diventerò forte, vi ucciderò e banchetterò con i vostri resti. Diventerò la persona più forte del mondo intero, così nessuno potrà più farmi male.”

Altre risate. Poi i volti di quei vampiri sempre più vicini, mani sul suo corpo, denti aguzzi che la mordevano. E l’incubo cominciò.

Krenya era imprigionata in una capanna, denudata dei suoi abiti e privata delle sue armi.
Quei maledetti umani stavano compiendo esperimenti su di lei, lo sapeva, anche se ignorava la natura di tali esperimenti.
Si maledisse per l’ennesima volta.
Farsi catturare in quel modo, come una bambina… ricordava le espressioni soddisfatte di quei guerrieri rosati quando capirono di aver catturato la figlia del capo degli orchi, colui che li aveva riuniti per quella guerra improvvisa contro gli eserciti umani.

E da allora, per lei c’erano state solo umiliazioni. Torturata, ferita, derisa, trattata come un cane.
Fatta bersaglio di calci, pugni, sputi. E lei incatenata, sanguinante. Inerme.

Odiava sentirsi inerme, fin dall’infanzia aveva lottato duramente contro le tradizioni del clan che la volevano al villaggio mentre gli uomini andavano a far razzie.
Era più forte della maggior parte degli orchi, non era giusto essere trattata diversamente solo perchè era nata donna! Che colpa ne aveva lei?

Finalmente vide gli umani massacrati. Gli orchi erano giunti a salvarla.
Ma i loro sguardi… la fissavano, sorridendo sarcastici. Spade brillavano nelle loro mani.

“Che utilità ha per noi una donna che vuole giocare al guerriero? Guardate, è diventata la cagna degli umani…”
“Uccidiamola, portiamo la sua testa al Capo. Gli diremo che gli umani l’hanno uccisa, e che noi l’abbiamo vendicata. Ci farà capi secondi solo a lui.”
“Già, e questa idiota capirà che avrebbe dovuto starsene al suo posto.”

Si avvicinarono minacciosi a Krenya, pronti a ucciderla. Lei era a terra, singhiozzante, incapace di reagire.

Poi una calda luminosità l’avvolse, infondendole calma, sicurezza, coraggio.
Si sorprese di essere rimasta così remissiva.
Si alzò di scatto, spezzando con la forza delle braccia le catene che la trattenevano. Sorridendo, si lanciò contro i suoi presunti salvatori.
Lei contro tre orchi armati.
Li uccise in pochi secondi, gridando la propria rabbia.

Il villaggio scomparve, e Krenya si ritrovò nella steppa.
Vicini a lei, a terra, c’erano tutti i suoi compagni di viaggio. Tutti si stavano faticosamente rialzando, sconvolti in volto.

Davon stava piangendo. Lacrime rigavano il volto del demone, che si fissava incredulo le mani artigliate.
Fadar cercava di darsi un contegno, e fissava preoccupato Zanna di Drago che ancora invocava i nomi dei familiari morti nel villaggio mentre lui compiva la prova d’iniziazione sul monte Sacro.
Gaerlen, ancora più pallida in volto del solito, borbottava qualcosa riguardo all’essersi vendicata dei suoi aguzzini e del mondo intero.
Veryc si sedette a terra, fissando con disprezzo e rassegnazione la spada che portava al fianco.
Anymartis si guardò intorno, sollevato nel vedere tutti ancora vivi.

“Direi che abbiamo sperimentato l’attacco mentale del Dio, ma siamo sopravvissuti.”

Regis si alzò tremante, ancora impaurito ma fuorioso al contempo.

“Come osa? Come osa quel Dio prendersi gioco così del mio passato??? Me la pagherà!”
“Piuttosto… solo io ho visto una luce darmi coraggio, quando pensavo di essere alla fine?”

Le parole di Macchia evocarono un momentaneo silenzio, mentre tutti cominciavano a ricordare che si, in effetti avevano visto una luce simile.

“Ma chi…”

Le parole morirono nella bocca di Anymartis, quando vide Selija circondata da quella luce salvatrice che li aveva spinti a sconfiggere le loro paure più recondite.

“Selija….”

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2 Risposte to “Salvatrice”

  1. Uh… oh… questa è un’evoluzione imprevista!

  2. Beh, doveva pur motivare la sua presenza lì anche la povera Selija, no? Cioè, oltre ad essere la “ganza” di Joni\Anymartis, intendo xD

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