Archivio per agosto, 2008

Nuovo inizio, nuovo blog, nuova mentalità

Posted in Comunicazioni straordinarie on agosto 31, 2008 by coubert

E così siamo giunti alla fine.

Non pensavo sarei riuscito a scrivere la fine che avevo comunque già immaginato dall’inizio, anche se devo ammettere che le cose le ho dovute velocizzare a causa di un interesse che ormai era calato -da parte mia- nei confronti di questa “storia di storie”.

Già da domani però ripartirò con un nuovo blog, il cui indirizzo ho già inserito tra i link “New Wave Novelers”: I mondi di Tanabrus

Cercherò di scrivere storie più lunghe e più complete, coerenti con sè stesse e con magari le storie che saranno poste in continuity con loro (coerenza di nomi, di avvenimenti, di luoghi… tutta roba che, per lo più, mi è mancata in questo tentativo).
Per fare ciò abbandonerò la ricerca della quotidianità della pubblicazione a favore di una maggiore cura della storia (almeno spero).

Questo non significa che pubblicherò una volta a settimana, e potrà accadere di scrivere un post al giorno (magari verso fine settembre, quando mi sarò liberato del peso di questo esame). Ma altrettanto spesso potrà accadere di avere solo tre post in una settimana.
Ecco, direi che 3-4 post a settimana sarebbe una buona media da tenere… da parte mia farò il possibile per riuscirci.

Ci saranno storie fantasy, come quelle che ho pubblicato qui, ma ci sarà spazio anche per tentativi in altri generi. La prima storia comunque sarà fantasy, e comincerà già da domani.
Vi ringrazio per avermi seguito fino a qui, e se vi hanno interessati i racconti pubblicati fino ad oggi vi invito ovviamente a seguirmi sul nuovo blog.

Se invece non vi sono piaciuti, vi invito ugualmente a visitare il nuovo blog. E magari a commentare i racconti dicendo cosa non vi è piaciuto, così da aiutarmi a migliorare.

A presto.

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La fine. (Un nuovo inizio?)

Posted in La fine on agosto 30, 2008 by coubert

Rimasero immobili davanti all’immensa statua, incapaci di decidersi ad avvicinarsi ulteriormente all’oggetto che avrebbero dovuto distruggere.

“Dannazione, attacchiamola!”
“Andiamo!”

Cercarono di farsi coraggio esortandosi a voce alta, ma malgrado ciò non riuscivano ad avanzare di un millimetro. Dalla statua sentivano provenire una malvagità talmente assoluta da far rabbrividire pure Gaerlen.

“Oh… basta!”

Davon indietreggiò, levando le mani verso l’alto e cominciando a formulare un incantesimo. Una pioggia di sfere incandescenti si abbattè sulla statua senza però scalfirla minimamente.
Gridando, Regis lo imitò mosso dalla rabbia e dalla paura che non riusuciva ad evitare di provare dinanzi a quel segno tangibile della presenza dell’Oscuro.
A lui si unì anche Eleryan, che mandò sfere luminose ad impattare contro la roccia nera nella quale era modellata la statua.

Niente di tutto ciò parve produrre il minimo danno al bersaglio di quegli attacchi, tra lo sconcerto generale.

“Se non possiamo toccarla, e i nostri incantesimi non hanno effetto… come diavolo dovremmo distruggerla?”

Come in risposta alla domanda di Anymartis, l’oscurità prese ad addensarsi attorno alla statua, e un rumore sordo e potente rimbombò in tutto il piano.
Un rumore simile a un colpo di tamburo.
O ad un battito di cuore.

Il terrore si impadronì delle dodici figure che, piccole come formiche, tentavano di distruggere la gigantesca statua dalla quale, adesso, pareva essere provenuto quello strano rumore. Possibile che…

“Macchia!”

Il ragazzo si voltò verso Davon, che ancora fissava la statua, cinereo in volto per quanto la pelle rossa da demone lo consentisse.

“Il vecchio mi aveva detto una cosa. Che i miei poteri uniti ai tuoi avrebbero potuto consentire a te solo di tornare sulla terra, quando saremmo arrivati allo scontro con il nostro nemico. E visto che ho la bruttissima sensazione che l’Oscuro si stia per risvegliare…”

Macchia fissò l’amico per diversi secondi, inespressivo.

Era giunto il momento della decisione.
Tornare sulla terra e divenire l’allievo di Gryd’Tor, sopravvivendo nell’ombra per millenni senza poter intervenire nelle vicende umane, costretto in una prigione creata con le proprie mani.
O rimanere, e condividere il fato che, in caso di vittoria, avrebbe atteso tutti i suoi compagni.

Sospirò, gli occhi di tutti puntati addosso a lui. La rivelazione di Davon li aveva sconvolti, era chiaro. Lo vedevano come un tradimento, e non avevano certo torto.
Erano arrivati fino a lì, malgrado tutte le difficoltà incontrate per cooperare tra loro e per affrontare gli avversari postigli di fronte dagli Dei. Se se ne fosse andato, non si sarebbe dimostrato migliore di Regis o di Gaerlen.

Si morse le labbra, stringendo i pugni mentre prendeva una decisione.

“Non esiste. Siamo arrivati insieme, e resteremo insieme fino alla fine.”

Tentò di sorridere, avvertendo il sollievo dei compagni a quelle parole. Gli parve anche di sentire una risatina, sicuramente Gaerlen.
Poi un altro battito, sempre dalla statua.
E un altro ancora.

Zanna di Drago si accasciò a terra, il braccio sinistro proteso verso la statua, risplendente di un’abbagliante luce bianca.
Il ragazzo gridò dal dolore, mentre la luminosità prodotta dal braccio si dirigeva verso la statua, assumendo lentamente una forma ben precisa.

La forma enorme di un drago bianco, traslucido per la mancanza di un vero corpo fisico.
Il drago bianco che nella visione, il giovane Ara’Nu aveva visto lottare contro il drago nero.
Ma poi il drago nero era scomparso, e….

La statua si crepò, e mentre una forza immensa lottava per uscirne frammenti di roccia nera cadevano pesantemente al suolo.
Fino a che l’intera statua non si sbriciolò, rivelando la forma che vi era confinata, e che ora era riuscita a ritornare in quella statua e a riaccumulare abbastanza potere.
Non avevano fatto in tempo a distruggere la statua, ed usandola come punto di riferimento e come luogo dove recuperare le forze, l’Oscuro era tornato in vita, nella forma di un gigantesco drago nero.

I dodici non poterono fare altro che osservare impotenti mentre il drago nero ed il drago bianco che avevano inconsapevolmente trasportato fino a lì salivano in cielo, avvinghiati, azzannandosi e squartandosi con gli artigli.

“Che cos’è quello?”

Mokran fissava a bocca aperta le due creature, consapevole di non essere niente in confronto a loro. Non era abituato ad una tale sensazione di impotenza, e non poteva certo dire che la cosa gli piacesse.

“Il nemico dell’Oscuro.”

Le parole di Zanna di Drago fecero voltare tutte le teste nella sua direzione.

“Cosa?”
“Perchè non ci hai detto che avevi un’arma del genere?”
“Cosa è di preciso?”

Il ragazzo si adombrò, sotto quella raffica di domande.

“Non ne ho idea. Non sapevo neanche che fosse racchiuso nel braccio… In principio doveva essere rimasta l’essenza del drago nella zanna che la mia tribù conservava come un cimelio. Quando il sacerdote inviato da Gaerlen ha preso la zanna per usare il suo potere come faro per l’Oscuro ed io sono intervenuto, la zanna si è come fusa col mio braccio. E l’essenza del drago con lei. Si vede che adesso, in questo luogo, con i nostri poteri che diventano sempre più grandi… anche il drago si è risvegliato.”
“Speriamo il potere che ha ottenuto sia sufficiente…”

In silenzio, i dodici tornarono a fissare lo spettacolo che si stava svolgendo sopra le loro teste.

I draghi parevano equivalersi, nessuno dei due riusciva a prevalere sull’altro.
La scena aveva un che di surreale, non tanto per l’etereità del drago bianco contrapposta alla massa fisica del suo rivale, quanto sopratutto per la completa assenza di alcun rumore. Nessuno dei due draghi emetteva alcun suono, infatti, e il combattimento mortale avveniva in un silenzio soprannaturale, come l’intero mondo si fosse fermato per assistere a quello scontro.

Lentamente, infine, le due bestie cominciarono a perdere quota, ancora avvinghiate.
Il drago bianco, il cui corpo era etereo, si disgregò nella caduta, disperdendosi nell’aria. Rimase solo il drago nero, mortalmente ferito, che cadde pesantemente al suolo.

I dodici non osarono avvicinarsi, nemmeno per accertarsi delle sue condizioni e magari attaccarlo sfruttando quel momento di debolezza. Erano pietrificati dal terrore, e da un reverenziale timore adesso che si trovavano di fronte quella divinità tanto temuta.

Il drago spalancò le fauci, e finalmente il silenzio si ruppe. Il mondo intero fu attraversato dal grido dell’agonia del dio Oscuro. Un grido che parve interminabile, e che divelse alberi, scavò vallate, distrusse montagne. L’intero mondo degli Dei venne distrutto dal grido di morte del dio Oscuro, a cui si unirono altre grida.

Le grida degli altri Dei, grida di dolore e di terrore. Grida di rabbia, in alcuni casi.

“E così è finita…”

Le parole di Macchia non furono udite da nessuno, sovrastate dall’agonia degli Dèi morenti. Selija socchiuse gli occhi, piangendo calde lacrime per la morte di quelle creature tanto sublimi, pur se spaventose come l’Oscuro.
Dal suo corpo si irradiò di nuovo la luminosità rassicurante di poco prima, che avvolse i dodici come una bolla all’interno della quale non riuscivano a penetrare le grida divine.

“Ma che sta succedendo??”

Fadar era sconvolto, il volto rigato dalle lacrime. Per una creatura dotata di un’empatia potente come lui, quelle grida di morte erano una cosa insopportabile, capace di portarlo alla pazzia.

“Chiedetelo a Macchia, lui lo sapeva dall’inizio. Non è forse vero?”

Gaerlen sorrise sarcastica verso il ragazzo, prima di immergersi nei propri pensieri.

“Gryd’Tor… Gryd’Tor me lo aveva detto, ma non avrei mai immaginato fosse così…”
“Ti aveva detto cosa??”

Anymartis gli si portò dinnanzi, scuro in volto. Cosa aveva combinato il vecchio? Cosa gli aveva fatto fare?

“Quando una divinità muore, muoiono tutte le divinità che erano nate assieme a lei. Funziona così, è la legge universale. Le divinità sorgono in gruppo, spartendosi il potere assoluto con cui creare il nuovo mondo. Ma se una di loro muore, il suo destino diventa il destino di tutti i suoi compagni.”
“Ma è tremendo!”

I pensieri di tutti andarono alla dea che li aveva aiutati. Sicuramente sapeva, ma allora perchè aveva accettato il suo destino così placidamente?

“Deve essere noioso vivere in eterno. Hanno creato il mondo, ogni tanto sono intervenuti con qualche miracolo o qualche azione più diretta… ma alla fine molti di loro erano stanchi. Lo volevano, altrimenti non ci avrebbero aiutato. E l’Oscuro andava fermato, non ci sono dubbi al riguardo. Avete sentito anche voi quale malvagità irradiasse…”

Silenziosamente, gli altri undici non poterono che annuire.
Lentamente la bolla creata da Selija scomparve, e i dodici si ritrovarono immersi in una landa infinita, totalmente bianca, priva di confini o di qualsiasi segno distintivo.
Non c’era traccia di vita, nè di suoni, nè di alcunchè eccetto loro. Loro ed il Nulla, il vuoto cosmico.

“E ora…?”

Gaerlen scoppiò a ridere, per l’ingenuità della domanda di Krenya.

“E ora, chiedi?”

Lo sguardo deciso dei compagni le fece comprendere che ormai avevano capito quale sarebbe stato il loro destino. Avevano avvertito il cambiamento dentro di loro, le nuove energie che li permeavano. Le energie degli Dei defunti, ora trasferitesi in loro che erano sopravvissuti su quel mondo, unici superstiti del massacro di Dei.

“Ora siamo Dèi, e dovremo costruire noi il nuovo mondo. Ma prima, vediamo di arredare per bene questo mondo divino…”

La terra dell’Oscuro

Posted in La fine on agosto 29, 2008 by coubert

Selija era in piedi, immobile, lo sguardo fisso verso la loro destinazione.
Il suo sguardo era assente, le pupille sbarrate.

“Selija…”

Anymartis le si avvicinò, percependo chiaramente l’aura che la ragazza emanava. Le cinse le spalle con un braccio, traendola vicina a sè.

“Selija, ci hai salvati. Ora è finito, tranquilla…”

Lentamente, l’aura si affievolì mentre la ragazza riprendeva a respirare con regolarità, cominciando a guardare intorno a sè come per capire dove si trovasse.
Incrociò lo sguardo preoccupato di Anymartis, e gli sorrise.

“Che è successo?”
“Non ricordi niente?”

La ragazza si corrucciò, nel tentativo di ricordare. Cosa era successo? Aveva sentito gridare, e poi… e poi si era ritrovata davanti ai suoi familiari massacrati da Regis. E aveva rivissuto più volte quella scena.
Ma ormai erano passati anni da quel terribile giorno, col tempo lo aveva accettato ed era andata avanti. Per il bene del mondo intero, addirittura, adesso era vicina al responsabile della rovina della sua famiglia. Collaborando con lui.
Se poteva sopportare la sua vicinanza, poteva sopportare ogni altra cosa.
Una calma sovrannaturale a quel punto era scesa su di lei, e la ragazza vi si era sentita perdere. Si era sentita un tutt uno con il cosmo, con il mondo, con quello strano piano abitato dagli Dèi.
Fino a quando Anymartis non la aveva richiamata indietro.

“Ricordo che c’era tanta pace e calma.”

Anymartis le carezzò il volto per tranquillizzarla.

“La tua pace ci ha aiutato a respingere l’attacco mentale di qualche divinità desiderosa che il nostro cammino si interrompa qua. Ma non gli daremo questa soddisfazione… non gliela darò mai vinta.”

Si voltò verso i compagni di viaggio, e nei loro volti provati dalla sofferenza appena vissuta lesse la stessa determinazione e lo stesso desiderio di vendetta che sapeva albergare nel proprio cuore.

“Bene, allora andiamo.”

Ripreso il cammino, guardandosi intorno timorosi per prevenire nuovi attacchi, magari fisici. Ma non accadde niente, e riuscirono ad arrivare alla terra dell’Oscuro.
Come gli era stato detto, la riconobbero all’istante.

Il cielo era nero come se fosse notte fonda, una notte priva di stelle e di luna.
Il terreno sotto i loro piedi si era fatto fangoso, intorno a loro potevano intravedere le sagome scheletriche di alberi anneriti.

“Mi piace come è arredato questo posto.”

La voce di Gaerlen fu seguita dalla sua risata, una risata cristallina e divertita. Un netto contrasto con il suo aspetto, che si faceva sempre più inumano e spaventoso ora che gli sforzi e la sofferenza le avevano fatto abbandonare l’apparenza di normalità che manteneva sul proprio aspetto, facendole mostrare chiaramente la propria natura di vampira.

“Quanta malvagità…”

Regis fissò interessato il circondario, assaporando l’aura di malvagità che permeava ogni cosa.
Un’aura talmente intensa e cupa da mettergli paura.

“Tutto questo… è terribile. Come ha potuto violentare in questa maniera la natura?”

Eleryan rabbrividì leggermente, davanti a quello spettacolo così terrificante per lei che era sempre vissuta in completa sintonia con le foreste.

“Anche io avrei preferito della sana roccia, ma non mi sembra il caso di fare tutti questi piagnistei. Piuttosto, se siamo nella terra dell’Oscuro, non è che magari ci manderà contro qualche migliaio di creature? Cioè, io lo farei…”

Le parole di Mokran furono interrotte dall’avvertimento che Fadar lanciò, accompagnato da qualche colorita imprecazione.

“Gli alberi… hanno preso vita. Sono i guardiani di questo posto, e sono migliaia… contento, nano?”
“Alberi? Vorrà dire che faremo legna.”
“Forse ti è sfuggito il fatto che non riusciamo a vederli, anche se io posso percepirli?”
“Kryout!”

L’ascia rilasciò la sua solita esplosione di luce, ma questa volta la luce parve venire attutita dall’oscurità. L’effetto complessivo del rilascio del potere illuminante dell’ascia fu di produrre un diffuso, lieve bagliore che parve aleggiare attorno al gruppo, come sospeso in aria in mezzo a tentacli di viscosa oscurità.

“Però, è la prima volta che fa così… di solito è un botto e via…”

Mokran stesso pareva sorpreso. Ma grazie a quella sua trovata, adesso tutti potevano vedere gli enormi e scheletrici alberi neri dirigersi verso di loro, protendendo minacciosi rami secchi ed acuminati come artigli.

“Morire contro un albero? Non se ne parla…”

Gridando, Krenya si lanciò contro gli alberi, mulinando la gigantesca spadona che si portava dietro. La semplice onda d’urto prodotta dalla lama fece arretrare gli arbusti stregati, e quando l’arma incontrò la corteccia tagliò in due l’albero, che cadde fragorosamente al suolo.

“Ma che…”

Incredulo, Anymartis tentò di imitare l’orchessa. Con suo sommo stupore, la sua spada produsse risultati non dissimili da quelli ottenuti da Krenya.
In un batter d’occhio, in sei stavano aprendo una strada tra gli alberi a colpi di spade o ascie.
Dietro di loro venivano Davon e Regis, che ogni tanto spedivano qualche sfera di fuoco contro degli alberi un po’ troppo intraprendenti, o li polverizzavano spedendogli contro qualche raggio violaceo.
Quindi arrivavano Eleryan e Selija, che fissavano inorridite quello spettacolo.
Macchia si affrettò a raggiungere il gruppo di testa, sguainando la spada. Ma non prima di essersi scambiato uno sguardo d’intesa con Gaerlen, quando questa aveva mormorato

“Certo che stiamo diventando sempre più potenti quassù, vero Macchia?”

La sua occhiata era stata abbastanza eloquente da farla ridacchiare, ma almeno la donna aveva smesso di provocarlo. Per il momento, almeno.

Ben presto il fastidio rappresentato dagli alberi scomparve, e si aprì un vastissimo, sconfinato terreno aperto e privo di qualsivoglia interruzione. Non alberi, nè sassi, nè steli d’erba. Solo terreno annerito, in ogni direzione i dodici volgessero lo sguardo.
E in mezzo a questo terreno, una costruzione enorme, maestosa.

Una statua.

“Eccola, l’abbiamo trovata!”

Rinvigoriti da quella vista, si addentrarono nella pianura per raggiungere il monumento e distruggerlo.
La pianura però si trasformò rapidamente in una palude, mentre tutto intorno a loro piccole creature grigiastre spuntavano dalla melma, protendendo i loro arti cadaverici verso di loro.

“Sono non morti! Non fatevi toccare, o vi sottrarranno energia vitale!”
“Energia vitale, eh?”

Veryc sorrise, mentre brandendo Famelica falciava ogni creatura osasse avvicinarglisi. Regis, finalmente alle prese con qualcosa a lui familiare, cominciò a mandare contro le creature incantesimi sempre più occulti e spaventosi, disintegrandoli a centinaia.

Finalmente, dopo una decina di minuti, anche quell’intralcio venne meno, e i dodici riuscirono ad avvicinarsi alla statua.

Vista da vicino, era ancora più imponente di quanto avessero pensato. Era alta centinaia di metri, larga decine e decine.
Costruita in pietra nera, circondata da una tale aura di potere che non riuscirono a trovare il coraggio di avvicinarvisi abbastanza da entrarci in contatto.

Dopo qualche minuto, fu Mokran a parlare.

“…ed ora?”

Salvatrice

Posted in La fine on agosto 28, 2008 by coubert

“Sentite qualcosa?”

A quella domanda, Fadar si immobilizzò. Quella voce, quella voce l’avrebbe riconosciuta ovunque.
Si voltò di scatto, ritrovandosi in una città. La capitale dell’Impero.
Non fece domande, non si chiese cosa stesse accadendo.
Sapeva solo di dover trovare i suoi cani prima che i soldati li raggiungessero.

Aveva commesso un’imprudenza. Non era stato attento, e a corte si erano accorti tutti del suo potere.
Parlare con gli animali? Condividere con loro le emozioni, i pensieri… non era certo una cosa degna del figlio dell’Imperatore. Chi mai avrebbe accettato un futuro Imperatore così animalesco?

Suo padre aveva deciso per lui, stabilendo che senza animali nei dintorni sarebbe tornato normale.
La notte del sangue.
Ogni animale in città ucciso dai soldati, giusto dei topi e degli uccelli si erano salvati.
Aveva solo quindici anni, e per un mese non aveva più parlato, stravolto dal dolore provato nel vivere la morte innumerevoli volte, in innumerevoli corpi.

Corse con tutte le proprie forze. Doveva trovarli, doveva salvare almeno loro… doveva…
Ora come allora, non fece in tempo. La loro morte lo colse come una pugnalata nello stomaco, facendolo cadere a terra mentre calde lacrime rigavano il suo volto.

“Sei proprio un animale. Mi fai schifo, la tua nascita è stata un errore.”

Suo padre. L’Imperatore.
Una parte della sua mente gli gridò che non aveva mai pronunciato tali parole, ma Fadar non l’ascoltò. E rimase immobile a terra, ad osservare suo padre diventare sempre più grande mentre lui si rimpiccioliva. Osservò il padre alzare una lunga spada finemente lavorata, la spada che gli aveva dato tante vittorie in battaglia. Quando la spada calò su di lui, gridò per il terrore.

“Chi sta gridando?”

Eleryan stava camminando in mezzo agli alberi della foresta sotto la protezione degli elfi, beandosi della pace e della tranquillità di quel luogo.
Le grida di terrore, così estranee a quel contesto, la attirarono sempre più nel cuore della foresta.
Mentre avanzava, il verde cedeva il passo al colore nero, la luce scompariva.
Fino a quando non si trovò in una radura, costretta a fissare i resti carbonizzati di cinque elfi. E in mezzo a quegli orridi resti, volteggiava lo scettro del re. L’artefatto che era stato trafugato dalle stanze reali, e che aveva ucciso quelle creature…

Mentre lo fissava, dallo scettro partirono dei raggi bianchi, diretti tutt’intorno.
Come colpivano un albero o un cespuglio, questo avvizziva e scompariva, lasciando solo qualche granello di cenere al suo posto.
La foresta sacra degli elfi, il cuore del mondo. Distrutto per la cupidigia di chi aveva attivato il potere dell’artefatto.
Con la foresta, gli elfi lanciavano il proprio grido di morte e di dolore.
Eleryan si accasciò al suolo, con le energie che la abbandonavano mentre la foresta scompariva dall’esistenza, annientata dalla luce bianca.

“Questa luce bianca… è insopportabile.”

Veryc avanzava in mezzo al nulla, circondato su ogni lato da quella monotona luminosità bianca. Sapeva che esisteva un soulo solo per il fatto di star camminando su qualcosa, per il resto non era in grado di dire se ci fosse un soffitto, una parete, un ostacolo di qualsiasi natura.
Perfino un nemico sarebbe stato ben accetto, avrebbe spezzato la monotonia di quel luogo.

“Cavaliere Veryc.”

Intorno a lui comparvero centinaia di cavalieri. Li conosceva tutti, chi di nome e chi solo di vista. Con molti di loro aveva vissuto molte avventure, aveva condiviso squallide stanze in locande sperdute, aveva combattuto fianco a fianco.
Diversi di loro li aveva pure uccisi.

“Per i vostri innumerevoli crimini, siete stato condannato.”

Scoprì di avere la braccia legate da pesanti catene che lo immobilizzavano, e che con il loro peso lo trascinavano lentamente a terra.
Davanti a lui, il Giudice dell’Ordine lo fissava severo, privo di ogni traccia di compassione.

“Avete ucciso i vostri confratelli. Avete rinnegato il giuramento e gli Dèi, avete abbandonato la luce per servire l’oscurità. Avete accettato di servire una vampira, portandole come nutrimento innocenti ragazzini. Avete sterminato famiglie, ucciso infanti, stuprato ragazzine inermi….”
“Diamoci un taglio. So cosa ho fatto.”

La voce di Veryc, malgrado tutto, riuscì ad essere ancora sprezzante. Non rinnegava nulla, non abiurava alcuna sua scelta. Aveva scelto di vivere per Dama Gaerlen, tutto il resto veniva di conseguenza.

“La pena per i tuoi reati, è l’uccisione.”

Veryc sorrise. Era ovvio, non si aspettava altro. Conosceva benissimo il Codice, dopotutto era stato un cavaliere anche lui.

“La pena sarà comminata da Famelica.”

A quelle parole Veryc sgranò gli occhi. La sua spada magica fluttuava davanti ai suoi occhi, circondata da un alone di oscurità che lo fece gemere. Percepiva la sua fame, e sapeva che solo la sua stessa esistenza l’avrebbe saziata. Sarebbe finito a far compagnia alle anime delle persone che aveva ucciso negli anni con quella stessa lama. Avrebbe vissuto in eterno al suo interno, non avrebbe mai trovato la pace della morte.

“No… no… NO!!!!!!”

“E’ inutile che adesso implori pietà, cagna. Chi vuoi che ti salvi? La tua famiglia? Guardala, quel che rimane è sparpagliato sul pavimento. Se riesci a vederlo, in mezzo a tutto quel sangue…”

Gaerlen sta gridando e piangendo senza ritegno. Sa che non dovrebbe fare così, sa che a sedici anni dovrebbe essere più adulta di così. E magari dovrebbe affrontare a testa alta la morte, così come avevano fatto i suoi familiari. E le guardie del castello. E probabilmente i servitori.
Purtroppo sapere una cosa non implica il riuscire a metterla in atto.

Ha paura di morire. Ha paura di ciò che verrà prima.

La lussuria negli occhi dei vampiri che hanno sterminato tutti coloro che le stavano intorno le fa capire chiaramente che la morte sarà solo l’ultima cosa che le accadrà. Che arriverà a desiderare la morte.

Il vampiro pare leggerle in volto questi pensieri, e sghignazza.

“No, non ti farò morire. Giocheremo con te, ti useremo per il nostro piacere, ti porteremo sull’orlo della morte… ma non morirai. Ti renderemo come noi, così sarai la nostra schiava in eterno. Che ne dici, ti piace l’idea? Così farai anche da esempio agli altri signorotti, che non pensino di poter uccidere impunemente un vampiro!”

La ragazza tremò a quelle parole, ma si fece forza e cercò di controllarsi. Fissò in volto i suoi aggressori, gli occhi rossi di pianto.

“Vi ucciderò.”

Risate.

“Diventerò forte, vi ucciderò e banchetterò con i vostri resti. Diventerò la persona più forte del mondo intero, così nessuno potrà più farmi male.”

Altre risate. Poi i volti di quei vampiri sempre più vicini, mani sul suo corpo, denti aguzzi che la mordevano. E l’incubo cominciò.

Krenya era imprigionata in una capanna, denudata dei suoi abiti e privata delle sue armi.
Quei maledetti umani stavano compiendo esperimenti su di lei, lo sapeva, anche se ignorava la natura di tali esperimenti.
Si maledisse per l’ennesima volta.
Farsi catturare in quel modo, come una bambina… ricordava le espressioni soddisfatte di quei guerrieri rosati quando capirono di aver catturato la figlia del capo degli orchi, colui che li aveva riuniti per quella guerra improvvisa contro gli eserciti umani.

E da allora, per lei c’erano state solo umiliazioni. Torturata, ferita, derisa, trattata come un cane.
Fatta bersaglio di calci, pugni, sputi. E lei incatenata, sanguinante. Inerme.

Odiava sentirsi inerme, fin dall’infanzia aveva lottato duramente contro le tradizioni del clan che la volevano al villaggio mentre gli uomini andavano a far razzie.
Era più forte della maggior parte degli orchi, non era giusto essere trattata diversamente solo perchè era nata donna! Che colpa ne aveva lei?

Finalmente vide gli umani massacrati. Gli orchi erano giunti a salvarla.
Ma i loro sguardi… la fissavano, sorridendo sarcastici. Spade brillavano nelle loro mani.

“Che utilità ha per noi una donna che vuole giocare al guerriero? Guardate, è diventata la cagna degli umani…”
“Uccidiamola, portiamo la sua testa al Capo. Gli diremo che gli umani l’hanno uccisa, e che noi l’abbiamo vendicata. Ci farà capi secondi solo a lui.”
“Già, e questa idiota capirà che avrebbe dovuto starsene al suo posto.”

Si avvicinarono minacciosi a Krenya, pronti a ucciderla. Lei era a terra, singhiozzante, incapace di reagire.

Poi una calda luminosità l’avvolse, infondendole calma, sicurezza, coraggio.
Si sorprese di essere rimasta così remissiva.
Si alzò di scatto, spezzando con la forza delle braccia le catene che la trattenevano. Sorridendo, si lanciò contro i suoi presunti salvatori.
Lei contro tre orchi armati.
Li uccise in pochi secondi, gridando la propria rabbia.

Il villaggio scomparve, e Krenya si ritrovò nella steppa.
Vicini a lei, a terra, c’erano tutti i suoi compagni di viaggio. Tutti si stavano faticosamente rialzando, sconvolti in volto.

Davon stava piangendo. Lacrime rigavano il volto del demone, che si fissava incredulo le mani artigliate.
Fadar cercava di darsi un contegno, e fissava preoccupato Zanna di Drago che ancora invocava i nomi dei familiari morti nel villaggio mentre lui compiva la prova d’iniziazione sul monte Sacro.
Gaerlen, ancora più pallida in volto del solito, borbottava qualcosa riguardo all’essersi vendicata dei suoi aguzzini e del mondo intero.
Veryc si sedette a terra, fissando con disprezzo e rassegnazione la spada che portava al fianco.
Anymartis si guardò intorno, sollevato nel vedere tutti ancora vivi.

“Direi che abbiamo sperimentato l’attacco mentale del Dio, ma siamo sopravvissuti.”

Regis si alzò tremante, ancora impaurito ma fuorioso al contempo.

“Come osa? Come osa quel Dio prendersi gioco così del mio passato??? Me la pagherà!”
“Piuttosto… solo io ho visto una luce darmi coraggio, quando pensavo di essere alla fine?”

Le parole di Macchia evocarono un momentaneo silenzio, mentre tutti cominciavano a ricordare che si, in effetti avevano visto una luce simile.

“Ma chi…”

Le parole morirono nella bocca di Anymartis, quando vide Selija circondata da quella luce salvatrice che li aveva spinti a sconfiggere le loro paure più recondite.

“Selija….”

La Dea

Posted in La fine on agosto 27, 2008 by coubert

Gli unicorni li trasportarono rapidi come il vento attraverso le valli che gli si aprivano dinanzi, mentre in continuazione cavalieri privi di volto, creature demoniache e bestie da incubo comparivano sul loro cammino intenzionati ad arrestarlo, e creature di luce comparivano in loro difesa, fermando gli assalitori e consentendo loro di proseguire nella loro corsa.

Le creature magiche si fermarono solo quando furono giunti in una radura rigogliosa, e fecero scendere a terra i loro passeggeri sulla riva di un placido laghetto.

“E ora?”

Krenya si guardava intorno preoccupata, l’enorme spadone saldamente impugnato con entrambe le mani.

“Ora tocca a voi.”

La voce che finora avevano sentito solo nelle loro teste risuonò potente ed imperiosa nella vallata, mentre l’acqua del lago si sollevava in aria rimodellandosi fino a formare un gigantesco volto femminile.

“Qui i vostri nemici non possono creare nuovi pericoli, essendo questo il mio territorio. Ma possono inviarli creandoli altrove, quindi dovrete ripartire subito. Dovrete dirigervi in questa direzione…”

Una strada si creò istantaneamente sotto i loro piedi, colline scomparvero per non provocare la minima deviazione in quel percorso pavimentato con grosse lastre di pietra.

“…fino a quando arriverete alle terre dell’Oscuro. Le riconoscerete subito, non temete. A quel punto dovrete aprirvi la strada fino alla sua statua, che rappresenta il legame dell’Oscuro con questa dimensione. Distruggetela, e avrete vinto. Ma fate attenzione, prima di giungere alle terre dell’Oscuro sarete vulnerabili agli attacchi di un suo vecchio alleato. E non si tratta di evocare avversari che vi intralcino… vi attaccherà direttamente, mirando alle vostre menti. Siate forti e saldi nei vostri intenti, o perirete.”

Nessuno parlò, ognuno perso nei propri pensieri, nei propri dubbi. Lentamente, cominciarono ad incamminarsi lungo la strada tracciata per loro dalla Dea.

“Un nano contro un Dio… questa si che sarà una battaglia ad armi pari! Finalmente qualcuno alla mia altezza!”

Mokran avanzò in testa al gruppo, tentando di smuovere gli animi dei compagni in vista delle durissime prove che li attendevano.

“Dobbiamo essere sicuri di noi stessi… se saremo convinti di iò che stiamo facendo e delle nostre possibilità, non ci potrà far nulla.”

Anymartis parlò con calore, senza però trovare molti riscontri sulle espressioni di chi gli stava vicino.

“Così non va…” mormorò sconsolato, prima di dedicarsi a Selija, che ancora gli stava al fianco.

“Senti, se vuoi fermarti qui…”
“No, non se ne parla. Non avrò la vostra forza o i vostri poteri, ma farò tutto ciò che posso, chiaro?”

Anymartis le sorrise. Alla fine, la persona più decisa di tutte era la più inutile? Ma perchè Gryd’Tor la aveva mandata lassù con loro?

Essendo tutti occupati a sondare il proprio animo nel tentativo di trovare un modo per difendersi dal prossimo attacco, nessuno si accorse che due persone erano rimaste al lago.
Macchia era ancora in riva, e fissava il volto sicuro di essere ormai solo.

“Grazie per il vostro aiuto. Mi dispiace che…”
“Non dispiacerti. Abbiamo avuto anche troppo tempo, non trovi? Un giorno arriverai a capirmi, vedrai. Tutto questo può apparire stupendo all’inizio, ma alla lunga l’interesse svanisce, e ci si occupa sempre meno delle questioni mortali per cercare nuovi spunti di interesse in questioni talmente astratte da non poter essere espresse a parole. Abbiamo sbagliato a sottovalutare l’Oscuro… spero che almeno il nostro esempio serva a qualcosa.”

Dicendo queste parole, la Dea si voltò. Seguendo il suo sguardo, Macchia vide Gaerlen immobile a pochi metri da lui. Sobbalzò nel ritrovarsela così vicina, non l’aveva minimamente percepita.

“Non temere, troverò di certo qualche modo per tenermi attiva…”

La vampira sorrise maliziosa alla Dea, prima di rivolgersi a Macchia.

“Ero sicura che anche te sapessi. Siamo i soli, vero? Tutti loro non sospettano minimamente il nostro fato, giusto?”

Macchia si trovò costretto ad annuire, muovendo lentamente e controvoglia il capo.

“Sai anche come succederà?”
“No, questo non lo so.”
“E te?”

Il volto della Dea si rabbuiò un poco.

“Quanto gli somigli… comunque non posso dirvi nulla, lo scoprirete da soli. Addio ora.”

Il volto si sciolse, l’acqua che lo componeva ricadde pesantemente nel lago riportandolo all’altezza precedente.

“Direi che da lei non avremo altre informazioni… comprensibile, sarà occupata a pensare a cosa magari gli resta da fare, no?”

Macchia non degnò la donna di una risposta, e voltandosi si incamminò lungo il sentiero. La risata glaciale della donna, proveniente dalle sue spalle, lo raggelò ma resistette alla tentazione di voltarsi. O di scappare a gambe levate.

Il cammino durò ore. O giorni, difficile a dirsi dal momento che non c’erano variazioni nella luce, e non c’era un sole in movimento per poter notare il passare del tempo.
Valli e colline lasciarono il posto a una steppa che pareva sconfinata.
La strada era terminata da molto tempo, ma avevano continuato a seguirne la direzione, prestando attenzione a non deviare dall’invisibile cammino che stavano seguendo.

“Sentite qualcosa?”

Davon si bloccò, guardandosi intorno allarmato. I suoi compagni si fermarono anch essi, fissandolo allarmati.

“Non sentite questo fischio?”

Macchia estrasse il pugnale, mentre tutti indietreggiavano di un passo, fissandolo inorriditi.

“Che succede?”

Macchia cominciò a gridare qualcosa che alle sue orecchie risuonò come alieno, e nel frattempo lanciò un pugnale contro di lui. Scostandosi di lato, Davon riuscì per un soffio ad evitare l’attacco dell’amico, e lo fissò sbalordito.

“Macchia! Che ti succede?”

Dovette però intetrrompersi subito, attaccato da Anymartis e Farad mentre l’elfa evocava quel suo arco magico puntandolo nella sua direzione.

“Smettetela! Siete impazziti???”

Compì un balzo all’indietro per evitare gli affondi dei suoi vecchi alleati, e solo allora notò le proprie mani. Mani umide di sangue, mani che grondavano sangue.
E a terra, fin dove il suo sguardo poteva arrivare, cadaveri di bambini, di donne, di uomini colpiti alla schiena.
Come li vede, seppe istantaneamente che ad ucciderli era stato lui, il demone che era diventato.

Si inginocchiò a terra, urlando disperato con tutta la forza che aveva in corpo.

La marea nera

Posted in La fine on agosto 26, 2008 by coubert

Alle parole di Fadar, undici paia d’occhi presero a guardarsi ansiosamente intorno, alla ricerca del pericolo annunciato dall’uomo.

“Non vedo nient”

Le parole morirono nella gola di Veryc allorchè la pianura davanti a loro cominciò lentamente a tingersi di nero. Una lenta marea nera si stava riversando verso la collina dalla quale i dodici stavano osservando quel mondo a loro alieno eppure familiare all’aspetto.

“La cosa si fa complicata…”

Selija si strinse ad Anymartis mentre migliaia, decine di migliaia di creature bardate di nero si avvicinavano a loro. Un esercito talmente imponente da lasciare senza parole sia Anymartis che Gaerlen.

“Il vecchio ci ha messi davvero in una bella situazione…”

Mokran, borbottando, impugnò saldamente l’ascia, bilanciandosi per bene sulle gambe.

“…ma non mi tiro certo indietro. Mostrerò loro come combatte un nano.”

L’elfa al suo fianco sorrise divertita da quella dichiarazione arrogante ed assurda.

“Non posso certo mostrarmi da meno di un nano, anche se ormai i nostri popoli sono… erano finalmente in pace tra loro.”

Mormorando qualche breve parola in elfico, materializzò tra le proprie mani un arco immateriale, luminoso, di pura energia. Lo tese, e all’istante comparve anche una freccia, crepitante. Rilasciò la corda e la freccia saettò verso la marea di avversari che gli si stavano avventando contro.
Da quella distanza non riuscì a vedere se la freccia avesse realmente colpito qualcuno o meno. E dopo l’esperienza provata poco prima quando aveva cercato di spingere lo sguardo all’orizzonte, decise di non sforzarsi inutilmente, col rischio di perdersi magari dentro di sè, incapace di tornare alla giusta prospettiva visiva.

Ciò che non si sarebbe aspettato nessuno, però, fu l’esplosione che seguì l’impatto della freccia d’energia con la massa nera. Un boato tremendo accompagnò il formarsi di un grande cratere vetrificato laddove prima c’era una nutrita schiera di loro avversari.

“Che colpo!”

Zanna di Drago la fissò ammirato, ma l’espressione di Eleryan tradiva il suo stesso stupore.

“No… non avrebbe dovuto avere questa potenza. Era un colpo debole, ma in qualche modo il so effetto è stato…”
“In effetti anche quando prima ci ho portati tutti e dodici qua, non ho avvertito la stanchezza che avrei dovuto avvertire, vista la difficoltà dell’incantesimo e il tipo di barriere da infrangere per entrare in questo piano. Sembra quasi che i nostri poteri siano aumentati, da quando siamo qui.”

Regis sorrise sinistramente a queste parole.

“Davvero? Beh, proviamo allora.”

Sollevò le braccia e dai palmi delle sue mani, protesi verso gli avversari ancora lontani, scaturirono saette nere che si diressero verso l’esercito nemico, falcidiandone le fila.

“Aaaah! Si, direi che le nostre magie sono parecchio più efficaci qua.”
“Buono a sapersi. Ce la fate a sbaragliare i nostri avversari?”

Gaerlen bloccò sul nascere ogni possibile risposta alla domanda di Anymartis.

“Sarebbe inutile. Siamo in un mondo creato dalle menti degli Dèi… anche i suoi abitanti saranno frutto delle loro menti. Possiamo ucciderne quanti vogliamo, ne spunteranno sempre di nuovi, dal nulla.”
“E quindi dovremmo rinunciare a combattere? Saresti potuta rimanere a Caeryn, per la tua utilità.”

Veryc fece un passo in avanti, la mano poggiata leggermente sull’elsa di Famelica.

“Tranquillo cavaliere, non intendo certo perdere tempo con la tua regina. Abbiamo tutti cose ben più importanti da fare.”

I tre maghi continuavano ad attaccare da lontano l’immenso esercito nemico, ma i vuoti che creavano tra le loro fila venivano ben presto riempiti da nuovi nemici che comparivano dal nulla.

“Così non va, non riusciamo a fermarli.”
“Maledizione!”

Anymartis lasciò vagare il proprio sguardo sui compagni. Doveva esserci un modo per superare quell’ostacolo, ma quale?

“Non angustiatevi, mortali.”

Come un sol uomo, i dodici si voltarono indietro. Dodici unicorni li stavano fissando con occhi intelligenti, mentre una voce continuava a parlare loro direttamente nella loro mente.

“Non siete soli, non tutti gli Dèi vi sono avversi.”
“Come sarebbe a dire non tutti? Pensavo che solamente in pochi ci avrebbero ostacolato!”

Anymartis era sinceramente sconvolto da quella notizia, così come tutti gli altri membri di quella forzata spedizione.
Un conto era avere pochi Dei ribelli contro, un altro conto invece era muovere guerra a tutte le divinità. Un’impresa inumana, impossibile anche solo da pensare!

“In molti non intendono riconoscere la minaccia di colui che chiamate l’Oscuro. E sono attaccati a ciò che hanno adesso… dimentichi di come erano un tempo, ciechi di fronte a ciò che noi tutti siamo ormai diventati. Ma non temete, diversi di noi sono ancora in grado di vedere e di ricordare. Sappiamo che la vostra missione è giusta, e vi aiuteremo per quanto ci sarà possibile.”

Il discorso della misteriosa voce ottenne il solo risultato di confondere totalmente il gruppo, ma subito dopo una soprannaturale calma calò su di loro, evidentemente opera della divinità che li aveva contattati.

“Montate su questi unicorni, vi porteranno in un luogo sicuro dal quale potrete arrivare indisturbati al regno dell’Oscuro.”
“Ma chi sei? Come facciamo a sapere che non ci sei nemico anche te?”

La domanda di Zanna di Drago, espressa ad alta voce, vide gli altri assentire, condividendo essi i suoi stessi dubbi.

“I nomi ormai sono inutili. Ognuno di noi ne ha centinaia, e nel tempo ne ha cambiati migliaia. Per voi comunque sono la Dea della natura. O la Natura, per gli elfi. Sono dalla vostra parte, e non ho modo per dimostrarvelo. Nè avrei intenzione di dimostrarlo, anche potendo… dimenticate che state parlando con un Dio, col tempo abbiamo sviluppato una certa arroganza su determinate questioni.”

Il ragazzo chinò il capo, consapevole di essersi spinto troppo in là. Malgrado l’assurdità della situazione, era pur sempre a colloquio con una divinità.
Senza aggiungere altro, salì in groppa ad un unicorno. Davanti alle faccie stupite dei compagni, scrollò le spalle con finta indifferenza.

“Abbiamo alternative? Cercavamo un modo per andarcene da questa collina, ed eccolo. Se restiamo, non abbiamo modo di muoverci.”

La logica di tale scelta smosse gli altri, che uno dopo l’altro salirono sulle bestie. Quando anche Gaerlen montò su di un unicorno, l’animale si agitò nervoso provocando un risolino divertito da parte della regina.

“Anche su questo piano, gli animali mi sono affezionati.”

Veryc, Regis e Krenya ridacchiarono di rimando, per qualche motivo noto solo a loro.
Macchia osservò i compagni in groppa alle cavalcature fatate.
Doveva ammettere che l’immagine dell’orchessa e del demone in sella a due docili unicorni era un qualcosa di probabilmente unico nella storia del mondo.

Sulla collina, intanto, stavano spuntando creature di pura luce, che si lanciarono verso la pianura, scontrandosi con la marea nera.
Creature probabilmente pensate dalla divinità che li stava aiutando proprio allora.
L’immensità del potere di una creatura in grado di pensare a un esercito per farlo materializzare folgorò Macchia, che impallidì mentre l’unicorno cominciava a sfrecciare rapido come il vento, seguendo i suoi compagni.

Il mondo degli Dèi

Posted in La fine on agosto 25, 2008 by coubert

I dodici si ritrovarono in una grande vallata, circondati da enormi colline rigogliose.
Il cielo sopra le loro teste era ancora bianco, ma adesso non avevano più la sensazione di trovarsi in una sorta di limbo privo di forme di vita.

Intorno a loro risuonavano i versi degli insetti, e il passaggio del vento tra le fronde degli alberi produceva il tipico fruscio che tutti loro conoscevano.

“Questo posto sembra migliore, quantomeno.”

Il commento acido di Regis cadde nel vuoto, in quanto tutti erano intenti a studiare quel nuovo paesaggio. Qualche istante dopo, Fadar annuì col capo.

“Si, sembra un luogo normale.”
“Siamo sicuri di essere dove dovremmo essere?”

Mokran si stava guardando dubbioso intorno, passandosi una mano tra la barba.

“Voglio dire… il cielo è bianco, certo, e a quanto ho capito non è una cosa naturale nel nostro mondo. Ma mi sembra tutto un po’ troppo simile al mondo che dovremmo aver lasciato, se capite cosa intendo.”
“Già, avevo sempre pensato che fosse parecchio diverso il luogo dove risiedono le divinità.”

Eleryan condivideva il dubbio del nano, e molte altre faccie assentirono, condividendo silenziosamente le loro stesse perplessità.

“Non sarà che invece di farci salire, quel tuo incantesimo ci ha riportati a terra?”

Regis fissava malevolo Davon, che scrollò con noncuranza le possenti spalle.

“L’incantesimo l’ho eseguito correttamente.”
“Va tutto bene, siamo dagli Dèi.”

La voce di Anymartis placò ogni altra discussione. Il ragazzo si guardava intorno come alla ricerca di qualcosa, quindi si incamminò verso la collina più vicina.

“Venite, dalla cima della collina dovrei riuscire a scorgere i punti di riferimento di questo mondo. Sempre che non siano cambiati, certo…”

Per prima lo seguì Selija, seguita poi da Macchia e Davon, e quindi dal resto della compagnia.

“Non ne conosco il motivo, ma questo mondo è modellato ad imitazione di paesaggi del nostro mondo. Mi pare che quando ci venni la prima volta mi fu spiegato che questo mondo è diviso in regni, uno per ogni divinità. E ogni regno è modellato in base al volere del Dio.”
“Davvero? Chissà perchè hanno scelto paesaggi del genere. Me li sarei aspettati più… astratti, metafisici.”

Davon si guardava intorno con interesse, mentre Fadar si muoveva assorto nei suoi pensieri.
Gaerlen sorrideva compiaciuta, mentre osservava il mondo creato da qualche Dio.

“Io lo avrei fatto più paludoso e meno luminoso…”

Anymartis si voltò, a quelle parole.

“Non temere, da quel che ricordo c’era un regno così. Lì era sempre notte, il terreno era paludoso e popolato da creature orrende e deformi. Il lezzo che proveniva da quella terra mi raggiungeva anche se stavo volando.”

La fissò per qualche istante negli occhi, prima di terminare il discorso voltandosi e riprendendo la salita.

“Era la terra dell’Oscuro.”

Macchia procedeva pensieroso. Avrebbe potuto abbandonare, e tornare ad una vita quasi normale, per quanto un’esistenza eterna in un’altra dimensione si potesse definire vita normale. E ci aveva pensato diverse volte.
Ma ora cominciava a temere quella Gaerlen. Se fosse andata fuori controllo, avrebbe potuto far tornare la situazione a quel punto, prima o poi. E lui non avrebbe potuto far niente, se fosse fuggito. Sarebbe allora dovuto restare, per controllarla? O si sarebbe dovuto fidare del giudizio dei suoi compagni, ben più esperti di lui?
Il dubbio lo tormentava, e il ragazzo procedeva in silenzio rimuginando sulla scelta da compiere.

Finalmente giunsero sulla sommità della collina. Una sensazione di vertigine li colse, quando si accorsero che non esisteva un orizzonte, e che il loro sguardo riusciva a spaziare l’infinito. Dovettero scrollare il capo, per non perdersi nella contemplazione dell’infinità.

Anymartis, avvezzo a tale luogo, aveva fin da subito evitato di spingere troppo oltre la propria vista, limitandosi a cercare precisi punti di riferimento.

“Ecco, laggiù a sinistra, quella montagna…”

Indicò con un dito un monte che, nonostante la distanza che lo separava da loro, appariva comunque enormemente elevato e massiccio. La sommità del monte era ricpoerta da nubi nere che lampeggiavano minacciose.

“Quello dovrebbe essere il regno di Brotin. Oggi deve essere di umore cupo… e laggiù, invece, quelle nubi gialle… ecco, lì si dovrebbe trovare la residenza di Lhytre.”

Si voltò verso destra, aguzzando lo sguardo.

“Ma noi dobbiamo andare di qua.”

Tutti si voltarono nella direzione nella quale stava guardando, e notarono la volta del cielo annerita in quella direzione.

“Gaerlen, sarete contenta di sapere che il regno dell’Oscuro è ancora come era ai miei tempi. Io invece lo sono meno, perchè se è tornato così vuol dire che il potere del Dio sta tornando. E questa volta non ho le mie armi.”

Per qualche istante rimasero tutti in silenzio ad osservare la loro meta finale.
Zanna di Drago sorrideva spavaldo, stringendo a pugno la mano sinistra.

“Questa volta la pagherai… te la faremo pagare.”

Il suo mormorio era talmente basso che nessuno l’udì a parte Eleryan, il cui udito elfico era enormemente sviluppato. Si accigliò leggermente, scrutando attentamente il ragazzo.
Un’espressione di stupore si dipinse momentaneamente sul suo volto, subito repressa dietro ad una maschera di indifferenza.

“Andiamo, il cammino è lungo e il tempo non penso sia molto.”
“Non potremmo andare direttamente laggiù con una magia?”

Tutti guardarono Davon, attendendosi che questo li portasse direttamente nella tana del nemico.
Fu Macchia a prendere la parola, preoccupato.

“No! Gryd’Tor ci ha avvisati che, una volta qua, avremmo dovuto procedere a terra, senza muoverci tramite magie di teletrasporto nè di volo. Ha detto che se volassimo renderemmo nota a tutti i nostri nemici la nostra presenza, mentre a terra saremo più protetti, almeno finchè non raggiungeremo il regno dell’Oscuro.
Quanto al teletrasporto… ha aggiunto che qui quel tipo di magia è rischioso, che un Dio volendo potrebbe intervenire e usarla contro di noi, spedendoci lontani o dentro una montagna, negli inferi, in un vulcano…”
“E allora dovremmo camminare per tutta la vita, fino a giungere laggiù?”
“Non possiamo rischiare!”

Fadar si intromise nella diatriba verbale tra Macchia e Regis.

“Scusate, ma avverto molte forme vitali avvicinarsi. Velocemente. E mi sembra di avvertire intenzioni ostili, da parte loro.”