Archivio per aprile, 2008

Scontro finale

Posted in Zanna di Drago on aprile 30, 2008 by coubert

Arios mugolò sommessamente, quando cominciò a recuperare i sensi. Si sforzò di sollevare le palpebre, mentre nelle orecchie gli ronzava il suono della voce di Kahid, che stava ancora parlando in una qualche lingua a lui sconosciuta.
Finalmente riuscì ad aprire gli occhi, e lo vide.

Il gran sacerdote era ancora fermo dove lo aveva visto prima di venire colpito. Reggeva con entrambe le mani la zanna, e mentre parlava sembrava quasi che le fiamme prodotte dal braciere si innalzassero sempre di più.

Digrignando i denti per il dolore, il ragazzo cercò di sollevarsi in ginocchio, ma era ancora troppo stordito per riuscirci e ricadde al suolo dopo essersi alzato da terra di pochi centimetri.

“Kahid!”

provò ad urlare, ma la voce gli uscì flebile dalla gola. Il colpo subito ad opera degli incantesimi del sacerdote lo aveva ridotto peggio di quanto non avesse pensato, e quando con lo sguardo colse la figura di Fadar ancora accovacciata a terra, capì che pure per l’amico il colpo ricevuto era stato violentissimo.

Le braccia non riuscivano a sollevarlo da terra, le gambe non rispondevano ai suoi comandi. Avrebbe voluto balzare addosso a Kahid, ma il corpo gli pareva solo di intralcio in questi momenti.
Nella mente passarono rapidissime immagini sbiadite. I volti degli abitanti del suo villaggio. I volti delle persone che per colpa di Kahid adesso erano morte.

“Dèi, aiutatemi…”

pregò silenziosamente, mentre sentiva la rabbia montargli nel corpo ed infiammargli le vene.
Tremando per lo sforzo insopportabile, puntellò le mani al suolo e fece pressione, riuscendo lentamente a sollevarsi da terra. Piegò una gamba, appoggiando il ginocchio destro a terra, quindi piegò pure l’altra gamba, toccando terra però con il piede questa volta.

Respirò profondamente, alimentando mentalmente il furore che gli stava rendendo possibili questi gesti altrimenti impensabili. Sentì un dolore profondo, mentre respirava. Qualche costola doveva essersi rotta nel colpo seguito all’attacco del sacerdote.
Ignorando il dolore, e usandolo anzi per fortificarsi, trascinò le mani verso le gambe, sempre tenendole a contatto con il terreno, e le fece risalire lungo gli arti inferiori, usandoli come appigli per raddrizzare il busto in una posizione quasi eretta.

Kahid gli dava le spalle, intento a celebrare il proprio rito.

Esitante, barcollante, Arios si alzò in piedi. Cercò con lo sguardo le proprie armi, ma le trovò distanti da lui, a terra. Recuperarle era impensabile.

Riportò lo sguardo sul suo nemico, e mosse un primo passo incerto. Il secondo passo fu più fermo, e dopo pochi passi si ritrovò a correre verso il gran sacerdote, che nell’udire i rumorosi passi della sua corsa si voltò quasi sorpreso.

“Ancora tu?”

Arios non rispose, e si lanciò letteralmente addosso all’uomo, cercando con le mani la zanna.

“Questa non è tua, assassino!”

Travolse l’uomo, che non si aspettava un gesto così avventato da chi, pochi minuti prima, si trovava disteso a terra privo di sensi, e i due ingaggiarono una breve colluttazione per il possesso della zanna. Kahid era più fresco, ma il suo fisico non era abituato a risse di quel tipo, benchè il suo avversario fosse ridotto malissimo.

Si divincolò dal suo aggressore, allontanandosi da lui e dalla zanna che restò nelle sue mani, come un trofeo, e si preparò a finirlo con un incantesimo.

“Vorrà dire che ti ucciderò, così la zanna passerà a me. Contento?”

Recitò qualche breve parola, prima di puntare un braccio nella sua direzione. Ci fu un lampo di luce rossastra, mentre Arios gridava e Kahid cominciava a ridere crudelmente.
Gridò anche Fadar, che si stava riprendendo ed aveva visto l’attacco del sacerdote al suo giovane protetto.
Lentamente la luce rossa scemò d’intensità e scomparve, e la risata morì nella gola del sacerdote. Arios era in piedi di fronte a lui, illeso. E la zanna era scomparsa.
Arios sollevò lentamente contro il sacerdote il braccio destro, che ora sembrava pulsare leggermente di una strana luce scarlatta.

Kahid gridò qualcosa di incomprensibile, un suono che giunse ovattato alle orecchie del ragazzo. Non sapeva neanche cosa stesse facendo, non sapeva cosa fosse quella strana sensazione al braccio. Sapeva solo che sentiva di doverlo fare, come se fosse guidato da qualcun altro in questa azione.

Il sacerdote mosse rapidamente le mani disegnando strani simboli in aria, mentre veniva circondato da una luminescenza simile a quella che circondava l’intero cratere. Dal braccio di Arios esplose un raggio di luce scarlatta, che indugiò per un attimo sullo scudo mistico di Kahid prima di travolgere l’uomo, che scomparve in quella luce abbagliante.

La luminescenza che circondava il braccio scomparve, e Arios cadde pesantemente al suolo, con il volto riverso sul terreno. Del sacerdote non vi era più alcuna traccia.

“Vi… vi ho vendicati…”

Pronunciate queste ultime parole, Arios perse nuovamente i sensi.

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Un gradito ritorno

Posted in Zanna di Drago on aprile 29, 2008 by coubert

Arios si ritrovò a vagare senza meta tra le tende e i sacerdoti che si muovevano indaffaranti da una parte all’altra del campo. Non osava stare fermo in un punto, per non rischiare di essere raggiunto da qualcuno. Sperava, continuando a muoversi come se avesse un compito da eseguire, di poter rimanere solo.

La mente cercava ancora di ragionare su ciò che era successo. Kahid si era accampato con i suoi uomini proprio dove i due mostri della sua visione si erano scontrati. E per prendere la zanna di uno di loro aveva massacrato il suo villaggio, motivo per il quale lui adesso si trovava al campo, travestito da sacerdote.

Ci doveva essere una connessione, solo che faticava a trovarla.

In questo modo, continuando ad evitare ogni contatto con gli altri sacerdoti, arrivò alla sera.
Si aspettava un pasto comune, una cena… invece i sacerdoti cominciarono a radunarsi in due colonne, intonando strani canti.
Ovviamente fu costretto a incolonnarsi pure lui, sarebbe stato troppo strano vedere un unico sacerdote disertare quella sorta di rito.

Lentamente, le due colonne presero a muoversi in direzione del cratere, con Arios che tentava di imitare alla meglio i suoni, per lui privi di significato, che sentiva uscire dalle gole dei suoi vicini.
Marciarono cantando per parecchio tempo, finchè non furono sul bordo del cratere.

E allora lo vide.

Un unico sacerdote, con vesti nere bordate d’oro, si trovava sul fondo del cratere. Ai suoi piedi giaceva la zanna sottratta al villaggio. Al suo fianco, da un braciere si innalzavano nubi di fumo grigio, che salivano fino a perdersi nel cielo che si scuriva sempre di più.

“Compagni!”

Esordì il sacerdote.

“Finalmente il momento è giunto. Doegrain tornerà in vita, per guidarci nella sua magnificenza.”

Grida di giubilo accolsero quelle parole, mentre una strana eccitazione percorreva i corpi dei sacerdoti. Arios si guardava intorno nervoso, teso come una corda. Non gli piaceva per niente come si stavano mettendo le cose.

“E ora possiamo cominciare con il rito. Concentratevi e pregate l’Oscuro, affinchè ci conceda il potere di sottrarlo al giogo crudele della Morte.”

Tutti i sacerdoti chiusero gli occhi, cominciando a borbottare strane parole che Arios si sforzò di imitare, seppure a voce talmente bassa da renderle difficilmente udibili.
Anche Kahid chiuse gli occhi, sobbalzando ad un tratto, come se fosse stato schiaffeggiato.

“Sento una stonatura nella tessitura mistica. Tra di noi c’è un ospite inatteso…”

Tutti i sacerdoti si guardarono sospettosamentee intorno, e altrettanto fece Arios sentendò però il cuore battergli all’impazzata nella cassa toracica. Era stato scoperto… lentamente la sua mano si avvicinò all’impugnatura della lama che portava al fianco. Non sarebbe morto senza combattere, e avrebbe fatto pagare caro a quella gente il prezzo della propria vita.

“Esci allo scoperto, intruso.”

La testa gli fu attraversata dal pensiero che, se si fosse riuscito ad avvicinare abbastanza a Kahid, forse sarebbe riusucito ad ucciderlo, prima che i sacerdoti si potessero muovere.
Mosse lievemente il piede destro verso il cratere, ma si immobilizzò nel sentire una voce ben nota.

“Giacchè mi inviti con tanta gentilezza…”

Dal lato opposto del cratere, sbucando dietro a un masso, comparve Fadar. Arios lo fissò sbigottito, chiedendosi cosa ci facesse in quel posto sperduto.
Fadar indossava i suoi soliti abiti, e ai fianchi portava due spade ricurve. A parte quelle, era disarmato e solo. Neanche i cani, che pure solitamente lo seguuivano sempre, parevano essere nei paraggi.
Si avvicinò sorridendo con fare beffardo al bordo del cratere, prima di fermarsi.

“Ti cercavo da parecchio tempo, sai?”
“Purtroppo per te mi hai trovato.”

Fadar si limitò a sorridere nuovamente all’indirizzo del gran sacerdote, apparentemente incurante dei sacerdoti armati di spada che si stavano dirigendo verso di lui correndo.

“Sei finito, Kahid.”
“Dici? E quale esercito supporta la tua tesi?”
“Questo.”

Alle spalle di Fadar, che ora aveva sguainato le lame per attaccare i sacerdoti ormai giuntigli addosso, comparve un branco di grossi lupi che si avventarono sui sacerdoti e nel cratere. Ma mentre i sacerdoti lottavano e soccombevano, Kahid con un gesto della mano operò una magia che ucciso su lcolpo una decina di lupi. Fadar gridando gli si lanciò contro, ma anche lui venne sbalzato lontano dal cratere.

Kahid gettò un’occhiata indifferente al duro combattimento che impegnava i suoi sacerdoti, quindi raccolse la zanna.

“Adesso nessuno potrà più disturbarmi, siano essi lupi o intrusi inopportuni.”

Alzò le mani preparandosi ad operare un incantesimo, ma Fadar, ripresosi, scivolò nel cratere mentre lo scudo evocato dal sascerdote avvolgeva come una cupola il cratere.
Non visto, dalla parte opposta del cratere era sceso anche Arios,che aveva approfittato della confusione per abbandonare i sacerdoti ed avvicinarsi al suo vero obbiettivo.

Contava di avvicinarsi a lui di soppiatto, fintanto che Fadar lo teneva impegnato, ma il sacerdote parve accorgersi della sua presenza. La sua bocca formulò antiche e potenti parole, e i due intrusi caddero al suolo privi di conoscenza.
Si avvicinò ad Arios e, con un piede, gli tolse il cappuccio dal volto. Osservò un attimo i tatuaggi sul suo volto, quindi vi sputò sopra con disprezzo.

“Principiante…”

Senza più badare ai due che giacevano a terra, cominciò ad occuparsi del rito che lo attendeva.

Il campo

Posted in Zanna di Drago on aprile 28, 2008 by coubert

Travestito da sacerdote del Dio Nero, Arios si incamminò nella direzione dalla quale erano giunti i suoi nemici. Con suo grande sollievo, non vide cavalli. Voleva dire che il loro rifugio era tutto sommato vicino, raggiungibile a piedi. Doveva  però scegliere la direzione da seguire, ed in questo non aceca aiuti di sorta.
Non c’erano tracce che indicassero chiaramente la direzione da prendere, quindi puntò a ovest camminando con passo deciso, come sapesse dove stesse andando.

Era fortunato, infatti dopo quasi un’ora di cammino si sentì chiamare da una voce sconosciuta.

“Ehi, dammi una mano.”

Si voltò, e vide un sacerdote che trascinava un carretto a due ruote carico di legna. Senza indugiare, si portò al suo fianco afferrando uno dei due pali del mezzo, e cominciò a spingerlo pure lui.

“Grazie, cominciavo ad essere stanco.”

Arios non gli rispose, continuando nel frattempo a trainare il carro ed a pensare ai suoi tatuaggi in volto.
L’uomo però pareva abbastanza ciarliero, e continuò a cercare di fare conversazione.

“Che compito avevi, per esserti spinto fino a quaggiù invece di rimanertene tranquillo al campo?”

Anche questa volta, l’unica risposta di Arios fu il silenzio.

“Stasera finalmente è il gran giorno, eh? C’è voluto un po’ di tempo, ma adesso siamo arrivati al rito conclusivo. Dopo tutto questo tempo, il gran sacerdote Kahid riuscirà finalmente a riportare in vita Doegrain, e allora l’Impero la smetterà di darci la caccia come topi!”

Arios si voltò verso il suo interlocutore, un movimento involontario di fronte a tali informazioni appena ricevute. L’altro scambiò quel movimento dovuto alla curiosità come un assenso, e continuò nei suoi monologhi.

“Quando Doegrain sarà tra noi, comincerà una nuova era. Il suo potere, la sua forza, la sua sapienza… il mondo sarà ai nostri piedi, e il Dio Nero riacquisterà il ruolo che gli spetta di diritto, tornerà ad essere il primo tra i dodici Dèi.”

Arios rimaneva in silenzio a faticare, e alla fine il suo compagno di viaggio si stufò di parlare all’aria e cessò pure lui di parlare. Intanto però Arios rimuginava sulle sue parole.
Altro che litigi tra guarnigioni su chi doveva mandare qualche uomo nelle praterie. Qui la cosa sembrava seria, sarebbe stato bene che l’Impero avesse inviato al più presto l’esercito per debellare questa misteriosa minaccia rappresentata da Doegrain il prima possibile.

Passarono così altre due ore, al termine delle quali l’uomo esclamò sollevato:

“Finalmente, cominciavo a temere d’essermi perso!”

In lontananza, davanti a loro potevano scorgere delle vaghe sagome indistinte. Avvicinandosi le sagome divennero sempre più delineate, fino ad assumere l’aspetto di un campo ben organizzato. Decine e decine di grandi tende, alcuni padiglioni ben più grandi raggruppati verso il centro, un recinto per i cavalli, diverse sentinelle vestite di nero poste di guardia al campo.

Le sentinelle li salutarono con un cenno del braccio, cui Arios e il suo compagno risposero cortesemente prima di entrare nel campo. Arios rimase sorpreso nel constatare quanti sacerdoti girassero per il campo, ognuno apparentemente impegnato in qualche compito.

Per la prima volta, ebbe paura di aver commesso un grosso errore, ad essersi infiltrato lì dentro senza neanche sapere in cosa si stesse andando a cacciare.
Continuò a trascinare il carro, seguendo i movimenti del suo compagno, fino a quando non abbandonarono il mezzo davanti a un grande tendone dal quale uscirono altri sacerdoti, che alacremente trasportarono all’interno la legna.

Arios si allontanò da lì, prendendo a girovagare per il campo. Come avrebbe riconosciuto il gran sacerdote? Indossava forse abiti diversi da quelli degli altri sacerdoti? Aveva tatuaggi diversi? Portava una corona?
Non aveva mai visto un gran sacerdote, quindi si trovava in una brutta condizione.

La cosa peggiorò quando arrivò all’altra estremità del campo.
Da lì il suo sguardo poteva spaziare tutt’intorno. A nordest sorgeva una rigogliosa collina, mentre a ovest si vedeva un profondo avvallamento nel terreno. Una specie di enorme cratere, di terra riarsa. Non un solo ciuffo d’erba cresceva in quel cratere o sui suoi fianchi.

Il motivo che fece bloccare Arios, lasciandolo al tempo stesso stupito, emozionato e terrorizzato, era semplice: era già stato lì.
E ciò era avvenuto la sera del massacro del suo villaggio, quando nella grotta si era ritrovato a fare quello strano sogno.

Riconosceva in qualche modo il paesaggio, e la collina sulla quale si era ritrovato.
E quel cratere… senza dubbio era il luogo dove il drago era morto!

Mimetismo

Posted in Zanna di Drago on aprile 27, 2008 by coubert

“Dovremmo essere vicini, ormai…”

Arios tirò le briglie del cavallo, rallentandone l’andatura. A parte il fatto che non sapeva di preciso dove dirigersi, voleva tenere un passo pi misurato anche per evitare di fare troppo rumore.
Malgrado i suoi desideri, non era certo così sciocco da caricare a testa bassa, senza sapere quanti avversari lo attendessero nè quali fossero le loro forze. Inoltre, non doveva scordare che il suo vero obbiettivo era Khaid, il gran sacerdote.

Al suo fianco, Ombra procedeva sicuro seguendo senza problemi l’andatura della cavalcatura. Ogni tanto voltava il muso per scrutare il paesaggio circostante, annusando sospettoso gli odori portati dal vento, ma poi tornava a fissare la strada davanti a lui.

Ad un certo punto, però, il grosso cane si immobilizzò, tendendo le orecchie e fissando intensamente alla propria destra, scoprendo nel frattempo un poco i denti.

“Buono, buono… vediamo di non farci scoprire subito.”

Arios balzò a terra dal cavallo e passò distrattamente una mano sul capo del cane, cominciando a guardarsi intorno.
La zona non offriva grandi ripari, gli unici alberi si trovavano nella direzione dalla quale Ombra aveva percepito arrivare qualcuno. Per il piano che aveva pensato Arios, era essenziale non essere visto. Non subito, almeno.

“Nasconditi, Ombra.”

A quelle parole, il cane sfrecciò via scomparendo nell’erba alta. Arios lo seguì con lo sguardo finchè gli fu possibile, quindi si diresse in un’altra direzione, procedendo a piedi lungo la strada e quindi deviando verso gli alberi. Percorsa così una decina di metri, si buttò a terra, togliendosi le armi e deponendole davanti a sè. Strappò un po’ di erba dai dintorni, spargendosela sulla schiena e rimanendo in posizione prona, immobile, ad attendere.

Certo, gli abiti da soldato non erano gli ideali per un agguato in quel territorio, e se fosse stato ancora al villaggio avrebbe indossato ben altro, oltre a pitturarsi il corpo in maniera tale da mimetizzarsi meglio, ma al momento non poteva permettersi di fare troppo lo schizzinoso.

L’attesa non fu lunga, passò una decina di minuti prima che delle voci umane giungessero alle sue orecchie.

“Ehi, guardate, un cavallo.”
“Che ci fa quaggiù?”
“Mi sembra sellato… dove sarà il cavaliere?”

Le voci si avvicinavano, lentamente.

“Potrebbe essere una spia.”
“Chiunque sia, non può tornarsene via. E’ arrivato troppo vicino al cratere, deve essere ucciso.”

Alcuni suoni ormai ben noti al giovane. Quelle persone avevano snudato delle spade, e al contempo avevano cessato di parlare per non dare punti di riferimento al loro misterioso avversario.
Non male come idea, ma erano inesperti. I loro passi non erano silenziosi come avrebbero dovuto, e Arios percepiva chiaramente come adesso si fossero separati per coprire un territorio più grande e non rischiare di cadere tutti insieme in un’imboscata.

Si costrinse ad aspettare l’occasione propizia, non osando mostrarsi troppo presto. Potevano essere dei mercenari, potevano avere archi… non doveva essere precipitoso, o tutto sarebbe stato vano.
Finalmente sentì dei passi, non abbastanza furtivi, dirigersi verso di lui. Era abbastanza sicuro di non essere ancora stato notato, altrimenti immaginava sarebbe stato attaccato in forze.

Trattenne il respiro, mentre la mano lentamente si stringeva attorno all’elsa della spada. E rimase in attesa.
I passi si avvicinavano sempre di più, sempre di più. Tutto ora era nelle mani degli Dèi. Se il suo avversario lo avesse scorto, difficilmente Arios sarebbe sopravvissuto. Se invece avesse proseguito nel suo cammino, sarebbe perito lui.

I passi proseguirono.

Arios si alzò rapidamente in piedi, badando a non produrre il minimo rumore, e conficcò la spada nella schiena dell’uomo vestito con la tunica nera che gli porgeva le spalle. La spada penetrò nel cuore dell’uomo, sbucando dalla parte opposta della cassa toracica. Con un unico, rauco grido l’uomo si accasciò al suolo, ormai privo di vita, mentre Arios estraeva rapidamente l’arma dalla sua schiena.

C’erano altri tre sacerdoti, che immediatamente gli si lanciarono contro brandendo le spade. Non sembravano inesperti come i sacerdoti affrontati in città, così il ragazzo decise di non farsi circondare. Corse incontro al più vicino dei sacerdoti e, con un paio di rapidi affondi, lo uccise. In due però gli arrivarono addosso, e Arios potè solo indietreggiare, sotto la fitta pioggia dei colpi avversari.

“Ombra!”

chiamò il ragazzo, e dall’erba emerse la nera sagoma del cane, che si avventò sulle spalle prive di protezione di uno dei due uomini, che si trovò a rotolare sul terreno aggredito da quella che ai suoi occhi appariva senz altro come una creatura infernale. L’esito dello scontro era deciso prima ancora di cominciare.

Addosso ad Arios rimaneva solo un sacerdote, ma il ragazzo evitava di colpirlo malgrado le numerose aperture offerte dallo stile inesperto dell’uomo. Invece si impegnò a disarmarlo, riusucendovi solo dopo essere stato colpito di striscio un paio di volte.

A quel punto gettò a terra anche la sua spada, e ingaggiò una breve lotta con l’uomo. Arios, temprato da una vita dura come quella vissuta al villaggio -dura in relazione alla vita dei cittadini, lui non l’aveva certo mai considerata altro che una vita normale- era molto più forte del suo avversario, e in poco tempo riusucì ad avere la meglio su di lui, stringendo tra le mani il suo collo fino a quando non smise di dibattersi tra le sua mani.

Ombra, intanto, aveva finito il suo avversario e trotterellò al fianco di Arios, fissandolo con i suoi occhi inteelligenti.

“Ottimo lavoro, bello.”

lo gratificò il ragazzo, grattandolo dietro le orecchie.

“Ora però devo continuare da solo… aspettami qui, d’accordo?”

Si tolse i vestiti, ed indossò quelli dell’ultimo uomo ucciso, relativamente puliti. Si cinse al fianco la spada dell’uomo, ma sotto la veste mise il suo vecchio coltello, dal quale non aveva alcuna intenzione di separarsi.

Solo allora studiò con attenzione i tatuaggi sul volto dell’uomo. Erano complessi e neri, dalla borsa che aveva legata alla sella del cavallo estrasse dei vasetti comperati in una delle prime cittadine attraversate mentre se ne andava dalla sua guarnigione.
Colori per il corpo, gli avevano assicurato.

Rimpianse di non avere un compagno, magari Fadar, che gli potesse dipingere il volto, e si augurò di riuscire ad imitare decentemente quegli strani segni, dovendo lavorare sul suo stesso volto senza possibilità quindi di stabilire se il risultato finale fosse o meno accettabile.

Impieghò parecchio tempo per quest’opera, e una volta che ebbe terminato si rialzò e guardò il cane.

“Mi raccomando… ora non mi seguire.”

Quindi si incamminò verso gli alberi dai quali erano arrivati i sacerdoti.

La decisione

Posted in Zanna di Drago on aprile 26, 2008 by coubert

Arios galoppava da ore, senza essersi mai fermato. Non sapeva come il comandante avrebbe reagito alla sua fuga, e non voleva rischiare nel caso di un inseguimento.

Finalmente giunse in vista della prima guarnigione sul suo cammino, e rallentò l’andatura mentre si avvicinava alla porta. Il soldato di guardia lo fissò rimanendo in silenzio, chiaramente in attesa di spiegazioni da parte sua.

“Sono solo di passaggio. Porto un messaggio per le guarnigioni del nord…”
“Un altro? Un messaggiero è già passato ieri.”
“Lo so, ma il comandante ha pensato di mandarci in due, nel caso fosse successo qualcosa ad Hane. Il messaggiero partito per primo.”

Il soldato scosse la testa perplesso, poi si fece da parte per consentirgli il passo.

“Il comandante della guarnigione dovrebbe essere in caserma.”

Gli gridò alle spalle, mentre Arios entrava nella cittadina.
Era molto più piccola della città che aveva appena lasciata, e immaginava che l’uomo avrebbe risposto come il suo comandante, alla richiesta di inviare uomini al nord.

Ed infatti gli rispose nella stessa, identica maniera, quando lo trovò nella caserma. I toni erano più pacati di quelli del suo comandante, ma il senso del discorso rimaneva lo stesso.
Gli spiegò che la sua guarnigione era piccola, che aveva pochi uomini, e che se li avesse allontanati da lì quell’agglomerato di case sarebbe rimasto sguarnito e senza nessuno a garantire l’ordine.

Sospirando, Arios gli chiede la direzione in cui si era incamminato Hane e partì al suo seguito.

Prevedibilmente, in ogni cittadina dalla quale transitasse, riceveva le stesse risposte dai comandanti delle guarnigioni: che avevano pochi soldati, che non potevano allontanarsi.

“Ormai ho capito, dai soldati non mi posso aspettare alcun aiuto…”

Era a un paio di chilometri dall’ultimo villaggio prima delle praterie, il villaggio dove lo aveva condotto Fadar quando gli aveva salvato la vita.
Da allora era cambiato moltissimo, rispetto al ragazzino che era salito sul Monte Sacro. E non aveva più visto Fadar, da quando con il suo comportamento avventato lo aveva misteriosamente indotto a dileguarsi. Chissà perchè lo aveva fatto… ogni tanto ci aveva ripensato, ma non era mai riuscito a formulare ipotesi valide.

Forse era un bandito, ma non gli sembrava proprio.
Apparteneva a qualche strana setta, o gilda? Mah…

Ovviamente, dietro al suo cavallo correva Ombra. Non lo avrebbe potuto lasciare alla guarnigione nemmeno se avesse voluto, e di certo comunque non voleva separarsi dal cane di Fadar, l’unico amico che aveva avuto nei mesi passati da solo a vagare per l’Impero.

“Ombra… dovremo fare da soli. Torniamo nelle praterie, che ne dici?”

Dal cane, ovviamente, non giunse risposta. Arios interpretò il suo silenzio come un accorato assenso, e felice per aver finalmente detto ad alta voce l’intento che in realtà si era prefissato da quando aveva sentito la storia degli elfi, entrò nel villaggio.

“Arios!”

Si voltò sorpreso, appena varcata la soglia del villaggio, e si trovò di fronte Hane, che stava procedendo in senso opposto.

“Che ci fai qui?”
“Il comandante mi ha mandato per cercare di convincere le guarnigioni a fare qualcosa, temeva non avrebbero mosso un dito.”
“E ti ha mandato?”
“Beh, so essere insistente.”

Hane sorrise incerto, non credeva molto a quella storia ma non aveva certo voglia di litigare con quel ragazzino che era stato suo compagno d’armi per mesi.

“L’idea del comandante era giusta. Nessuna guarnigione intende mandare un solo uomo al nord, il pensiero comune è che finchè se ne stanno nelle praterie possono fare quel che vogliono, basta che non scendano nell’Impero.”
“Ma anche le praterie sono Impero!”
“Si, ma sono lontane dai cittadini, nessuno le controlla mai. A chi importa se ci stanno loro?”

C’era il mio villaggio!, avrebbe voluto gridare. Invece si limitò a sbuffare,

“Vedrò di cercare di convincerli…”
“Buona fortuna, te ne servirà. Ti aspetto, così torniamo insieme… la strada è lunga, e da soli ci si annoia.”
“No, non serve… il comandante avrà bisogno di te alla guarnigione, visto che si è privato di due uomini.”
“E di te no?”

Arios rimase in silenzio, fissando Hane negli occhi.

“Parti, torna alla guarnigione. Quando avrò finito qui, tornerò anche io.”
“Perchè?”

Quella semplice domanda sottintendeva molte, troppe cose. L’uomo aveva capito che Arios non era lì su mandato del comandante, aveva capito che non sarebbe tornato senza prima aver sistemato i sacerdoti.

“In realtà il mio nome è Ara’nu. Provengo da un villaggio delle praterie. Ero via dal villaggio, quando dei mercenari ingaggiati dai sacerdoti del Dio Nero hanno massacrato tutti gli abitanti del villaggio, e lo hanno raso al suolo. Non avrò pace fino a quando non li avrò vendicati.”

Hane rimase in silenzio a fissare il ragazzo, qunidi abbassò il capo.

“Buona fortuna, e vedi di non farti uccidere.”

Quindi, semplicemente, se ne andò.

Fuga

Posted in Zanna di Drago on aprile 25, 2008 by coubert

“…e gli elfi hanno detto che a nord ovest, nelle praterie, ci sono moltissime persone vestite di nero, con in volto tatuaggi simili a quelli dei Sacerdoti. Queste persone li hanno attaccati a vista, costringendoli ad abbandonare il sito, che affermano essere un potente luogo di magia.”

Arios fece per puntualizzare qualcosa, ma uno sguardo seccato del comandante lo fece desistere dal suo intento.

“Si, può anche andare…”

dovette ammettere, per non incorrere di nuovo nell’ira del comandante. Anche se il racconto gli sembrava troppo sommario e possibilista, sarebbe dovuto essere più enfatico, più convincente.

“Ottimo. Hane, prendi un cavallo e dirigiti alle postazioni settentrionali dando la notizia. Che se ne occupino loro, adesso.”

Arios dovette trattenersi dal fare qualcosa di avventato, mentre il soldato usciva dalla stanza per dirigersi alle scuderie. Evitò anche di guardare il comandante, affinchè non si accorgesse della rabbia che stava provando.

“Vuoi forse aggiungere qualcosa?”
“No, comandante.”
“Bene, allora torna pure ai tuoi compiti.”
Quando Arios uscì di pattuglia, ormai Hane se ne era già andato.
Mentre fisicamente Arios camminava lungo le strade con i compagni, mentalmente stava seguendo Hane lungo il tragitto che lo avrebbe condotto alle postazioni settentrionali. Il percorso che avrebbe dovuto fare lui.

E invece doveva restare lì, in città, a pattugliare il niente, per evitare che nemici immaginari attaccassero gente idiota di cui non gli importava niente.
Un’idea cominciò a farsi strada dentro di lui, e sebbene all’inizio la cercasse di scacciare, lentamente si trovò ad accettarla, ad accoglierla, ad alimentarla.

Tornato alla caserma, si diresse dalla guardia che sostava davanti alla porta.

“Il capitano è dentro?”
“Si, è alle scuderie a controllare i cavalli.”

Salutando la guardia con un cenno del capo, Arios se ne andò quindi alle scuderie, dove vide il capitano intento ad ispezionare lo stato dei cavalli. Gli stallieri, in fondo al locale, fissavano con astio malcelato quell’uomo che pretendeva di insegnare loro il mestiere che facevano da una vita.
Attese pazientemente che l’uomo terminasse la sua visita e facesse la solita ramanzina agli stallieri, a suo avviso frettolosi nello svolgere i loro compiti. Solo quando il suo superiore fu uscito dalla stalla, gli rivolse parola.

“Scusi, capitano.”
“Si? Che c’è?”
“Le volevo chiedere se potevo essere mandato di ronda anche questa sera.”
“Cosa? Ma non eri di ronda già oggi?”
“Si, ma tanto sono diverse notti che non riesco a dormire. Magari se sto attivo tutta la notte, domattina riuscirò finalmente a chiudere occhio.”

Il capitano parve rifletterci sopra un poco, prima di assentire vigorosamente.

“Non avrò certo fatica a trovare gente disposta a cederti il turno notturno. Però bada di non crollare mentre giri per strada!”
“Tranquillo, sarò più attivo che mai.”

Rientrò soddisfatto nella sua stanza, e alla spada che gli pendeva dal fianco sostituì il coltello che si era portato dal suo villaggio natale. Fissò incerto i vestiti di riserva, poi sospirando li lasciò al loro posto. Quindi uscì per ultimare i preparativi del piano che aveva appena ideato.
Arrivato finalmente il momento della ronda, uscì con gli altri uomini della pattuglia, dopo essersi subito i ringraziamenti vigorosi dell’uomo che quella notte avrebbe guadagnato molte ore di sonno.
Cominciarono a percorrere i loro soliti giri, ma dopo essersi allontanati di un chilometro abbondante dalla caserma Arios finse di essersi ricordato solo allora di una cosa importante.

“Dèi!”
“Che c’è, Arios?”
“Ho dimenticato la spada alla caserma!”
“Che idiota che sei…”

Fece vagare il suo volto tra quelli dei compagni, mostrandosi umiliato e perplesso.

“Torno indietro a prenderla, e vi raggiungo. Tanto il percorso è sempre lo stesso.”
“Ti accompagniamo.”
“No, non serve. Continuate pure, tanto in pochi minuti vi raggiungo di nuovo.”

Ridendo della sua dimenticanza, i soldati continuarono il loro cammino mentre lui tornava a corsa alla caserma, dove lo accolsero altre risate al suo racconto di come aveva dimenticato la spada in camera.

Rientrò nella sua stanza, si allacciò il fodero della spada alla cintura ed uscì sempre di corsa dalla caserma. Fortunatamente era riuscito ad evitare il comandante, era certo che lui non si sarebbe fatto ingannare così facilmente.
Direttosi alle scuderie, svegliò rudemente uno stalliere.

“Che c’è? Che vuoi?”

chiese questi, irritato per il brusco risveglio.

“Sellami un cavallo, rapido. Devo portare un messaggio a sud, ed è urgente.”

Sospirando e borbottato qualche imprecazione, l’uomo svolse il suo lavoro e si riaddormentò mentre Arios cavalcava via dalla caserma. Ora il tempo era tutto.

Arrivato alla porta meridionale, ripetè le stesse parole alle guardie. Se avesse preso la porta settentrionale, qualcuno si sarebbe potuto insospettire, visto che Hane era partito la mattina stessa. Così facendo, invece, la cosa sembrava plausibile.

Come era prevedibile, le guardie lo lasciarono passare senza indagare troppo, e una volta fuori dalla città Arios lanciò il cavallo al galoppo, diretto verso le praterie settentrionali.
Era entrato nell’esercito per sgominare i sacerdoti, e ora che gli scopi suoi e dell’esercito divergevano, lo abbandonava su due piedi, fuggendo di notte come un ladro.

Stranamente sentiva un groppo in gola al pensiero di venire accusato di tradimento e furto dai suoi vecchi compagni, e magari di dover venire in futuro arrestato da loro. Ma questo non era importante, ora l’unica cosa che contava era trovare quel luogo di raduno dei sacerdoti, e dare sfogo alla propria ira.

Il comandante

Posted in Zanna di Drago on aprile 24, 2008 by coubert

Arios entrò nella caserma senza neanche volgere un cenno di saluto ai soldati che controllavano la porta, dirigendosi invece a passo spedito verso il piano superiore, dove aveva la sua stanza il comandante della guarnigione.

“Ehi, ma dove vai?”

Una delle guardie lo aveva seguito con lo sguardo, e vedendolo accingersi a salire le scale lo aveva richiamato.

“Devo parlare con il comandante, ho avuto delle informazioni.”

Alla base della scala di legno, Arios si era voltato per rispondere alla domanda del commilitone.

“A quest’ora? Sarebbe meglio aspettare domattina, non credi?”
“Sono informazioni importanti e urgenti.”

Senza aggiungere altro, Arios riprese il proprio cammino, salendo le scale mentre il soldato scrollava le spalle sospirando, e tornava alla sua monotona occupazione.
Al piano di sopra, intanto, Arios aveva percorso il pavimento di legno fino a giungere alla camera del comandante, che era una delle sole tre stanze. Quella più distante dalle scale.

Le altre due stanze erano una piccola saletta dove ricevere eventuali ospiti di riguardo, e la stanza del capitano. Tutti gli altri soldati dormivano al piano inferiore, nelle piccole celle loro assegnate. L’edificio stesso pareva rappresentare questo ordinamento gerarchico dell’esercito, presentandosi come un grande edificio di un piano sormontato da una piccola protuberanza di un ulteriore piano.

Bussò alla porta della camera del comandante, e dovette ripetere il gesto una seconda volta prima di ricevere una risposta dall’interno.

“Chi è? Che c’è?”

La voce del comandante era leggermente impastata, doveva essersi appena svegliato.

“Sono il soldato semplice Arios. Ho informazioni importanti.”
“Domani.”
“Sono molto importanti.”

Dall’altra parte della porta gli giunge un borbottio indistinto, seguito da alcuni rumori. Alla fine il comandante si era alzato.
Arios sentì i passi dell’uomo avvicinarsi alla porta, la chiave girare nella toppa. La porta si aprì, e il volto severo e assonnato del comandante comparve da dietro la medesima.

“Allora?”

Arios pensò per qualche istante a come spigargli l’accaduto, quindi cominciò.

“Ero nell’osteria con gli altri ragazzi, quando ho notato due persone incappucciate. Pensavo che potessero essere dei sacerdoti, e gli ho fatto togliere il cappuccio. Erano solo degli elfi, ma parlando con loro ho scoperto che tutti i sacerdoti stanno dirigendosi nelle praterie a nordovest, probabilmente ci saranno anche i loro pezzi grossi.”
“Ottimo. Grazie della notizia.”

Il comandante fece per girarsi, ma Arios continuò.

“Quando partiamo?”

I suoi occhi andarono a cercare quelli del giovane soldato, per fissarli mentre gli parlava.

“Ascolta ragazzo, apprezzo la tua voglia di togliere di torno quei sacerdoti, davvero. Ma a quello penserà qualche altro reparto. A noi spetta il compito, adesso, di tenere tranquilla questa città, e dobbiamo rimanere qui. Se i sacerdoti entrano in città, li prendiamo. Altrimenti toccheranno a qualcun altro.”
“Ma potremmo essere i soli a saperlo!”
“Domattina manderò un messaggio alle guarnigioni vicine alle praterie, e se ne occuperanno loro.”

Arios fece per ribattere, ma il comandante lo zittì con un tono di voce che indicava chiaramente che si stava adirando.

“Non ci muoveremo dalla città, punto. Sarei un folle se per inseguire i sacerdoti lasciassi sguarnita la città, e l’Imperatore mi manderebbe giustamente a morte. Manderò un messaggero, e sarà già più di quanto mi sia richiesto dal mio incarico. Non accetterò obiezioni di sorta. Mi sono spiegato?”
“Certamente…”

Arios ora teneva lo sguardo incollato al pavimento, per non mostrare al comandante la collera che ardeva nei suoi occhi.

“Però…”

Le sue parole arrivarono al comandante mentre questi stava già chiudendo la porta. Si sporse nuovamente per guardare il ragazzo, palesemente irato.

“…però le chiederei di poter essere io a portare il messaggio.”
“Cosa?”

L’irritazione aveva lasciato il posto alla perplessità, sul volto del comandante della guarnigione.

“Vorrei essere io a port”
“Si, si, ho capito. Non sono sordo. Ma vorrei sapere il perchè di questa decisione.”
“Beh, ecco… magari potrebbero fare domande su quegli elfi, o su certe cose che hanno detto… e se le cose venissero riportate da un altro, magari potrebbe dimenticare qualcosa, o sbagliare a ripetere le parole…”

Il comandante lo fissò negli occhi per diversi secondi.

“Balle. Te  sei letteralmente ossessionato da questi sacerdoti, te lo leggo in volto. Come mai?”

Arios sobbalzò, il comandante lo aveva forse scoperto? Era in combutta con i mercenari che avevano massacrato la sua gente?

“No, si sbaglia…”
“Mi prendi per scemo? Comunque non mi importa. Probabilmente se ti mandassi come messaggero, rimarresti laggiù a dare una mano contro i sacerdoti. Quindi non ti muoverai da qui. Domattina detterai il discorso a uno scriba, che redigerà il messaggio. E per precauzione lo ripeterai a chi andrà, fino a quando non lo avrà imparato a memoria.”

A questo punto, gli lanciò uno sguardo gelido.

“E questo è tutto. Apri bocca di nuovo sull’argomento, e fiinsci in cella per insubordinazione.”

Senza aggiungere altro, rientrò nella stanza chiudendosi la porta alle spalle, e girando la chiave nella toppa. Arios rimase fermo davanti alla porta, in silenzio, per diversi minuti, prima di decidersi a tornare di sotto.

Ignorando lo sguardo curioso del soldato sulla porta, si diresse senza indugiare alla propria stanzina.

“Non partirò…”

Si addormentò ripetendo quelle due parole, come un mantra. Non sarebbe partito, non avrebbe spronato le guarnigioni a mandare soldati contro i sacerdoti, non avrebbe combattuto contro il gran sacerdote.
Di colpo provava solo un grandissimo odio verso il comandante, i soldati, la città.