Archivio per marzo, 2008

In cui finisce lo scontro, e Davon vince e perde allo stesso tempo

Posted in Davon on marzo 31, 2008 by coubert

L’enorme spada brandita dal Guardiano fendette l’aria e attraversò da parte a parte il corpo di Davon. Che tremolò lievemente al contatto con l’arma, e quindi si dissolse nel nulla.  Il Guardiano, ringhiando la propria frustrazione, cominciò a guardarsi intorno per capire dove fosse finito il suo avversario.

“Nascoderti non ti servirà a niente, qua dentro. Esci allo scoperto e affrontami una volta per tutte, microbo!”

In risposta alla provocazione, la creatura udì solo un sommesso mormorio. All’istante, pregustando la vittoria, si lanciò di corsa verso il luogo dal quale udiva provenire la voce di Davon.

“Ti ho trovato!”

L’incantesimo di invisibilità che avvolgeva il giovane apprendista mago si dissolse, rivelando la scarna figura del ragazzo a un paio di centinaia di metri dal Guardiano. Aveva entrambe le braccia puntate in direzione della creatura che stava correndo verso di lui con ampie falcate, divorando il terreno.

“Ti respingo!”

Le parole finali dell’incantesimo che stava preparando da quando si era sottratto allo scontro, lasciando dietro di sè un’illusione, vengono gridate e rimbombano minacciose nella pianura. Le dita intanto continuano a disegnare intricati simboli magici in aria, convogliando l’energia necessaria a creare l’effetto desiderato dal mago: una specie di ariete di pura forza magica che avrebbe scagliato lontano il Guardiano, probabilmente stordendolo per qualche minuto, sicuramente concedendogli il tempo di pensare a qualche piano più efficace.

Ma in quel frangente una fitta gli percorse il braccio sinistro, partendo dal muscolo per arrivargli fino alle dita. E nonostante tutta la sua concentrazione e tutti gli sforzi fatti per resistere al dolore e non far tremare le dita, queste ebbero un paio di rapide contrazioni. Quelle contrazioni potevano risultare inifluenti, così come vanificare i suoi sforzi, o cambiare completamente l’incantesimo lanciato. Chiuse le palpebre, in attesa di scoprire il proprio destino. Se avesse fallito il lancio dell’incantesimo se ne sarebbe accorto nel momento in cui la spada lo avrebbe trafitto.

E invece gli giunse alle orecchie il grido di dolore del Guardiano, seguito da una strana sensazione alle mani. Aprì finalmente gli occhi, lentamente… e vide una colonna di fuoco liquido ribollirgli sulle palme delle mani e quindi prendere la forma di una colonna diretta contro il Guardiano. Che era stato sbalzato indietro di qualche centinaio di metri, e una volta atterrato al suolo era stato nuovamente colpito al petto dalla colonna di fuoco, la forza del quale impatto aveva creato intorno al corpo ustionato un cratere di notevoli dimensioni.

Una colonna di fuoco… un incantesimo che, in teoria, non sarebbe mai dovuto riuscire a formulare. Richiedeva consocenze superiori alle sue, energie infinitamente maggiori, anni di esperienza e di addestramento. E invece per un banale errore di gesticolazione, aveva generato quell’incantesimo usato quasi esclusivamente in tempo di guerra dai maghi che si arruolavano negli eserciti.

Il momento di sbandamento di Davon durò qualche decina di secondi, ed ebbe termine quando il fuoco cominciò a bruciargli le mani. Urlando più dalla sorpresa che non per il dolore, si costrinse ad interrompere il flusso di energia magica estinguendo il fuoco. Si portò subito le mani al volto, temendo di aver riportato danni alle medesime. A parte un colorito vagamente più scuro laddove il fuoco si era generato, non notò alcuna ferita, nè ne avvertiva la sensazione. Visibilmente rilassato per questo colpo di fortuna, si costrinse ad avvicinarsi all’avversario disteso a terra, distante da lui.

Mentre gli si avvicinava, avvertì uno strano formicolio al braccio sinistro, ma decise di ignorarlo. Per controllare le condizioni del braccio avrebbe dovuto sciogliere la fasciatura, e se avesse dovuto continuare il combattimento non avrebbe certo avuto il tempo di risistemare le bende. E malgrado questa volta gli fosse andata bene, non aveva intenzione di rischiare nuvoamente di morire per una fitta improvvisa alla mano dovuta all’assenza della fasciatura. Riportò quindi la sua attenzione sul Guardiano.

Il corpo era sprofondato nel suolo di parecchi centimetri, sospinto dalla violenza del colpo ricevuto, e il petto muscoloso era in brutte condizioni, completamente ustionato ed ancora fumante.
La spada gli era caduta di mano durante il volo.
Si inginocchiò di fianco alla creatura, accostando il volto al corpo immobile a terra. Socchiuse gli occhi per concentrarsi, cercando di capire se… si, respirava ancora.

Si sorprese di esserne sollevato. Certo, voleva ucciderlo e stava per tagliarlo in due piccoli Davon con quella sua spada, ma non sapeva se lui avrebbe avuto la forza di ucciderlo, o cosa avrebbe fatto se la colonna di fuoco lo avesse ammazzato.

“Non so se mi senti, ma ora che succede? Cioè, direi che ti ho sconfitto… ora posso andarmene? O devo ucciderti, prima? magari con quel tuo spadone?”

A parole cercava di dimostrarsi più spietato e sicuro di quanto non fosse in realtà all’idea di poterlo dovere uccidere. Già sarebbe stato brutto dover uccidere quell’essere, ma finirlo mentre si trovava inerte al suolo non gli sembrava assolutamente giusto. Tanto più che se era il Guardiano e si occupava delle prove dei maghi, non era nemmeno certo che potesse essere ucciso. O che lo dovesse essere.
Ma dal Guardiano non ricevette alcuna risposta.

Irritato e nervoso, si allontanò dal corpo e cominciò a vagare per la pianura guardandosi intorno e gridando di lasciarlo uscire. Finalmente una voce rimbombò nell’intera vallata, come se una qualche divinità celeste avesse deciso di parlare, con una voce di tuono.

“Hai dimostrato di possedere il potere per sconfiggere il Guardiano, e hai dimostrato di saper usare il cervello evitando di uccidere inutilmente l’avversario ormai vinto. Ti dichiariamo Mago dell’Ordine, e ti conferiamo il simbolo tangibile di tale rango.”

Nell’aria, di fronte allo sbigottito Davon, si materializzò un ciondolo a forma di fiamma, interamente d’argento. La fiamma del sapere che l’Ordine diceva di mantenere viva. Il simbolo dell’Ordine, che dentificava i suoi maghi in ogni parte del mondo. Un potente amuleto magico, indossabile ed utilizzabile solamente dal suo legittimo proprietario.

Lentamente, quasi temendo il suo tocco, lo prese nella mano destra stringendola poi a pugno mentre una forza mistica sconosciuta si impadroniva di lui e gli faceva mormorare parole a lui ignote. Non sapeva cosa stava dicendo o come potesse sapere quelle formule, sapeva solo, istintivamente, che quelle parole erano una specie di rituale che legava l’amuleto alla sua persona. Al termine del rituale, l’amuleto scomparve dalla sua mano per comparire invece legato attorno al suo collo, e posto in bella vista sopra la tunica.

Solo a quel punto il mondo intorno a lui esplose in scintille di luce colorata, e Davon si ritrovò nuovamente nell’arena, circondato dagli anziani.

Il Primo Anziano avanzò accanto a lui, fermandosi al suo fianco. Battè una volta il bastone a terra, e il silenzio cadde sul cortile.

“L’apprendista Davon ha superato la prova, e da questo momento è da considerarsi un mago dell’Ordine a tutti gli effetti.”

Grida di esultanza arrivarono da qualche ragazzo e dai centauri, ma il Primo Anziano le spense battendo un’altra volta i lbastone al suolo.

“Il mago Davon ha dimostrato di non poter controllare gli incantesimi che evoca, a causa dei suoi problemi fisici. Per questo motivo rimarrà isolato nel secondo livello fino a quando il Consiglio non deciderà le mansioni che il mago Davon svolgerà alla Fortezza, e le restrizioni che limiteranno la sua libertà e la sua possibilità di utilizzare i suoi poteri.”

In cui comincia la prova, e Davon incontra il Guardiano

Posted in Davon on marzo 30, 2008 by coubert

Quando vide comparire i maghi, Davon abbandonò la posizione a braccia conserte, portandosi in una più prudente posizione di guardia con il braccio sinistro tenuto vicino al petto e il braccio destro sporto maggiormente verso l’esterno. Il rombo del tuono arrivò pochi istanti dopo che aveva assunto la nuova posizione, e venne seguito quasi istantaneamente da un bagliore accecante che lo costrinse a chiudere gli occhi per preservare la vista.

Dopo qualche istante la luce tornò normale, e Davon riaprì gli occhi. Per un istante, colto alla sprovvista, sbatté nuovamente le palpebre cercando di capire se quanto vedeva fosse reale. Si trovava in un’immensa pianura, un paesaggio paradisiaco che si estendeva a perdita d’occhio. La terra era ricoperta da un soffice manto erboso, e fiori di ogni colore immaginabile sbocciavano praticamente ovunque. A qualche chilometro dalla sua posizione poteva scorgere un corso d’acqua, mentre in lontananza si profilavano delle immense montagne, le cui sommità apparivano nascoste dalle nubi.

Recuperando il controllo di sé, cominciò a guardarsi intorno tenendo tutti i sensi all’erta. Malgrado ciò che gli diceva la vista, malgrado il calore che percepiva sulla pelle, malgrado gli odori che giungevano al suo naso… malgrado ogni percezione sensoriale gli stesse gridando che si trovava realmente in quel luogo meraviglioso, la mente continuava a ripetergli che in realtà era ancora in piedi nel centro dell’arena della Fortezza, e che questa era la prova cui lo stavano sottoponendo.

“Tutto qui? Una misera illusione?”

La sua bocca si deformò in una smorfia, mentre cominciava a muovere le braccia davanti a sé mormorando le parole dell’incantesimo di rivelazione che stava cercando di utilizzare.
Quando però terminò il rituale, rimase sorpreso di trovarsi ancora nello stesso scenario rurale.

“Avrò sbagliato qualcosa? Eppure la mano non mi dava fastidio, e le parole erano corrette. Come posso aver commesso un errore…”

I dubbi stavano per invadergli la mente, ma vennero scacciati dalla comparsa di una creatura, a pochi metri da lui. Era letteralmente sbucata dal nulla, e Davon pensò immediatamente alle magie degli esaminatori. Magari faceva parte della prova, e per sconfiggere l’illusione doveva sconfiggere quella creatura.

La scrutò con attenzione, mentre il suo avversario si comportava parimenti. Era un umanoide massiccio, alto più di due metri e con una corporatura molto, molto muscolosa. Indossava dei rudimentali pantaloni di pelle e dei calzari di cuoio, mentre la metà superiore del corpo era priva di protezioni così come di vestiti. La pelle era molto scura, e il volto aveva dei lineamenti solo parzialmente riconducibili ad un essere umano. Il naso era molto schiacciato, gli zigomi eccessivamente alti e spigolosi, e la bocca era grande il doppio del dovuto.
La creatura sporse in avanti il braccio destro, e gli comparve in mano un’enorme spada che roteò con noncuranza in una sola mano, dischiudendo le labbra in un sorriso crudele e mostrando così due file di denti appuntiti.

Una leggera brezza gli mosse un poco i lunghi capelli arancioni, raccolti in numerose trecce dietro la testa, mentre cominciava a parlare. Aveva una voce cavernosa e potente, carica di autorità.

“Io sono il Guardiano, ed è mio compito impedire ai deboli di proseguire il viaggio. Sono la mannaia che recide i ramoscelli per consentire all’albero di crescere rigoglioso. Dietro di te è la sconfitta, davanti a te il successo. Ma per raggiungerlo dovrai affrontarmi, mettendo in gioco la tua stessa vita. Se lo desideri, puoi ancora tornare indietro. Se invece sei convinto di essere un mago, fatti avanti.”

Quelle parole raggelarono il ragazzo. Adesso capiva dove si trovava, e sapeva che non si trattava di un’illusione. Gli avevano riservato la prova che affrontavano gli studenti giudicati ormai pronti ad ascendere al rango di maghi! Solo che lui non era pronto, e ne era perfettamente consapevole. Si doveva trattare di uno sbaglio, di un errore…

Si voltò, fissando il paesaggio dietro di se. Un varco luminoso apparve davanti ai suoi occhi, e attraverso quella luminescenza intravide l’arena. Poteva ancora tornare indietro, spiegare ai maghi l’errore che avevano fatto. Ma lo avrebbero ascoltato? O avrebbero solamente preso atto del fallimento della prova, distruggendo così per sempre il suo destino?
Non poteva rischiare di perdere tutto, di finire a lavare i pavimenti di sbruffoni come Seinard per il resto della vita.
Piuttosto avrebbe affrontato la morte, ma non si sarebbe mai arreso.

Con una luce di rassegnazione negli occhi, tornò a fissare il Guardiano.

“Non dovevo affrontare questa prova, ci deve essere stato un errore.”
“A me non interessano gli errori, solo la scelta che compirai.”
“Lo so. E malgrado tutto non posso tornare indietro, perderei tutto. Quindi non mi resta che andare avanti.”
“Sia.”

Il varco alle sue spalle pulsò violentemente e si dissolse, mentre il Guardiano cominciava a muoversi in circolo intorno a Davon, fendendo lentamente l’aria con lo spadone.

Davon inghiottì rumorosamente la saliva, mentre si sforzava di ricordare i complessi incantesimi necessari per l’evocazione di un’arma. Dopo qualche istante di esitazione prese a muovere le braccia e le dita seguendo invisibili disegni ben presenti nella testa del ragazzo, e una corta spadina brillante di luce bianca gli comparve nella mano destra.

“Cosa pensi di fare con quello spillo, ragazzo?”

Il Guardiano si lanciò contro di lui, rapidissimo, e calò con potenza l’arma contro l’esile controparte che era comparsa nella mano dell’aspirante mago. Al contatto delle due lame, scintille di luce sprizzarono tutto intorno e tremolando la spadina scomparve nel nulla.

“Non hai energia, non hai concentrazione. Se questo è il meglio che sei in grado di fare, la tua vita termina su questo prato.”

Menò un fendente parallelo al terreno, destinato a decapitare l’avversario, ma il ragazzo riuscì ad intuire la mossa e si abbassò appena in tempo per evitare una rapida morte. Adesso cominciava ad avere paura, per quanto fosse consapevole che quell’emozione lo avrebbe solo intralciato nel suo tentativo disperato di mantenersi in vita.
Cominciò a indietreggiare rapidamente, agitando le braccia freneticamente mentre richiamava tutti gli incantesimi di protezione e contenimento che aveva studiato.

“Se speri di tenermi a bada così, non hai ancora capito niente, microbo.”

Avanzando lentamente, ma inesorabilmente, il Guardiano si avvicinò un passo dopo l’altro al ragazzo, abbattendo con facilità irrisoria le varie barriere magiche evocate dall’apprendista mago che lo fissava con gli occhi sbarrati, pallido in volto e con la fronte imperlata di sudore.

“Addio.”

Senza aggiungere altro, senza traccia alcuna di compassione negli occhi, il Guardiano calò la spada sul ragazzo.

In cui Davon si prepara per la prova

Posted in Davon on marzo 29, 2008 by coubert

Giunto nella sua stanza, Davon si chiuse con violenza la porta alle spalle, sbarrandola col chiavistello. Era agitato e nervoso, e solo in minima parte questo stato d’animo poteva essere attribuito a Seinard e alle sue parole. La verità era che anche lui dubitava delle sue possibilità di farcela, malgrado quanto si ripetesse nel tentativo di convincersi.

Conosceva la propria condizione meglio di chiunque altro, ed era perfettamente consapevole del fatto che il suo futuro sarebbe dipeso solo dalla casualità. Se gli fossero prese delle fitte alla mano durante la prova, non sarebbe riuscito a passare la prova. Le cose erano semplici, e stavano in questi termini. Tutto stava quindi nel cercare di attenuare il dolore per qualche ora, il tempo di abbindolare il Consiglio degli Anziani. Poi, per quanto lo riguardava, poteva anche passare una notte di fitte lancinanti che non gli avrebbero consentito di chiudere occhio, non gli importava. L’unica cosa importante al momento era restare al suo posto, a studiare magia nella Fortezza.

Si tolse la tunica gettandola sul letto, e rimase così con dei pantaloni leggeri e i calzari. Benché l’addestramento dei maghi non fosse certo imperniato sulla cultura del proprio corpo, una certa dose di allenamento fisico era obbligatoria in quanto spesso la resistenza del corpo era un fattore determinante per stabilire la durata degli incantesimi, o anche la loro fattibilità.
Davon non era certo un culturista, ma aveva un fisico alto e snello, dotato di una muscolatura asciutta. I lunghi capelli mori gli cadevano sulla schiena, tenuti indietro da una fascia nera che gli circondava il capo sbucando sulla fronte.

Si tolse la vecchia fasciatura, gettando la stoffa in un angolo della stanza, quindi prese una nuova striscia di stoffa che aveva strappato da un lenzuolo quella stessa mattina e ne afferrò un capo tra i denti. Portato il polso sinistro all’altezza del viso, cominciò ad avvolgervi l’altro capo della striscia, tirando fino quasi a bloccarsi la circolazione del sangue da e per la mano offesa. Infine, legò la cima libera a quella tenuta tra i denti, fissando poi con un’espressione vagamente perplessa il proprio lavoro.

“Per essere una cosa artigianale, direi che è venuta abbastanza bene. Certo non potevo chiedere una mano in giro, meno gli Anziani sanno della situazione del mio braccio e meglio sarà.”

Roteò un poco il polso, per testare la fasciatura, e sorrise nel non avvertire praticamente alcun fastidio.

“Sembra che regga… vediamo di sbrigarci, non so quanto durerà questa tregua col braccio.”

Afferrata la tunica, la indossò nuovamente lisciandosela poi con la mano destra prima di incamminarsi verso la porta. Si immobilizzò davanti alla stessa, con una mano sul chiavistello.
Era forse paura quella che avvertiva avanzare, gelida, dentro di sé? Non aveva tempo per lei, non poteva permettersi dubbi o indecisioni. Se avesse affrontato la prova timoroso, avrebbe fallito in partenza. Doveva calmarsi, o le cose si sarebbero messe molto male.

Si allontanò dalla porta, e si sedette a terra, le gambe incrociate e la schiena diritta. Socchiuse gli occhi, cominciando a recitare una formula monotona tesa a favorire il raggiungimento della concentrazione e lo svuotamento della mente.
Era fondamentale che la mente fosse libera da pensieri dannosi come quelli instillati dalla paura.
Respirò profondamente una volta, poi un’altra, quindi un’altra ancora. Respiri lenti, sempre più distanziati l’uno dall’altro.
Poco a poco smise di parlare, ormai la mente era libera e la concentrazione era stata raggiunta.
Si alzò in piedi e aprì gli occhi, che sembravano come fissi nel vuoto. Tolse il chiavistello e uscì nel corridoio, ignorando un ragazzo che per poco non andò a sbattere contro di lui.

Percorse quegli antichi corridoi di pietra avvolto in un silenzio totale, rotto solo dal fruscio delle sue vesti. Dalle pareti secolari, i ritratti degli anziani del passato lo fissavano con volti duri e severi mentre usciva dal dormitorio per emergere alla luce del sole. Il contrasto tra il buio dell’edificio e la luminosità che pervadeva l’ambiente esterno lo costrinse a coprirsi momentaneamente gli occhi, concedendosi qualche istante per abituarsi alle mutate condizioni di visibilità.

Il cortile era ampio e pressoché ingombro, con solo qualche inserviente intento a percorrerlo. Gli inservienti non badarono a lui, così come lui li ignorò totalmente. Riprese il suo cammino dirigendosi verso un altro cortile, ben più grande ed interno rispetto a quello nel quale era sbucato poc anzi. Un cortile usato per quelle prove, una specie di arena priva di gradinate. Il centro del cortile ormai era composto di semplice terra battuta riarsa, e delimitava la zona della prova, l’area entro la quale solo l’esaminato sarebbe potuto entrare.
Intorno al cortile si era già radunata una discreta folla, tra studenti curiosi e centauri bramosi di assistere a una prova. I centauri di solito rimanevano nella vallata, dove vivevano svolgendo anche la funzione di guardiani della Fortezza, ma quando venivano tenute delle prove molti di loro entravano nel castello per assistervi. Davon non sapeva il motivo del loro interesse, lui stesso era sempre stato poco interessato alle prove altrui e aveva assistito a poche di queste, e sempre e solo per avere un’idea di cosa avrebbe potuto affrontare in futuro.

Layrtes, d’altro canto, non ne perdeva neanche uno e aveva provveduto a metterlo in guardia contro i pericoli più comuni.
Non bisognava farsi prendere dall’emozione, ovviamente. Né pensare a tutta la gente che ti stava osservando. Ogni volta la prova era differente, ma anche nelle prove più pericolose non c’era mai reale pericolo di vita per l’incantatore, quindi non doveva farsi prendere dal panico. La prova poteva andare dalla richiesta di eseguire una determinata magia, allo scontro contro una bestia evocata dagli Anziani appositamente. Ma le bestie venivano usate solitamente per le prove atte a stabilire se un ragazzo avrebbe potuto o meno venire considerato un mago.

Al suo arrivo nel cortile, il brusio che percorreva la piccola folla assiepata a ridosso degli edifici cessò immediatamente, e gli occhi di tutti i presenti si voltarono verso di lui. Layrtes, dal lato opposto, gli rivolse un timido sorriso di incoraggiamento che lui però non vide nemmeno, impegnato come era a mantenere la mente vuota e a rimanere concentrato sul suo obbiettivo. Superare a qualunque costo la prova.

Senza tradire la minima emozione, lo sguardo fisso davanti a sé, Davon avanzò sino al centro dell’improvvisata arena dove si fermò, incrociando le braccia sul petto e disponendosi ad attendere l’arrivo degli esaminatori. Questi non si fecero attendere, e pochi minuti dopo il suo arrivo nel cortile una dozzina di figure vestite con lunghe tuniche grigie comparvero al limitare dell’arena. I loro volti erano coperti da cappucci, e ognuno reggeva tra le mani un nodoso bastone coperto di antiche e mistiche rune.

Sollevarono i bastoni in aria, all’unisono, e all’unisono li fecero colpire la terra. Un tuono squarciò il silenzio che si era venuto a creare, e il cielo si oscurò rapidamente mentre la prova aveva inizio

In cui comincia una nuova storia, e conosciamo Davon

Posted in Davon on marzo 28, 2008 by coubert

“Gustati il tuo ultimo pasto, pezzente!”

Davon era impegnato a mangiare il proprio pranzo, ma a quelle parole sollevò il volto dal piatto, cercando il responsabile di quell’attacco verbale.

“Seinard…”, mormorò riversando su quel nome quanto più disprezzo poteva.
“Non temere, non sarà certo questo il mio ultimo pasto. Piuttosto rischia di diventare il tuo ultimo pasto decente per un bel po’ di tempo, visto che se ti spacco tutti i denti a pugni dovrai andare avanti a brodo per qualche tempo.”

La faccia dell’altro ragazzo divenne subito paonazza, mentre il piatto che reggeva tra le mani tremolò pericolosamente. Aprì bocca come per proseguire quella scaramuccia verbale, ma i suoi compari lo chiamarono dalla panca dove si trovavano seduti.

“Bah, è inutile star qui a perdere tempo con te. Tanto tra poco ti toglieranno di mezzo.”

Detto questo, Seinard si allontanò in direzione dei suoi amici, che stavano adesso ridendo sguaiatamente. Davon accennò ad alzarsi, ma una mano sulla spalla lo trattenne.

“Stai calmo amico. Lo sai che è quello che vogliono… se adesso vai da loro e attacchi briga, finirai nei guai. L’ultima volta ti hanno fatto pulire le stalle per due settimane, e non penso che tu sia così ansioso di ripetere l’esperienza. Dico bene?”

Lentamente, Davon si rilassò e l’amico gli si sedette al fianco.

“Non preoccuparti di quell’idiota di Seinard. Lo sai, parla solo perché ha la bocca, e ha amici solo perché è di nobile famiglia. Se non avesse dimostrato del talento magico, probabilmente ora invece di essere qui alla Fortezza a tormentarti starebbe scorrazzando per i paesini delle sue terre, intento a inseguire una contadina o a malmenare qualche vecchio carrettiere.”
“Già, giusto con un carrettiere zoppo potrebbe avere qualche speranza di vincere in un duello…”

Ormai imbronciato, Davon tornò a concentrarsi sul pasto che aveva ormai quasi terminato. Era stato tutto sommato ingiusto nei confronti di Seinard: non avrebbe avuto problemi ad affrontare corpo a corpo qualunque abitante del castello, e se avesse ricevuto il giusto addestramento sarebbe potuto divenire un guerriero molto pericoloso per chiunque. Era alto e grosso, e curava particolarmente la propria muscolatura ritenendo un motivo di vanto essere chiaramente la persona più forte alla Fortezza. Solo che la forza fisica lì alla Fortezza contava meno di niente, ed era praticamente tutto ciò di cui il colosso disponeva.

La Fortezza era un castello indipendente da qualunque regno, sotto la giurisdizione di nessuno. Al suo interno si riuniva l’Ordine dei Maghi, che comprendeva la maggior parte degli incantatori di quella parte di mondo. La si sarebbe potuta definire anche una gilda, volendo, ma in realtà era molto di più. La Fortezza si impegnava a cercare gli individui dotati di talento e ad istruirli alla Fortezza, e in questo modo trovava sempre nuovi adepti aiutando al contempo i regni vicini a togliersi di torno potenziali pericoli. Molto spesso infatti era successo, in passato, che persone dotate di poteri magici ma privi di addestramento avessero sbagliato qualcosa e scatenato immani disastri. Le rovine del villaggio di Quar’t, cristallizzate a eterno memento del potenziale nocivo della magia, erano un chiaro avvertimento su cosa sarebbe potuto succedere senza l’Ordine.
Tutti coloro che si trovavano alla Fortezza praticavano le arti magiche, dal Primo Anziano al più umile dei servitori.
Ovviamente maggiore era il potere di cui una persona disponeva, maggiore era il controllo che questa aveva sulla magia, e più elevato era il suo rango all’interno della rigida gerarchia dell’Ordine. I servitori erano persone dotate di scarsissimi poteri magici, o che negli anni di studi alla Fortezza si erano rivelate incapaci di controllare il loro potere. Chi apparteneva a quest’ultima categoria non poteva lasciare la Fortezza, visto che avrebbe potuto rappresentare un pericolo e violare così il tacito accordo che intercorreva tra l’Ordine e i regni limitrofi: noi vi togliamo di torno i maghi selvaggi, e voi ci lasciate liberi di vendere i nostri servigi al miglior offerente.

Davon era figlio di contadini, ma all’età di sei anni era stato condotto via dalla sua casa dal Primo Anziano in persona, che lo aveva portato con se alla Fortezza. E ben presto Davon gli aveva dato ragione, dimostrando un enorme potenziale, un’intensa concentrazione e una dedizione straordinaria allo studio. Era uno dei migliori studenti della Fortezza, fatto che lo aveva portato a diversi scontri con l’invidia di Seinard, e a ventitre anni era ormai vicino a ottenere il titolo di mago quando le cose erano cambiate repentinamente.

“Dì un po’, come va la tua mano?”

Davon sorrise mestamente alla domanda dell’amico. Scostò un poco la manica sinistra della lunga tunica marrone che portava, mostrando una vistosa fasciatura che partendo dal polso arrivava quasi fino al gomito.

“Riesco a muovere il braccio, e anche le dita. Tranquillo, Layrtes, non avrò problemi con la prova.”
“Ne sono certo.”

L’amico annuì con decisione, sorridendo nel tentativo di mascherare il timore che invece covava dentro di sé.
Ormai era da due mesi che Davon provava fitte di dolore alla mano sinistra, a seconda delle giornate e dei movimenti che faceva. I maghi avevano cercato di capire di cosa si trattasse, ma erano riusciti a stabilire solamente che non era opera di una maledizione, né di un incantesimo. Avevano interpellato anche dei sacerdoti, ma non sembrava esserci niente di malato nel corpo dell’apprendista mago Così erano rimasti in attesa di vedere se fosse passato da solo, ma ormai le speranze di una tale miracolosa guarigione spontanea apparivano vane.

Il problema era che per operare gli incantesimi, oltre alla mente libera, alla concentrazione assoluta, all’animo forte e alla memoria perfetta, occorreva anche la completa mobilità degli arti superiori. La maggior parte delle magie richiedeva di tracciare complicati simboli nell’aria, come catalizzatori dell’energia magica. Sbagliare un gesto avrebbe potuto significare che invece di aprire una porta, il mago vi lanciava contro una sfera di fuoco liquido.
Così i membri superiori dell’Ordine avevano stabilito di sottoporre Davon a una prova. Se avesse l’avesse superata avrebbe potuto continuare a studiare alla Fortezza, e sarebbe divenuto un mago dell’Ordine. Ma in caso contrario non sarebbe mai stato un mago, e non avrebbe mai potuto lasciare la Fortezza.

Seinard pareva convinto del suo fallimento, come diversi altri ragazzi. Layrtes era uno dei pochi che era sempre stato al suo fianco, nonostante il suo carattere chiuso e contemplativo lo portasse spesso a isolarsi dagli altri ragazzi..

“Ora mi vado a preparare per la prova… ci vediamo più tardi, Layrtes.”
“Che il fato ti arrida, Davon.”

Abbandonando il piatto quasi vuoto sulla panca, Davon si diresse verso l’uscita del salone costringendosi a ignorare le battute degli amici di Seinard, fatte a un volume volutamente abbastanza elevato da consentirgli di udirle. Strinse il pugno destro mentre varcava la soglia della stanza.

“Ve la farò vedere io!”

One night in the city – 5

Posted in One night in the city on marzo 27, 2008 by coubert

Do you watch, do you see, do you know the people in me
I’m the bite, I’m the bark, I’m the scream
Are you poor, are you sure, are you holy, are you pure
I can tell you tales you just might not believe

One night in the city, one night looking pretty
One night in the city, one night looking pretty


I due ragazzi rimasero a lungo abbracciati, mentre sulla panchina di pietra si raccontavano le loro vite. Selija pianse quando seppe come il ragazzo aveva vissuto fino ad allora; Joni invece fu pervaso dall’ira quando gli venne detto dei piani dell’usurpatore per la ragazza.

 

“Non accadrà mai, non lo permetterò!”

Selija fissò dolcemente quel ragazzo più piccolo di lei, al quale si sentiva così profondamente legata.

 

“E cosa pensi di fare? I ribelli volevano fare di te un’arma contro il tiranno, ma hanno fallito in tutto quello che hanno fatto. Sei Joni, non Anymartis. E sei solo un ragazzo, da solo.”

“Farò tutto il necessario affinché tu sia al sicuro, te lo giuro. Magari adesso non potrò ucciderlo, ma diventerò potente e lo sconfiggerò, anche se ciò dovesse significare morire per far rivivere Anymartis.”

Gli occhi della principessa si inumidirono al sentire quelle parole, ed ella chinò il capo sulla spalla del ragazzo.

 

“Ti prego, non parlare più di morire. Non devi farlo mai più!”

“Allora scappiamo! Andiamocene da questa città, da questo regno. Andiamocene e troviamo qualcuno che possa separarmi da Anymartis, e poi vivremo insieme per tutta la vita.”

Selija singhiozzò mentre ricominciava a piangere, l’esile corpo scosso dai singulti.

 

“Non capisci, non potrei mai andarmene. Sono l’unica speranza di questa gente. Gli abitanti della città, del regno… tutti i miei sudditi hanno riposto le loro vite nelle mani di mio padre, e ora la loro responsabilità è mia. E’ mio il dovere di tenerli al sicuro, e di allontanare da loro il pericolo. Devo restare qui, e cercare di aiutarli.”

“Ma come? Come pensi di aiutarli?? Potremo ritornare nel regno, se vuoi. Sento di avere una qualche forza dentro di me, magari sarà per via del fatto di avere in me l’anima di Anymartis. Magari parte del suo potere sta passando in me. Col tempo diventerò potente, lo so. Lo giuro.”

Selija si alzò in piedi, gli occhi puntati a terra, scuotendo tristemente il capo.

 

“Ti prego, non chiedermelo più. Non posso abbandonare il mio popolo, e non lo farò. Non tradirò la memoria di mio padre. Io devo restare, e fare tutto ciò che sarà in mio potere per salvarli. Se davvero in te c’è il potere di Anymartis… allora và, non farti prendere dalle guardie. Scappa, e diventa abbastanza forte da tornare qui e liberarci tutti.”

“Ma se resti…”

Il silenzio cadde tra di loro, pesante come un macigno. Entrambi erano ben consci di ciò che aspettava Selija se fosse rimasta a palazzo. La ragazza si sforzò di mostrare un accenno di sorriso.

 

“Non temere, non mi accadrà nulla. Perché sono sicura che tornerai in tempo a salvarmi.”

“E se..”

-Non la convincerai mai, fidati. Ho conosciuto molte principesse, e questa è una vera principessa. Morirebbe per difendere la gente che si è affidata a lei. E noi non siamo pronti a combattere contro nessuno, ora come ora. Non ci sono alternative, dobbiamo andarcene.-

Joni si portò le mani alla testa, colpendosi le tempie con i pugni.

 

“No, non l’abbandonerò tra le mani di quel maledetto!”

-Torneremo.-

“E se fosse tardi?”

-Senti, ti giuro che la salveremo. Farò quanto in mio potere per salvarla, d’accordo? Ora però dobbiamo scappare, prima che ci trovino.-

“…e sia.”

Si alzò in piedi lentamente, una strana luce negli occhi. Un bagliore inquietante che sembrava covare in profondità, nelle sue pupille.

 

“Se insisti nel non voler partire, andrò da solo. Ma tornerò prima del tuo matrimonio, te lo giuro, e ti libererò.”

“Ti aspetterò, Joni. E ti sognerò ogni notte, come ho fatto fino ad oggi, finché non tornerai.”

Si abbracciarono sotto la luce pallida della luna, lottando per reprimere le lacrime.

Quindi, senza aggiungere altro, Joni corse via, in direzione del muro. Sarebbe fuggito, avrebbe trovato qualcuno in grado di aiutare lui e Anymartis, e poi sarebbe diventato forte. Così sarebbe tornato e avrebbe salvato Selija. Ora aveva un nuovo obbiettivo da raggiungere, e ce l’avrebbe fatta.

Rimasta sola nel parco, Selija aspettò di veder scomparire il principe dei suoi sogni oltre il muro che separava il parco dalla città. Quindi si accasciò al suolo e pianse disperata, certa che non lo avrebbe più rivisto. La sua unica consolazione era che almeno era riuscita a mandarlo via, facendolo così rimanere in vita.

 

Mancava un anno al suo matrimonio con l’usurpatore.

 

 

 

The children shared the wonder
Of the leather and the lace
But one child went away, and one child stayed to play


One night in the city – 4

Posted in One night in the city on marzo 26, 2008 by coubert

The princess saw the dark child
And the dark child said her name

Come steal away, we’ll play the game


-Non sei solo, ragazzo-


Joni sentì una voce rimbombargli tutto intorno, e allarmato si alzò di scatto in piedi, guardandosi intorno nella vana speranza di scorgere il suo interlocutore. Adesso si rammaricava di essersi addentrato dentro a un vicolo completamente immerso nell’oscurità.

-Tranquillizzati, non intendo farti alcun male. Né, immagino, potrei fartene anche se volessi. Ed è inutile che cerchi di vedermi, non sono nel vicolo. Sono dentro di te.-

A queste parole Joni si lasciò cadere nuovamente a terra, incredulo.

“Chi sei? Lasciami in pace!”

-Zitto, o attirerai le guardie. Ed è l’ultima cosa che vuoi, no? Non sono un mago, credimi. E non è un trucco. Sono Anymartis, o almeno lo ero un tempo.-

Anymartis.
L’eroe leggendario.
L’assassino di divinità.
Colui che avrebbe occupato il suo corpo.
Joni sentì lo sconforto impadronirsi di lui, mentre una risata involontaria gli sgorgava dal petto. Era fuggito ai maghi, era fuggito alle guardie, aveva assaporato la possibilità di vivere libero… e ora tutto era destinato a sparire, perché l’ultimo incantesimo dei maledetti maghi aveva avuto successo. Erano riusciti a richiamare Anymartis, che fossero dannati in eterno!

“E ora che succederà?”

Strano, si era immaginato mille e mille volte questo momento. Aveva pensato a una transizione dolorosissima, a uno scontro di anime, a grida e pianti… invece stava tranquillamente conversando con chi lo avrebbe ucciso. Probabilmente era per via del fatto che era preparato a questa fine da una decina di anni, o forse per il fatto che tutti gli avvenimenti della giornata lo avevano sconvolto più profondamente di quanto avesse pensato.

-Tranquillo, per ora non prenderò possesso del tuo corpo. Non vorrei mai tornare uccidendo una ragazzino per occuparne il corpo, che razza di eroe sarei?, e a dirla tutta preferirei un corpo più adulto, sai. Ripercorrere tutta la fase dell’adolescenza è un’esperienza che se possibile gradirei evitare. Inoltre, anche fossi così pazzo da volerlo, non potrei. I tuoi maghi evidentemente non conoscevano gli incantesimi di reincarnazione così bene come credevano, o forse è il tuo essere un Dark Child che ha compromesso la buona riuscita dei loro sforzi. Fatto sta che sono tornato, si, ma posso fare ben poco ora come ora. Ti posso parlare, come sto facendo. Probabilmente col tempo potrei insegnarti qualche trucchetto che ho imparato quando ero in vita…-

“Allora non morirò?”

-Non per mano mia, almeno. La tua situazione non è molto rosea, mio giovane amico. E visto che pare che le nostre esistenze siano legate, direi che potremmo collaborare per tenerti in vita, che ne dici? Ho un po’ di esperienza in queste cose.-

Diverso tempo dopo, Joni stava correndo a rotta di collo lungo le strade buie della città. Aveva raggiunto un accordo con l’anima di Anymartis, e per ora avrebbero collaborato per uscire da quella situazione. Poi avrebbero cercato aiuto per risolvere il problema di condividere lo stesso corpo, anche se Anymartis era presente solo a livello mentale.

Per un po’ non avevano trovato guardie sul loro cammino, ma poi avevano quasi sbattuto contro un drappello di ronda. Immediatamente era partito l’inseguimento, e Joni aveva scoperto che con le giuste motivazioni poteva correre molto più veloce di quanto non avrebbe mai supposto. La voce di Anymartis poi lo aiutava molto, valutando i percorsi da prendere e le strategie da adottare. In questo modo era quasi riuscito a seminare i suoi inseguitori quando…

-Che c’è? Perché ti sei fermato, ora? Non li abbiamo ancora seminati, e qui siamo praticamente allo scoperto!-

“E’ che… questa voce… la conosco, io.”

 

Si trovava accanto a un alto muro, abbastanza discosto dal resto delle case. Un muro che si estendeva per una notevole lunghezza in entrambe le direzioni, a destra e a sinistra.

-Ti starai sbagliando. Non c’è tempo da perdere, devi andartene di qui.-

“No, non posso. Non so perché, ma io devo… devo…”

 

Le parole gli morirono in bocca. Come spiegare a una voce nella propria testa, che si era appena sentita la voce della ragazza che da tempo infestava i propri sogni? Senza aggiungere altro, e rimanendo sordo alle proteste dell’eroe, cominciò ad arrampicarsi sul muro, lentamente ed a fatica.

-Folle! Ci prenderanno! Morirai! Come minimo, dietro a questo muro ci sarà il palazzo del re… ti stai gettando tra le braccia del nemico! … posa la mano su quella sporgenza a destra, ecco, così. E ora fai forza sul piede sinistro, così.. issati…-

 

Alla fine Anymartis abbandonò i tentativi di far desistere il ragazzo dal suo proposito, e passò ad assecondarlo per consentirgli di passare il muro. Meglio quello dell’alternativa di beccarsi una spada nella schiena mentre si tentava invano di scalare quel ridicolo muro.
E seguendo i suoi consigli, Joni riuscì a superare la barriera che lo divideva dai giardini reali.
Si guardò intorno, cercando di udire di nuovo la voce che, canticchiando una melodia malinconica, lo aveva attirato fino a lì. E dopo pochi istanti la sentì di nuovo, vicina a lui.

Col cuore che gli martellava nel petto, esitante, prese ad avanzare con lentezza esasperante verso la fonte del suono. E sbucò da dietro un gruppo di alberi, trovandosi faccia a faccia con lei, la ragazza che tante volte aveva visto in sogno.

Indossava un lungo abito turchese, e sedeva su una panchina di pietra. I lunghi capelli dorati erano raccolti in una lunga treccia che le ricadeva sulla schiena, e nell’udire l’arrivo del ragazzo portò su di lui lo sguardo, che fino a pochi attimi prima era rivolto verso il cielo oscurato.

 

Selija vide davanti a sé un ragazzo insanguinato, sudato, con le vesti lacere e i capelli arruffati. Udì le grida delle guardie, oltre le mura che proteggevano il palazzo, e capì che cercavano lui. Era sporco, malconcio, ricercato. E Selija seppe di conoscerlo da sempre.

“Selija…”

Joni mormorò il nome che la ragazza gli aveva sussurrato nei suoi sogni, e la principessa sorrise dimentica di ogni timore.

Si alzò dalla fredda panchina di pietra, e tremando raggiunse il ragazzo. Quindi i due si abbracciarono, godendo della reciproca vicinanza, del tepore dei rispettivi corpi, del senso di completezza che li avvolgeva in quegli istanti.

One night in the city – 3

Posted in One night in the city on marzo 25, 2008 by coubert

The someone opened doorways
And Johnny slipped away
Running for the bright, where dark is always light
But there’s no day

 

Quando cominciò l’assalto, Joni si trovava al primo piano della casa, intento ad eseguire diversi esercizi ginnici sotto la sorveglianza attenta e severa di due maghi. Nessuno si aspettava neanche lontanamente un attacco contro la casa, pensavano di essere al sicuro.

Invece alla fine erano stati notati, oppure qualcuno aveva tradito la causa, o più probabilmente l’usurpatore aveva avvertito la magia con la quale periodicamente cercavano di attirare l’anima di Anymartis dentro il suo corpo. Ma il come fosse stata rivelata la presenza dei maghi aveva ben poca importanza, dopo tutto. L’importante era che l’usurpatore aveva inviato quasi tutte le guardie cittadine a sedare la rivolta, coadiuvate da alcuni maghi che erano rimasti al suo fianco durante il colpo di stato.

All’inizio, Joni sentì solo delle grida provenire dall’esterno della casa, dove di solito un paio di maghi montavano la guardia. Non poteva saperlo, ma erano le grida dei due maghi che venivano colti di sorpresa dalle magie dei loro avversari. Nessuna magia troppo potente, per evitare di esaurire i poteri prima della fine della missione. Il minimo necessario per distrarli abbastanza da permettere alle guardie di raggiungerli e finirli impietosamente.
Con loro fuori gioco, le guardie cominciarono a sciamare nella casa. I maghi si riversarono nei corridoi, tentando di capire cosa stesse succedendo o di ricacciare indietro gli invasori. Ma erano pochi, mentre le guardie erano molte e avevano i maghi dell’usurpatore a proteggerli dalle magie dei ribelli. E così i carnefici di Joni cominciarono a soccombere uno dopo l’altro. Anche i due che lo sorvegliavano uscirono dalla stanza per vedere cosa stesse succedendo, intimando a Joni di non muoversi di lì per nessuna ragione. Visto però che tardavano a tornare, e che le urla e le grida si facevano sempre più forti, il ragazzo decise di provare a uscire dalla stanza, sporgendo nel corridoio la testa. Non osava sperare che qualcuno stesse attaccando i maghi, una tale fortuna andava oltre ogni sua più ardita fantasia.

Il cuore gli sobbalzò nel petto, nel vedere i maghi accasciati al suolo e immersi nel proprio sangue, che sgorgava da molteplici ferite riportate su tutto il corpo. Non fece in tempo ad esultare, però, che una figura massiccia gli si parò davanti. Era una delle guardie cittadine, con la spada ancora grondante sangue, inebriata dal massacro. Istintivamente, Joni si ritrasse nella stanza seguito dall’uomo, che lo fissava minaccioso.

 

“Non sono uno di loro! Ero loro prigioniero!”

Le sue speranze di essere stato salvato svanirono rapidamente, nel poco tempo impiegato dal suo presunto salvatore a sollevare la spada sopra la propria testa per poi farla ricadere pesantemente verso la testa del ragazzo, di taglio, con l’evidente intento di aprirla in due. Incredulo e spaventato, Joni in qualche modo riuscì a schivare l’attacco gettandosi di lato, per poi fissare con orrore da terra il suo avversario che nuovamente avanzava verso di lui.

 

“Ti prego, non uccidermi! Non sono un mago!”

Ma il grido disperato del ragazzo cadde nel vuoto, mentre la guardia preparava il colpo di grazia contro l’imberbe ragazzo ai suoi piedi. La spada calò verso il corpo indifeso, e Joni vide tutta la scena come al rallentatore: la spada avanzava lentamente ma inesorabilmente, e lui non poteva fare niente per fermarla.

Ormai era morto, lo sapeva. E trovava una certa ironia nel morire per mano degli assassini dei maghi, coloro che avrebbero potuto essere i suoi salvatori.
La spada era ormai a pochi centimetri dal suo corpo.
Pensava all’anima dell’eroe che avrebbe dovuto usare il suo corpo. Lo avrebbe trovato di suo gradimento anche tagliato a fettine?
La lama sfiorò la pelle esposta del suo petto, incidendola lievemente.
L’ultimo pensiero di Joni corse alla ragazza dei suoi sogni, che non avrebbe mai trovato.
Un sottile rivolo di sangue prese a sgorgare dall’incisione sul suo petto.

Si aspettava di sentire dolore, invece si sentì bene come non si era mai sentito prima in vita sua. Non voleva morire, e avrebbe fatto di tutto per restare vivo! Rotolò lontano dall’arma, balzando rapidamente in piedi. La guardia terminò di calare la spada colpendo solamente il pavimento, e fissò sbigottita quella che riteneva essere una facile preda e che invece era riuscita a salvarsi di nuovo. Senza dare al suo assalitore il tempo di reagire, Joni corse verso la finestra e si buttò attraverso la medesima, frantumando il vetro e cadendo all’esterno della casa.

Non urlò quando i vetri gli si conficcarono nelle carni, non fece in tempo a prenderne coscienza. Urlò invece quando impattò con il suolo, che si trovava a più di quattro metri di distanza dalla finestra dalla quale era saltato. Sanguinante e dolorante, in qualche modo riuscì comunque a rimettersi in piedi e ad allontanarsi dalla casa, spinto anche dalle grida della guardia che aveva cercato di ucciderlo e che ora tentava di richiamare l’attenzione dei compagni su di lui.

Non era mai stato in giro per la città, che alla tremula luce dei lampioni ad olio per lui assumeva contorni minacciosi e misteriosi. Preferiva però quegli ipotetici pericoli rispetto all’uomo armato di spada che aveva cercato di tagliarlo a metà, quindi entrò senza troppi indugi in un vicolo buio, addentrandosi fino a quando non si sentì abbastanza sicuro di non essere scorto dalla strada. Adesso calde lacrime cominciarono a rigargli il volto, mentre tremando si sforzava di estrarre dalla propria pelle alcuni frammenti di vetro che vi erano rimasti conficcati. Era terrorizzato, solo in una città a lui sconosciuta, ricercato dalle guardie.

 

-Non sei solo, ragazzo-