Un dialogo tra padre e figlio

Il comandante si alzò lentamente, con aria stanca, dal tavolino, e si portò di fronte a Mokran, fissandolo attentamente negli occhi.

“Non dovevi essere a Grydord, te?”
“Ed infatti ero a Grydord. Almeno, fino a un paio di settimane fa.”
“E per quale ragione te ne saresti andato? Se non sbaglio ti avevo detto di rimanere in città, con il clan. E di impegnarti a fare il soldato laggiù.”

Mokran tacque per qualche istante. Ricordava bene l’animata discussione avuta con suo padre al riguardo, molti anni prima.
Sarebbe voluto partire con lui per il servizio in quella rocca di frontiera, lontano dalla capitale e dalla sua relativa sicurezza. Voleva diventare un valente guerriero, e non riusciva a vedere come sarebbe potuto diventarlo standosene tra i saggi e le matrone, lontano dalle zone infestate dai goblin.

“Non vi ho disubbedito, se è questo che intendete. Presto ancora servizio nella guardia della capitale, come desideravate tanto.”

Cercò di riversare il quelle parole quanto più rancore possibile, ma il padre parve non accorgersene nemmeno.

“Mi sembri lontano dal tuo posto di guardia.”
“Dite?”

Un sorriso affiorò sul volto di Mokran, al pensiero di come aveva aggirato il divieto paterno.

“Vedete, una matrona del clan dei Rour’gyd doveva mandare una missiva importante ad un suo parente di stanza in un fortino qua vicino. E come sapete, i Rour’gyd hanno parecchia influenza nella capitale.”
“Abbastanza da far mandare un soldato, lo so bene. Ma perchè te?”
“Perchè non io? Non mi avevate vietato di lasciare la città, mi avevate solo imposto di prestare servizio là. Quando il generale ci ha chiesto chi volesse farsi quasi tre settimane di viaggio per consegnare la lettera, mi sono offerto volontario.”

Il comandante parve ribollire di rabbia, e per un istante sembrò voler colpire il figlio. Poi si calmò, e scoppiò in una rauca risata.

“Ben mi sta, dovevo essere più restrittivo. Non temere che in futuro ti sarà più difficile aggirare i miei ordini.”
“Ma…”
“Non accetto obiezioni. Sono io il capoclan dei Meim’gyd, e la mia parola è legge.”

Mokran chinò obbedientemente il capo, come a riconoscere l’autorità del padre, prima di aprire nuovamente la bocca.

“Come stavo per dire, ho incontrato dei problemi al fortino. Era caduto in mano ai goblin, e sono riuscito a stento a portare in salvo qualche reduce di un vicino villaggio. I soldati alla porta mi hanno detto che una vostra pattuglia li ha salvati appena in tempo.”
“Eh? Quelli?”

Scrutò con attenzione il volto del figlio, passandosi la mano nella lunga ed ispida barba nera che gli scendeva dal mento.
“Hanno raccontato di un soldato che li ha organizzati e li ha guidati nella fuga, e che però ha accettato di rimanere indietro per tentare di depistare gli inseguitori e consentirgli di fuggire. Purtroppo però non doveva aver raggiunto appieno il proprio intento, visto che i goblin li hanno trovati e per poco non li hanno massacrati.”

Rosso di vergogna, Mokran chinò il capo stringendo i pugni fino a farsi divenie rosse le mani.

“Ho fatto il possibile. Pensavo di avere a che fare con qualche gruppo di goblin, anche se stranamente disciplinati. Invece mi sono trovato contro decine di avversari, e li ho tenuti impegnati finchè ho potuto.”
“Decine? Sei stato fortunato. Qua fuori, arrivano ad ondate di migliaia.”

Rialzò il capo, stupito da tale affermazione.

“Migliaia?”
“Si. Sciamano come formiche, si infrangono contro le nostre mura, assaggiano il metallo delle nostre ascie… ma nonostante tutto continuano a tornare, sempre più insistenti.”
“C’è di più…”

Adesso il comandante lo osservò con interesse.

“Cosa?”
“Dopo aver lottato con i goblin, sono caduto in un livello sottostante, da una buca. E dopo aver vagato per un po’, ho scorto una pattuglia di goblin. Alcuni di loro erano enormi! Ma comunque, c’era una creatura che li guidava. Ed era, ecco…”

Ora era il momento di parlare chiaramente, e di essere preso per folle. Da suo padre. Le guancie gli si colorano di un rosso intenso, mentre pronunciava il nome della creatura

“… era un Gruebak”
“Lo so.”

Due semplici parole, che però ebbero l’effetto di intere botti di birra. Si sentì quasi girare la testa, per quell’affermazione.

“Lo sapete?”
“Certo. Credi che siamo forse degli idioti? Combattiamo da sempre con i goblin, e se i goblin cambiano ci deve essere un profondo motivo. Abbiamo indagato, e scoperto che sono i Gruebak a guidarli. Ad addestrarli, probabilmente. Abbiamo perso molti esploratori per scoprirlo.”
“Sono imbattibili… ho provato a tagliargli la testa, ma l’ascia non è affondata di un millimetro, e sono scappato prima che si riprendesse.”
“Prima che si riprendesse?”
“Si, avevo usato la luce dell’ascia per sconfiggere i cinque goblin troppo cresciuti che mi avevano accerchiato, e quando la luce è scomparsa il Gruebakera a terra, rantolante.”

Il comandante parve colto da un’improvvisa illuminazioe, e prese a vagare pensieroso per la stanza.

“L’ascia… una delle ascie magiche, che tutti i clan custodiscono da sempre… Ora abbiamo un’arma per fermarli.”
“Si, ma non per sconfiggerli.”
“Forse. Non so quante ascie magiche ci siano qui, ma le farò portare tutte sulle mura. E al seguito delle spedizioni contro le loro fila, nell’eventualità ci sia uno di quei demoni. Non dobbiamo rischiare di perderne nemmeno una.”
“Padre…”

Si voltò verso il figlio, spazientito.

“Lo so, lo so! Li fermano e basta. Ma se i Gruebak esistono davvero, e se la luce li ferma… allora anche il resto della storia può essere vero.”
“Le armi magiche che li possono uccidere?”
“Si. E c’è un solo posto dove possiamo trovare questo segreto.”
“No…”
“Si. Torna alla capitale, e cerca nella biblioteca. Fatti aiutare da tutti quelli che crederai necessari, ti preparerò dei documenti per spiegare la situazione, ormai le voci saranno giunte anche laggiù. Vai e scopri come ucciderli, chiaro?”
“Si, padre.”

A capo chino, Mokran accettava inevitabilmente di essere nuovamente cacciato lontano dall’azione. Fece per depositare a terra la sua ascia, ma la mano salda del padre lo fermò.

“No, portala con te.”
“Ma vi servirà!”
“Ne abbiamo altre, di queste. Te viaggerai da solo fino a Grydord, non è un viaggio semplice, nè tanto tranquillo di questi tempi. Potrebbe servirti.”

Ancora una volta, Mokran chinò il capo alla decisione del padre.

“Farò il prima possibile, padre.”
“Non ne dubito. E dopo manda messaggeri alle altre rocche, perchè possano uccidere quegli abonimi. E a quel punto poi verrai a rendermi l’ascia, che una in più ci farà comodo.”

Ancora col capo chino, Mokran sentì un sorriso allargarglisi sul volto.

“Si, padre!”
“Ora vai. Buon viaggio, figlio.”

Senza altri convenevoli, Mokran lasciò la stanza e scese quasi a corsa le scale. Sarebbe potuto tornare, e combattere! Doveva solo trovare nelle vecchie leggende un modo per uccidere quei demoni, prima…

4 Risposte a “Un dialogo tra padre e figlio”

  1. Oh… questa evoluzione non me la sarei attesa!

  2. A dirla tutta nemmeno io :D

    Però mi è venuta l’idea di cmbiare un poco il fato del povero Mokran… :evil:

  3. Ohi… come era prima??? :|

  4. Più lineare e semplice.

    Ma se parlo anticipo qualcosa dell’episodio di domani… domani poi metterò in un commento come sarebbe andato il finale “semplice”

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