One night in the city – 1

Johnny was a dark child
He was promised to us all
But rides in the night, can lift you out of sight
When they call

 

 

Joni cominciava a stufarsi.

Era disteso sul pavimento di fredda pietra da ormai due ore, e il contatto del suolo con la nuda pelle gli stava cominciando a togliere sensibilità. L’acre odore dell’incenso gli aveva ormai riempito le narici, e il fumo gli era penetrato negli occhi, facendolo lacrimare. Lo stomaco brontolava vistosamente per la fame e in più avvertiva un forte prurito sul petto, laddove i maghi avevano inciso con un coltello i loro soliti simboli mistici, facendo sgorgare del sangue che avevano raccolto in un piccolo contenitore.
Poi si erano quasi del tutto disinteressati di lui, riunendosi in circolo a qualche passo di distanza e cominciando a salmodiare le loro insensate litanie. Odiava quelle loro formule, monotone e crudeli. Odiava i loro riti malvagi. Odiava tutti loro, e prima o poi li avrebbe visti tutti morti. Possibilmente per mano sua, era la sua unica ragione di vita ormai. Li fissava con odio, costringendosi a tenere gli occhi aperti nonostante il fumo e le lacrime.

Strinse un poco a pugno la mano sinistra, come cercando una conferma del fatto che la mano fosse ancora lì, attaccata al braccio. L’attesa della fine del rito stava diventando intollerabile, non era mai durato così tanto. Per costringere la mente a non pensare alla sua condizione attuale, Joni focalizzò i propri pensieri al futuro.

Cosa avrebbe fatto quando fosse riuscito a fuggire di lì? Non si chiedeva mai se fosse riuscito mai a scappare, quello lo dava per scontato. Doveva darlo per scontato, altrimenti niente avrebbe avuto più senso. Ormai era prigioniero dei maghi da dieci anni, e negli ultimi due anni non aveva fatto altro che pianificare fughe che poi però non era mai riuscito ad attuare. La sorveglianza era troppo serrata, sia dentro la casa che all’esterno.
Forse i suoi carcerieri non si aspettavano che il bambino che avevano sottratto alla sua famiglia all’età di tre anni stesse progettando di fuggire, ma di sicuro temevano che l’usurpatore venisse a sapere della loro piccola ribellione e mandasse l’esercito a massacrarli.

L’usurpatore… il motivo per cui era stato preso e praticamente torturato per dieci anni dai maghi era proprio l’usurpatore. Qualche mese prima che il suo incubo avesse inizio, l’usurpatore –che allora era semplicemente un mago straniero al soldo del re- aveva ucciso il re, la regina e tutti i nobili a loro fedeli. Aveva preso possesso dell’esercito, e tramite esso aveva conquistato il regno. Il suo avvento al potere era stato accompagnato da una notte quasi perpetua sull’intero regno. Di giorno il cielo era blu scuro, il sole appariva pallido e remoto, incapace di riscaldare il suolo o gli abitanti che lo fissavano speranzosi da terra. Di notte, invece, l’oscurità diventava più opprimente, malgrado la luce lunare, che risultava ben più potente di quella emanata dal pallido sole che tentava di splendere sopra le loro teste.
L’usurpatore –Joni lo chiamava solo così, in quanto i maghi non gli davano molte spiegazioni, e non li aveva ma sentiti chiamare il loro avversario con un altro nome- era anche un mago molto potente, ben più di quei maghi che abitavano con lui e lo sorvegliavano. Così questi avevano deciso di ricorrere alla loro arma più potente: risvegliare il più potente eroe dell’antichità, e usarlo per distruggere l’usurpatore.

Quello che Joni non poteva perdonare loro, era che per far tornare Anymartis, noto anche come l’Uccisore di Dèi, i maghi necessitassero del suo corpo. Corpo, non anima. Lui avrebbe perso la vita nel momento in cui Anymartis fosse entrato nel suo corpo… in pratica, doveva solo tenere in buone condizioni il corpo finché non fossero riusciti a chiamare l’eroe. Cominciava a pensare che non ci sarebbero mai riusciti, visto che da due anni –quando avevano deciso che il corpo era abbastanza grande per ospitare l’anima del leggendario eroe- tentavano tutti i mesi, invano. All’inizio aveva sperato che, visto l’insuccesso, lo avrebbero liberato. Invece no, avevano deciso di perseverare. Si ritenevano fortunati ad averlo trovato, perché i Dark Child erano molto rari, e non intendevano certo lasciarsi sfuggire l’occasione.

Già, i Dark Child. I maghi avevano prescelto Joni per il rito, perché era nato di notte, con la luna nera, mentre un temporale infuriava e una scossa di terremoto faceva tremare l’intera regione. Tutti eventi che, assieme ad altri di cui non sapeva molto, avevano contribuito a convincere i maghi che lui era un Dark Child, un consacrato alla Dea Rubija, e quindi l’unica persona in grado di ospitare nel proprio corpo uno spirito così elevato e potente come quello di Anymartis.
Ma questo non importava, perché Joni sapeva che sarebbe riuscito a scappare. Sarebbe scappato, e per un po’ si sarebbe limitato a nascondersi dai maghi. Non poteva tornare a casa, non ricordava molto di quei primi anni di vita e di certo non dove abitassero i suoi genitori. Senza contare che non era mai uscito dalla casa dei maghi, quindi non aveva neanche idea di come fosse la città, di quanto avesse viaggiato per arrivare lì, di come fosse fatto il mondo esterno.

Comunque avrebbe atteso che le acque si fossero calmate, poi avrebbe aspettato che maghi fossero da soli e li avrebbe uccisi tutti, uno dopo l’altro, per ripagarli di dieci anni di torture. A quel punto sarebbe potuto tranquillamente andarsene, dell’usurpatore non gli interessava più di tanto. Sconfiggerlo avrebbe significato darla vinta ai maghi, quindi per quel che lo riguardava poteva regnare in eterno.

Una volta fuori dalla città, aveva una sola cosa ancora da fare. Trovare la ragazza che gli infestava i sogni da un anno.

Non lo aveva detto, ovviamente, ai maghi. Ma da un anno i suoi sogni, solitamente disperati e oscuri, erano stati rischiarati dalla figura di una ragazza esile, vestita di bianco. La sua persona risplendeva, e la luce che emanava dissipava le tenebre intorno a lei. I suoi capelli erano oro puro, gli occhi azzurri erano pozzi senza fondo nei quali si sentiva precipitare quando, nel sogno, li fissava. Nel suo sogno, nessuno dei due parlava. Ma si guardavano, e in quegli sguardi si scambiavano emozioni, sentimenti. Sapeva, percepiva che anche lei aveva alle spalle una storia simile alla sua, di torture e sofferenza. La conosceva, anche senza sapere chi fosse. La conosceva bene quasi quanto se stesso, dopo un anno di incontri nei suoi sogni.
Sapeva che esisteva, che era reale, e che si trovava da qualche parte là fuori, dove soffriva anche lei per un destino crudele che aveva infierito ferocemente su di loro.

Lei era là fuori, e lui l’avrebbe trovata.


Una Risposta a “One night in the city – 1”

  1. Una doverosa premessa (vabbè, arriva dopo il primo capitolo, ma è una premessa lo stesso… una premessa postuma? boh)

    Come si evince dal titolo, e pure dalle prime righe, questa storia (che dovrebbe durare cinque capitoli) mi è venuta in mente ascoltando l’omonima canzone di Ronnie James Dio. Mentre la ascoltavo, vedevo immagini evocate dalla canzone, e avevo voglia di scriverci qualcosa.

    Inizialmente doveva essere ambientata in un’epoca moderna, poi ho pensato di adattare il tutto ad altre storie che avevo in mente, con un’ambientazione fantasy.

    Chiudo la premessa postuma dicendo che è la prima e, probabilmente, ultima volta che scrivo una storia su di una canzone, ma questa mi aveva colpito troppo :P

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